Rinnovo Patente? Facile ed Economico

Evviva il successo di Zalone (anche se il botteghino non è la verità)
È ufficiale: Checco Zalone ha vinto, di nuovo. Ha vinto al botteghino, ha vinto la battaglia dei numeri, ha vinto quella sfida che misura il successo a colpi di incassi, file davanti ai cinema e titoli cubitali del tipo “record assoluto”. Complimenti a lui, bravo, bravissimo.
Far ridere milioni di persone non è affatto semplice e, va detto, è una qualità, una grande qualità. Il problema nasce quando l’incasso diventa automaticamente sinonimo di valore artistico. È un equivoco antico, ma sempreverde, che riguarda il cinema come i libri, la musica, la televisione. I numeri raccontano una storia, non la storia e la cronaca culturale è piena di esempi.
Film mediocri che hanno sbancato il botteghino e opere straordinarie ignorate dal grande pubblico. Best seller divorati in spiaggia e dimenticati in autunno, mentre romanzi fondamentali hanno avuto bisogno di anni prima di essere riconosciuti. Programmi televisivi che macinano ascolti e svaniscono senza lasciare traccia, mentre altri — più scomodi, più lenti — continuano a parlare anche quando lo schermo si spegne.
Zalone, in questo quadro, è perfettamente coerente con il suo ruolo ed è diventato il comico di riferimento del grande pubblico. I suoi film fanno ridere, funzionano, intercettano l’umore collettivo. Sono prodotti di intrattenimento riusciti. Ma fermiamoci qui. Perché far ridere non significa automaticamente fare cinema “imperdibile”, così come un ristorante sempre pieno non è necessariamente alta cucina.
Il divertimento è una qualità, sì, ma la qualità non è solo divertimento. Ed è proprio per questo che, accanto al trionfo di Zalone, vale la pena segnalare un film che sta raccogliendo consensi importanti: The Other Choice del coreano Park Chan-wook (premio Oscar con Parasite). Un’opera che cerca lo spostamento interiore.
Se Zalone ci fa ridere a squarciagola, Park Chan-wook ci costringe a fermarci, a pensare, a provare disagio. Il film parte da una paura profondamente contemporanea: quella dell’esclusione, della sconfitta sociale, dell’agonia di non avere un posto nel mondo del lavoro. Da qui costruisce una narrazione paradossale, volutamente provocatoria, che mostra come la competizione estrema e l’ansia dell’esistere possano spingere le persone verso gesti radicali.
È un film che non consola, non accarezza, non strizza l’occhio. Anche quando il film sprofonda nell’orrore, non smette mai di sorridere. Un sorriso nero, ironico, consapevole. Perdere il lavoro oggi è un fatto quasi statistico, una variabile prevista nella rincorsa del capitalismo e delle innovazioni tecnologiche che progressivamente rendono l’uomo superfluo. Park lo sa benissimo, ed è proprio per questo che sceglie la strada dell’esagerazione. Spinge le conseguenze all’estremo, costruendo una sorta di Squid Game occupazionale, in cui la ricerca di un impiego diventa una competizione feroce, fino all’eliminazione fisica dei concorrenti.
È chiaro che il regista non crede davvero a questo scenario come destino reale, infatti il cinema di Park Chan-wook non è mai stato interessato al realismo sociologico. Qui la provocazione è il cuore stesso dell’opera: l’assurdo come lente d’ingrandimento, il paradosso come strumento critico. No Other Choice suggerisce che il sistema è ormai così fuori controllo, e noi così immersi dentro di esso, da aver interiorizzato la sua violenza.
Diventiamo paranoici, macabri, competitivi fino all’autodistruzione. Non perché siamo mostri, ma perché siamo vittime perfettamente adattate. Possiamo ridere con Zalone — ed è giusto farlo — senza trasformare ogni successo commerciale in un monumento artistico. E possiamo, allo stesso tempo, lasciare spazio a film che non riempiono le sale ma allargano lo sguardo. Perché i numeri passano, le risate si spengono, ma le riflessioni, a volte, restano.
Rinnovo Patente? Facile ed Economico
Questo articolo è stato pubblicato in origine su questo sito internet