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Evitare a tutti i costi l’escalation tra le due sponde dell’Atlantico
“Silence is the best reply to a fool”. Uno dei modi di dire più famosi della lingua inglese, utilizzato in tutto il mondo, descrive anche se non perfettamente l’atteggiamento politico e diplomatico di Giorgia Meloni nei confronti del presidente Usa Donald Trump. E’ ovvio che attribuire, in via del tutto ipotetica e teorica, la parola “fool” (scemo o stupido, ndr) alla premier per definire il tycoon è certamente eccesivo ed esagerato. Ma il senso resta il medesimo.
In attesa del Consiglio europeo straordinario di domani, giovedì 22 gennaio, a Bruxelles convocato dai vertici dell’Ue per la risposta ai dazi annunciati dalla Casa Bianca per quei Paesi europei e membri della Nato che hanno inviato simbolicamente qualche militare in Groenlandia – dopo le ripetute pretese di Trump di prendersi l’Isola Artica -, le opposizioni (questa volta con un vero e proprio miracolo che fa dire le stesse cose ad Azione di Carlo Calenda e al Movimento 5 Stelle, praticamente come mettere d’accordo un interista e uno juventino durante il derby d’Italia, attaccano l’esecutivo e la presidente del Consiglio di essere “succube”, “subalterna” e addirittura “inginocchiata” di fronte ai diktat del numero uno degli States.
In realtà, spiegano da Fratelli d’Italia fonti molto ben informate, Meloni sta giocando una partita fondamentale che considera cruciale per il futuro dell’Europa e dell’Occidente: salvare l’alleanza Atlantica dalla sua possibile implosione. La premier da Seul non ha escluso di mandare anche soldati italiani in Groenlandia ma nella cornice di una chiara missione della Nato, senza fughe in avanti o azioni simboliche ed estemporanee. Tanto che il ministro della Difesa Guido Crosetto, commentando la decisione di Emmanuel Macron e di altri Paesi Ue, ha lapidariamente liquidato la questione con parole eloquenti: “Sembra una barzelletta”.
La battaglia sui dazi di qualche mese fa, che poi si è chiusa positivamente con un’intesa Washington-Bruxelles grazie anche al lavoro diplomatico del governo italiano dimostra – stando alle fonti di Palazzo Chigi – che di fronte alle parole e alle minacce e anche alle “sbagliate” (parole di Meloni dall’Asia) provocazioni del tycoon l’errore più grande che si può commettere è quello di reagire di pancia contrattando immediatamente. Esattamente quello che ha fatto primo fra tutti, tanto per cambiare, il “galletto” dell’Eliseo. L’obiettivo invece della premier è quello di evitare un’escalation, senza piegarsi alle volontà dell’America ma senza gettare benzina sul fuoco.
Meloni lo ha detto in pubblico e al telefono al presidente Usa che, a differenza di quanto fatto in Venezuela, sull’Artico serve un’altra strategia. Ma se la risposta di alcuni Paesi del Vecchio Continente è quella di mandare una ventina di soldati sulla neve del protettorato danese altro non si ottiene che irrigidire ulteriormente Trump. Purtroppo, fanno notare fonti di FdI, anche Ursula von der Leyen e Antonio Costa – presidenti della Commissione e del Consiglio europeo – sembrano allineati sulle posizioni dell’Eliseo, pur senza utilizzare espressioni come “bullo” uscite dalla bocca di Macron.
Ma Meloni gioca di sponda con altre nazioni. In primis con la Germania del cancelliere Friedrich Merz, più cauto della Francia, e con altri Stati dell’est Europa – Ungheria e Slovacchia in testa – che non vogliono nessuna rottura con gli Usa perché hanno bisogno degli americani come deterrente per le minacce di Vladimir Putin. Anche Keir Starmer, pur essendo il Regno Unito fuori dall’Unione ma dentro il gruppo dei Volenterosi per l’Ucraina, è meno categorico del “galletto” dell’Eliseo.
Il punto chiave per Meloni è quello di dare una risposta agli Usa per far capire che l’Europa non è una provincia americana, ma senza utilizzare alcun ‘bazooka’ come evocato da Macron o da von der Leyen. “Moderazione” e “cautela”, che sono le parole d’ordine della maggioranza di Centrodestra in questi giorni, non significano sudditanza bensì celano la trattativa sottotraccia della premier per evitare l’escalation che rischierebbe di far deflagrare la Nato. Meloni sta cercando di far capire a Trump – e su questo punto le posizioni sono vicine – che per contrastare e arginare l’espansione della Russia e della Cina nell’Artico (soprattutto con il riscaldamento globale) le due sponde dell’Atlantico devono essere unite, coese e agire insieme.
Per questo Meloni ha parlato di possibile invio di soldati in Groenlandia sotto l’ombrello della Nato. Altrimenti con le risposte alla Macron – contro il quale Trump ha minacciato dazi al 200% sullo champagne francese (in teoria una mamma per l’export italiano di spumanti) – non si fa altro che alzare la tensione, provocare la contro-reazione della Casa Bianca fino all’escalation che poi diventa quasi impossibile da fermare.
Insomma, la linea di Meloni è chiara: nessun “Yes Sir” di fronte a The Donald, ma nessuna risposta isterica come quella francese. Anche se c’è un po’ di indecisione su un altro fronte, quello mediorientale, perché pare che sia stato il Presidente Sergio Mattarella a consigliare alla numero uno di FdI di non entrare nel “Board of Peace” di Gaza voluto dal tycoon. Vedremo.
Di certo la Groenlandia è un protettorato autonomo danese e così deve restare ma l’Artico è centrale per gli interessi sia di Europa che di America e quindi serve collaborazione in chiave anti-Mosca e anti-Pechino. Non a caso al Cremlino e sulle tv russe continuano a prendere in giro le divisioni dell’Occidente mettendo direttamente il dito nella piaga. Per chiudere si può usare un’altra tipica locuzione britannica che rende bene l’idea della strategia di Palazzo Chigi: “Slow and steady wins the race”.
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