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La Piazza 2026, Bisignani: “Il vero centro del potere è il Quirinale”
Che cos’è oggi il potere? E soprattutto, dove si nasconde? Sono le domande attorno a cui Barbara Politi ha costruito il faccia a faccia con Massimo Ponzellini e Luigi Bisignani sul palco de La Piazza 2026, la kermesse di Affaritaliani a Ceglie Messapica. Due protagonisti di lungo corso della vita economica e politica italiana, due «residuati della Prima Repubblica», come si definisce con autoironia lo stesso Bisignani, che davanti al pubblico pugliese consegnano una diagnosi convergente: il potere vero, quello costruito con fatica e pensiero, si è dissolto in qualcosa di più confuso ed effimero.
Ponzellini: «Il potere vero è entrare nelle persone, non l’apparire»
È Ponzellini a fissare per primo la distinzione di fondo. «Il potere è una conquista quotidiana, fatta di sacrifici, di esempi, di capacità, di lungimiranza», premette. «Quello che oggi succede è che il potere viene accarezzato e, diciamo così, abbagliato dalle sirene: l’apparire, il lusso, la capacità di avere e di muovere tanti soldi. Sono tutte forme di potere effimero. Il potere vero è riuscire a entrare nelle persone che ti stanno vicino, nelle aziende che comandi, negli affari che porti, nelle politiche che porti avanti: perché le conosci, perché le ami e perché ne sei parte. Questo è il potere».
Bisignani: «La politica non ragiona più, risponde solo alle emozioni»
Bisignani sposta il discorso sulla politica, e il quadro che disegna è impietoso. «Il guaio maggiore di questo tempo è che non c’è più un reale potere definito», osserva. «Soprattutto nella politica non esiste più alcun momento di riflessione. L’esplosione digitale ha fatto sì che la politica non ragionasse più: nella Seconda e nella Terza Repubblica, quella di oggi, esiste un centro decisionale fatto da poche persone e il Parlamento è stato completamente esautorato».
Il confronto con la Prima Repubblica è esplicito e rivendicato: «Massimo ed io siamo un po’ dei residuati della Prima Repubblica. Io sono un andreottiano non pentito, Massimo un prodiano non pentito — tanto che Prodi è ancora sulla scena. Ma purtroppo non esiste più la funzione dei partiti, che erano fondamentali per la gestione del potere e della democrazia. Quello che manca oggi è esattamente questo: il momento di riflessione. Le chat, tutto il mondo digitale, hanno fatto sì che la politica risponda soltanto alle emozioni, e nelle emozioni non c’è nessuna elaborazione del pensiero. Questo, secondo me, è il male peggiore per far andare avanti un Paese».
Un processo, aggiunge, che avanza senza regole: «Il dibattito sulla legge elettorale è un dibattito abbastanza assurdo, i cittadini sono completamente tagliati fuori. La legislatura sta finendo, e il potere di oggi è in gran parte la confusione».
Lo stipendio «dignitoso» e i manager delle stock option
Ma come si sta “sul pezzo”, chiede Politi, in un mondo che cambia a questa velocità? Ponzellini risponde partendo dal denaro, il cui peso «è aumentato a dismisura». E lo fa con un aneddoto d’altri tempi: «Quando fu fatta l’Enel, il primo presidente, il professor Arnaldo Maria Angelini, si fece fissare lo stipendio circa diciotto mesi dopo essere stato nominato, dicendo ai consiglieri: lascio al vostro cuore e alla vostra intelligenza il compito di darmi uno stipendio dignitoso. Lo chiamò così: dignitoso. Poco più di un professore universitario. Oggi i manager dello Stato, quando vengono chiamati al ministero, la prima cosa che chiedono è quanto guadagnano e quante sono le stock option. Si è perso il concetto di servire lo Stato, di servire un’idea, di guidare un gruppo di persone: che è il vero privilegio di stare sul pezzo».
Il secondo nodo sono le regole, «diventate troppo complicate per poter essere seguite» e trasformate in un’arma: «È il mio mestiere: quando voglio conquistare un’azienda o fare un affare, incarico i miei avvocati non di guardare come quell’azienda può andare bene o migliorare, ma di cercare tutti gli errori che ha fatto, per battere su quelli e mandare via chi c’è. Mancano le vere authority».
Ne discende, per Ponzellini, il paradosso italiano: «L’Italia non ha una politica industriale, ma ha i migliori imprenditori d’Europa, che è una cosa diversa: persone eroiche che, passando il cinquanta per cento del loro tempo a sfuggire alla burocrazia, alle regole e alle tasse, riescono a portare avanti le imprese». E la via d’uscita, a suo giudizio, passa da Bruxelles: «Il vero problema è che la politica industriale del Paese, e in particolare del Mezzogiorno, deve trovare un’Europa aperta al Mediterraneo e non al Nord Europa, come è stata fino a poco tempo fa. La fine della capacità di agire dell’Europa fu il processo di Barcellona, quando l’idea di un’Europa basata sul Mediterraneo — dove passa il quaranta per cento dei traffici mondiali, dove c’è sviluppo economico, dove ci sono le fonti energetiche e popolazioni che potrebbero lavorare e integrarsi con noi — fu di fatto affossata dal voto contrario di Francia e Germania. Così si è lasciato il Sud del Paese senza il suo sfogo più importante, il Mediterraneo».
«Il vero centro di potere? Il Quirinale. E la democrazia è in crisi»
Tocca a Bisignani rispondere alla domanda diretta: tra burocrazia, banche e tecnologia, qual è il potere vero in Italia? «In Italia oggi ci sono pochi centri di potere», risponde. «Un potere centrale di cui si parla pochissimo è la Presidenza della Repubblica: il fatto di aver confermato Mattarella, un grande presidente, ha fatto sì che lì ci sia un vero centro di potere del quale nessuno parla».
Poi il giudizio sull’esecutivo: «Questo governo è molto accentratore, non c’è più collegialità. E questo grazie a una presidente sicuramente molto forte come Giorgia Meloni, che però non ha saputo aprire le porte e allargare il suo consenso, e ha finito per concentrare in sé il potere. Il Consiglio dei ministri non è più un luogo di dibattito e il Parlamento, ormai l’abbiamo visto, praticamente non esiste».
Scomparsi anche i contrappesi di un tempo: «Non esistono più nemmeno i famosi salotti buoni, e le banche, come sappiamo, parlano ormai inglese: sono grandi banche internazionali. Quanto al potere dell’informazione, lo trovo molto effimero, perché è troppo settario: il giornalismo d’inchiesta, di cui in questi giorni si parla molto, è sempre un giornalismo con una direzione. E anche questo è un male per la democrazia».
La chiusura è la sintesi amara dell’intero dialogo: «Questo è un momento in cui la democrazia, così come l’abbiamo concepita fino ad adesso, è in grave crisi».
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