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Il premio Neri Pozza che è stato assegnato lo scorso anno a Giuseppe Fusari è un riconoscimento letterario di prim’ordine perché pur rivolgendosi alle opere di autori esordienti deriva dall’attività editoriale di una casa editrice di primissimo piano in Italia. La casa editrice omonima, che lo promuove dall’anno del centenario della nascita di Neri Pozza partigiano, scrittore, editore ma anche esperto di arte e collezionista, è una casa editrice di grande importanza. Il premio è biennale e lo ha vinto il prof. Don Giuseppe Fusari con il suo primo romanzo ‘La regola dell’arte’ (2025) che poi dalla prima edizione ha cambiato titolo. La storia è ambientata nel giugno del 2018 e si apre con un incipit d’impatto: ‘I morti non mi sono mai piaciuti, soprattutto quelli ammazzati.’ La vicenda raccontata da Don Fusari, vincitore del ‘Riconoscimento speciale alla carriera Luigi Catta’ 2027 in seno al nostro Premio La Tore, prende il via con il ritrovamento del cadavere di Riccardo Mazza, un famosissimo storico dell’arte di livello internazionale. Il suo corpo viene rinvenuto sotto un albero con la testa sfondata, proprio il giorno successivo all’inaugurazione di una grande e importante mostra da lui curata. Il caso viene affidato al commissario Amedeo Alessandri. L’indagine assume subito una piega molto personale ed emotiva: Alessandri aveva stretto la mano alla vittima la sera prima ma, soprattutto, il commissario è figlio di un altro celebre storico dell’arte scomparso vent’anni prima. Questo lo costringe a immergersi nuovamente in un ambiente che sperava di essersi lasciato alle spalle. Tra le pagine del giallo l’autore Don Fusari mescola sapientemente le sue passioni personali, unendo il mondo dei delitti e dell’arte a elementi di bodybuilding e cultura pop. Il manoscritto (inizialmente come già detto intitolato ‘La regola dell’arte’) è rimasto nel cassetto per circa due anni prima della vittoria del premio Neri Pozza. Don Fusari ha iniziato a svilupparlo partecipando a un laboratorio annuale di scrittura della ‘Bottega di narrazione’. L’ispirazione per l’incipit e per il carattere del commissario è nata in modo inatteso dopo la lettura di un libro dello scrittore americano Don Winslow. Don Giuseppe Fusari (classe 1966) è una figura poliedrica e molto nota: è un sacerdote della diocesi di Brescia, docente di Storia dell’arte italiana all’ Università Cattolica del Sacro Cuore ed ex direttore del Museo Diocesano. È inoltre un vero e proprio ‘prete influencer’, seguito da oltre sessantamila follower su Instagram, dove condivide contenuti di divulgazione culturale e arte. Nonostante abbia già all’attivo molte pubblicazioni di carattere storico, spirituale e artistico, ‘I morti non mi sono mai piaciuti’ rappresenta il suo fortunato debutto nel mondo della narrativa di finzione. Nel romanzo di Don Giuseppe Fusari, la storia dell’ arte non è un semplice sfondo decorativo, ma rappresenta il motore immobile dell’intera vicenda, muovendo sia le azioni dei personaggi sia la struttura stessa del mistero. Ecco come il concetto di arte si sviluppa e si intreccia profondamente all’interno del testo: il contrasto centrale del libro gioca sulla frizione tra la sublime bellezza delle opere d’arte e la brutalità di un omicidio. La vittima viene uccisa subito dopo l’inaugurazione di una grande mostra. Questo suggerisce immediatamente al lettore che il motivo del delitto va cercato proprio nei segreti, nelle invidie o negli affari loschi che ruotano attorno al mercato e alla critica d’arte. Nel corso delle indagini, l’analisi delle opere, delle attribuzioni e delle collezioni diventa fondamentale per il commissario Alessandri. Decifrare il valore o i segreti di un dipinto equivale a decifrare la mente dell’assassino. Per il Commissario Alessandri che è il protagonista, l’arte è un trauma irrisolto. Essendo figlio di un celebre storico dell’arte scomparso vent’anni prima, l’ambiente delle gallerie e dei musei gli suscita un profondo rifiuto emotivo. Indagare sulla morte di Mazza lo costringe a fare i conti con il proprio passato e con la figura paterna. L’arte diventa quindi una chiave psicologica per comprendere il suo malessere e la sua evoluzione. Essendo il prof. Don Fusari un vero storico dell’arte ed ex direttore museale la descrizione degli ambienti, delle dinamiche accademiche e del collezionismo è estremamente autentica, ironica e priva di filtri. L’autore svela i retroscena di un mondo spesso idealizzato, mostrandone le ipocrisie, le rivalità feroci e i giochi di potere. Questo concetto si riflette nella scrittura stessa di Fusari, che applica al genere noir la precisione e il rigore di uno studioso. I dettagli storici sono precisi, ma vengono inseriti con un ritmo serrato, tipico del thriller contemporaneo. L’arte alta (i dipinti antichi, i musei) dialoga costantemente con la ‘cultura pop’ e la modernità (il bodybuilding, la musica, la vita quotidiana). Questa contaminazione demistifica l’idea dell’arte come qualcosa di polveroso, rendendola viva, accessibile e persino pericolosa. L’assegnazione a Don Giuseppe Fusari del ‘Riconoscimento Speciale alla carriera Luigi Catta’ all’interno del Premio Letterario La Tore Isola d’Elba offre una chiave di lettura perfetta per comprendere il suo peculiare modo di dedicarsi alla letteratura. Lungi dall’essere una contraddizione per un autore che ha appena pubblicato il suo romanzo d’esordio nella narrativa di finzione, questo premio alla carriera ne legittima l’approccio attraverso alcuni aspetti fondamentali: il Premio letterario La Tore non celebra Fusari unicamente come romanziere esordiente, ma premia la trasversalità e l’impatto sociale della sua intera figura. La sua dedizione alla scrittura non nasce dal nulla, egli ha alle spalle decine di pubblicazioni accademiche, saggi di storia dell’arte e scritti spirituali, a cui si affiancano gli anni da docente universitario e la direzione del ‘Museo Diocesano’. Il giallo ‘I morti non mi sono mai piaciuti’ rappresenta quindi la maturazione di questo percorso: la capacità di prendere un bagaglio di conoscenze enciclopediche e istituzionali e ‘tradurlo’ in una narrazione accessibile, avvincente e pop per il grande pubblico. Il romanzo diventa così uno strumento di indagine non solo su un delitto, ma sull’animo umano. La motivazione profonda di un premio simile risiede anche nel modo in cui Don Fusari interpreta la comunicazione contemporanea: dedicarsi alla letteratura, per lui, significa anche rompere le barriere dell’accademia ‘polverosa’. Il premio riconosce la sua rara capacità di unire la cattedra universitaria e le pagine di un libro al linguaggio dei social network, dove conta e contano decine di migliaia di follower. La sua scrittura riflette questo stile: è colta ma non elitaria, geometrica ma pop. Come pop è il nostro premio da sempre, ma nel senso più nobile ossia rifuggendo esso dai salotti ‘incipriati e impomatati’ di tanti eventi del genere e nutrendosi di Verità e di Amicizia. Vi sembra poco, di questi tempi?

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