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Rutte (Nato) conferma esattamente quello che Meloni aveva detto dall’Asia
“Meloni non ha preso palla”. “Italia isolata”. “La premier alla ricerca disperata di un bilaterale con Trump”. Il day after di Davos, che ha segnato la svolta del presidente Usa sullo stop alle mire sulla Groenlandia e sui dazi ai Paesi europei che avevano mandato una sparuta pattuglia (simbolica) di soldati nell’Isola Artica protettorato della Danimarca, viene raccontato così – e non poteva essere altrimenti – dai partiti di opposizione (sempre pronti a mettere la presidente del Consiglio sul banco degli imputati) e dai cosiddetti giornaloni paludati vicini alla sinistra.
La realtà, nel giorno del Consiglio europeo a Bruxelles che per ovvi motivi viene depotenziato, è che Giorgia Meloni – come raccontato ieri da Affaritaliani – ha giocato una sottile partita diplomatica, fatta di telefonate, messaggi, incontri. Tutti dietro le quinte, senza sbandierare nulla ma con il solo obiettivo di ottenere il risultato che si era prefissato. Il palcoscenico mediatico non interessa alla premier e – come spiegano fonti qualificate di Fratelli d’Italia – le parole del segretario generale della Nato Mark Rutte (“Dobbiamo essere uniti per fermare le mire di Cina e Russia nell’Artico“) ricalcano esattamente la posizione del governo italiano da settimane e ribadito dalla stessa presidente del Consiglio qualche giorno fa a Seul.
Trump è certamente imprevedibile, lo sappiamo e altri colpi di scena non si possono certo escludere. Ma l’affondo di Emmanuel Macron che aveva parlato di “bullo” con il bazooka dei contro-dazi anti-Usa avallati anche dai massimi vertici delle istituzioni europee, Ursula von der Leyen e Antonio Costa, hanno soltanto gettato benzina sul fuoco con la minaccia di super tariffe al 200% sullo champagne. Poi il lavoro sottotraccia di Meloni, insieme ad altri leader europei come ad esempio il cancelliere tedesco Friedrich Merz, hanno portato il tycoon a più miti consigli. L’ennesima guerra commerciale non avrebbe certo fatto bene all’economia a stelle e strisce ma soprattutto – ed è qui che sta il punto chiave del successo italiano – è sulla Groenlandia e quindi sulle immense risorse naturali del Polo Nord l’Occidente deve lavorare unito.
Che cosa aveva detto Meloni dall’Asia? Non aveva escluso l’invio di militari italiani nell’ambito di una missione dell’Alleanza Atlantica, Stati Uniti ed Europa (Regno Unito incluso) insieme per arginare l’espansione di Pechino e Mosca. Tutto questo ovviamente, nel medio periodo, avrà anche delle ripercussioni geopolitiche ed economiche positive per il nostro Paese. Anche se al momento Meloni non entra nel ‘Board of Peace‘ di Gaza per “motivi costituzionali” – come lei stessa ha confermato – certamente l’Italia sarà in primo piano nella ricostruzione della Striscia che vale circa cento miliardi di dollari, di cui si stima attorno ai cinque potrebbero andare alle imprese italiane soprattutto per infrastrutture e telecomunicazioni (da qui anche i viaggi e i legami importanti della presidente del Consiglio con i Paesi del Golfo Persico e con quelli arabi moderati come la Giordania).
Non solo. Meloni ha anche ottenuto una maggiore attenzione della Nato al Mediterraneo, quel famoso fronte sud dell’Alleanza spesso evocato dal capo del governo per ricordare che non c’è solo quello orientale (caldissimo per il conflitto ancora in atto in Ucraina). E questo significa maggiori controlli contro l’immigrazione clandestina, cooperazione con gli Stati del Nord Africa e del Medio Oriente all’interno del Piano Mattei e anche l’Italia come punto cruciale nel Mediterraneo per le rotte commerciali che si stanno aprendo con il Far East, bypassando Russia e Cina. E questo ha un ritorno in termini di investimenti, commesse e quindi crescita economica e posti di lavoro per le nostre grandi aziende che operano in Africa e nel vicino Medio Oriente e anche un potenziale enorme sviluppo dei porti italiani dell’Adriatico, dalla Puglia fino a Trieste per poi prendere la via verso il centro e nord Europa.
E infine i dazi. Sì, ancora i dazi. Trump non dimentica chi sono gli amici e chi i nemici. E, come ha fatto poco tempo fa riducendo le tariffe sulla pasta italiana, quando e se ci saranno nuovi contenziosi o comunque decisioni da prendere sulle relazioni commerciali con il Vecchio Continente la Casa Bianca saprà chi privilegiare e chi punire. Italia e Francia sono concorrenti soprattutto sul settore agro-alimentare e, di conseguenza, il Dipartimento al Commercio Usa – su indicazione diretta della Casa Bianca e del suo inquilino – se ci sarà da privilegiare l’eccellenza europea soprattutto su vini e formaggi, solo per fare due esempi molto popolari, sicuramente la precedenza verrà data ai prodotti Made in Italy penalizzando quelli transalpini.
E sappiamo benissimo che il mercato nord-americano è ricco e fondamentale per chi esporta ad esempio spumante, prosecco, parmigiano reggiano o grana padano. Insomma, per usare la solita locuzione britannica, ‘The patient dog eats the fattest bone’ (Il cane paziente mangia l’osso con più carne’). A Meloni (Italia) la ciccia, a Macron (Francia) l’osso ormai spolpato.
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