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Inflazione, l’economista: “Italiani più poveri da vent’anni”

Mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto e le tensioni geopolitiche internazionali minacciano di innescare nuove fiammate sui prezzi dei beni energetici, l’economia italiana si interroga sulla tenuta del proprio sistema produttivo e sul rischio concreto di un progressivo impoverimento della popolazione. 

I dati macroeconomici e le oscillazioni dei mercati – tra l’illusione ottica dei consumi low cost, la dipendenza dagli approvvigionamenti esteri e il dibattito mai risolto sul nucleare – mettono a nudo le fragilità storiche dell’Italia: siamo di fronte a una crisi congiunturale passeggera o a un declino industriale e salariale destinato a durare? E quanto siamo davvero protetti da un’eventuale nuova emergenza sulle forniture di gas?

A fare chiarezza è Giulio Sapelli, economista e storico di fama internazionale, che ad Affaritaliani analizza i nodi strutturali del capitalismo italiano e le prospettive di fronte alle turbolenze globali: “Sono circa vent’anni che gli italiani continuano a impoverirsi. Questo accade da quando si sono unite due grandi tendenze del capitalismo contemporaneo: la caduta del saggio di profitto e il continuo abbassamento dei salari reali”.

Se l’inflazione si mangerà gli aumenti salariali, gli italiani saranno più poveri tra un anno di quanto siano oggi?

“Certamente saranno più poveri di quanto siano oggi. Del resto, sono circa vent’anni che gli italiani continuano a impoverirsi. Questo accade da quando si sono unite due grandi tendenze del capitalismo contemporaneo. Da un lato c’è la caduta tendenziale del saggio di profitto, che spinge molte imprese a fare profitti soprattutto attraverso la finanza piuttosto che attraverso la produzione. Dall’altro lato c’è il continuo abbassamento dei salari reali, aggravato da un’inflazione che non nasce dai salari, ma dall’offerta: aumentano i prezzi dei beni e delle materie prime, mentre l’unica cosa che continua a costare poco sono i prodotti low cost e una certa tipologia di beni di consumo.

Oggi la gente si veste con abiti che costano 10 o 15 euro e si illude che il costo della vita sia rimasto invariato. In realtà si tratta spesso di prodotti di qualità molto bassa, realizzati con materiali scadenti e con processi produttivi che nessuno avrebbe accettato qualche decennio fa. Questo alimenta l’illusione che il tenore di vita sia lo stesso, mentre in realtà si è verificato un abbassamento progressivo della qualità della vita.

Anche quando il Pil cresce dello 0,5%, magari per circostanze favorevoli e temporanee, non cambia la sostanza: sono anni che l’Italia non cresce realmente. Paesi come Francia e Germania, anch’essi capitalistici, sono stati meno dominati da una borghesia compradora che ha progressivamente abbandonato l’industria. In Italia le grandi industrie sono quasi scomparse e restano soprattutto le piccole e medie imprese, che fanno quello che possono. Con una crescita dello 0,5% è come non crescere affatto”.

Se i prezzi dell’energia tornassero a correre come nel 2022, l’Italia sarebbe davvero più preparata o no?

“L’unica realtà italiana che si è preparata per tempo è l’ENI. È un’azienda che, grazie a dirigenti responsabili e lungimiranti, ha costruito già vent’anni fa delle alternative all’eventuale dipendenza dal gas russo.

Abbiamo rapporti importanti con l’Algeria e, nonostante tutte le difficoltà e le opposizioni ambientaliste, disponiamo di infrastrutture come le navi rigassificatrici che consentono di trasformare il gas naturale liquefatto in gas utilizzabile. Da questo punto di vista possiamo reggere per un certo periodo.

Detto questo, lo stesso amministratore delegato Claudio Descalzi ha osservato che sarebbe più razionale continuare a utilizzare anche il gas russo. L’energia, infatti, può rappresentare uno strumento di relazione e cooperazione internazionale, favorendo percorsi di pace e di dialogo diplomatico anche in presenza di conflitti”. 

C’è il rischio che l’energia torni a essere la principale tassa occulta sugli italiani?

“Il problema non sono le tasse. Il problema sono gli investimenti e il modo in cui si organizza la produzione. La vera questione energetica è che, nel lungo periodo, le risorse fossili tenderanno a ridursi. Se dovessero aggravarsi tensioni geopolitiche come quelle legate allo Stretto di Hormuz, potrebbero emergere problemi di approvvigionamento del gas.

Non è tanto una questione di oscillazioni dei prezzi, che nella storia dell’energia ci sono sempre state. Il punto è garantire la disponibilità delle risorse e mantenere i prezzi entro limiti ragionevoli”.

L’Ocse vede un’economia vulnerabile agli shock energetici: è una questione di scelte sbagliate o di limiti strutturali del Paese?

“Le economie sono sempre vulnerabili agli shock energetici. Guerre e crisi geopolitiche, come quella in Ucraina o le tensioni che coinvolgono il Medio Oriente e lo Stretto di Hormuz, hanno effetti inevitabili sui mercati dell’energia. L’unica soluzione strutturale sarebbe dotarsi di un sistema nucleare adeguato. Tuttavia, anche iniziando oggi, i risultati si vedrebbero soltanto tra molti anni.

Nel frattempo, se dovessero ripetersi crisi energetiche di grande portata, potremmo ritrovarci in situazioni simili a quelle degli anni Settanta: periodi di forte risparmio energetico, limitazioni nei consumi, difficoltà nei trasporti e problemi nelle catene di approvvigionamento.

Se si continuano a ripetere gli stessi errori, con ostinazione e senza comprendere le lezioni della storia, si rischia di ritrovarsi nelle stesse condizioni del passato. Chi non conosce la storia, in fondo, non conosce nulla”.

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