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Energia, fisco, Ilva e casa: a Ceglie Messapica la politica si misura con il futuro dell’industria italiana
Il futuro dell’industria italiana passa da tre nodi che tornano, intrecciandosi, in ogni intervento: il costo dell’energia, la certezza delle regole e il destino dell’ex Ilva di Taranto. È il filo rosso del dibattito moderato da Mimmo Mazza, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, sul palco della nona edizione de La Piazza – Il bene comune, la kermesse di Affaritaliani a Ceglie Messapica, che ha messo a confronto Luigi Marattin, Antonio Misiani, Stefano Patuanelli, Dario Iaia, Ferdinando Boccia ed Edoardo Vernazza.
L’energia, prima di tutto
Ad aprire il fronte è Luigi Marattin, che lega senza mezzi termini la crisi di competitività dell’industria al prezzo dell’elettricità. «Con il costo dell’energia che abbiamo in Italia l’industria fa molta fatica ad andare avanti», premette. E la causa, per lui, è una scelta di quarant’anni fa: «Penso che l’unico modo per produrre energia elettrica che rispetti allo stesso tempo tre condizioni – costare poco, non inquinare e non renderci dipendenti da quello che accade nel Golfo Persico o in Ucraina – sia averla generata un po’ dalle fonti rinnovabili e un po’ dal nucleare. Questo non accade perché quarant’anni fa decidemmo, con la prima vera enfasi del populismo, di rinunciare all’atomo. Di industria in Italia non possiamo parlare finché non riportiamo il costo dell’energia a un livello sostenibile».
Sulla dipendenza energetica insiste anche Antonio Misiani, per il quale sulla riduzione della dipendenza del Paese dai combustibili fossili «non è stato fatto abbastanza: c’è stata troppa timidezza, scelte contraddittorie, e oggi siamo il Paese europeo più esposto a quello che sta accadendo». Il conto, ricorda il parlamentare dem, lo pagano famiglie e imprese: «Quando andiamo a fare benzina o gasolio troviamo il due davanti al prezzo, per non parlare delle bollette: è stato stimato in 12 miliardi di euro il costo in più delle bollette da marzo in avanti, da quando è iniziata questa guerra sciagurata».
Lo Stato: farne di meno o farne di più?
È sulla ricetta che le strade si dividono. Marattin, con la campagna elettorale ormai alle porte e una legge di bilancio che «potrà fare poco», rivendica una posizione controcorrente: «Il mio partito è un partito strano, perché è uno dei pochi, forse l’unico, che dice che in Italia non c’è bisogno che lo Stato faccia di più: c’è bisogno che lo Stato faccia di meno. Le attività economiche, comprese quelle industriali, fioriscono se gli imprenditori hanno certezze e semplicità. Noi abbiamo un sistema fiscale che ha più di cinquant’anni, un manuale di istruzioni di 646 pagine, e che cambia ogni anno, con ogni legge di bilancio, con ogni decreto milleproroghe».
Da qui la proposta, «un po’ radicale», di azzerare deduzioni e detrazioni – «io spendo in bicchieri e mi detraggo il 19%: buttiamo via tutto» – per investire quelle risorse in un sistema più semplice, misurato con quello che chiama «il test del bambino di otto anni»: «Portiamo un bambino di otto anni su un palco come questo e gli spieghiamo il fisco: tu guadagni 100, deduci 20 perché 20 è quello che ti serve per vivere e lo Stato non tassa quello che ti serve per vivere, ti rimangono 80 e su quegli 80 applichiamo tre aliquote. Se il bambino lo capisce, lo facciamo. Se non lo capisce, non lo facciamo. Lo Stato non deve fare di più: deve fare meno, ma soprattutto deve fare meglio».
Di segno opposto la lettura di Stefano Patuanelli, ex ministro dello Sviluppo economico, che non risparmia critiche all’esecutivo: «Faccio un po’ di difficoltà a commentare la politica industriale di un governo che non ha avuto politica industriale, ma che non ha fatto neanche le cose che diceva Marattin. Da ex ministro speravo quasi che un governo di centrodestra facesse della semplificazione normativa e fiscale, della sburocratizzazione, un cavallo di battaglia: poteva avere un senso per l’industria. In realtà anche da questo punto di vista ha fatto molto, molto poco». I numeri, per il senatore, parlano da soli: «Siamo a una crescita sostanzialmente a zero, al terzultimo posto in Europa e al penultimo tra i Paesi più sviluppati dal punto di vista industriale. E la scarsa crescita, accompagnata da un debito di circa 3.150 miliardi, non consente di sostenere quel debito, perché lo si sostiene soltanto attraverso la crescita». La prima misura che rimetterebbe in campo è Transizione 4.0: «Il sistema di credito d’imposta che avevamo creato nel 2020 è stato un volano per gli investimenti in innovazione e digitalizzazione anche delle piccole e medie imprese, che con gli ammortamenti riescono molto meno ad accedere a quel tipo di sostegno pubblico. Reintrodurlo serve al necessario balzo di produttività e competitività che l’industria italiana deve fare».
Il nodo Taranto
Inevitabile il passaggio sull’ex Ilva. Patuanelli rivendica l’impostazione della sua stagione di governo: «Credo sia stato un errore abbandonare completamente il progetto che avevo messo in campo durante il governo Conte due, con un accordo di coinvestimento che prevedeva una crescita progressiva della presenza dello Stato». Sul decreto varato in giornata, atteso in Senato, sospende il giudizio, ma apre alla novità che arriva dal mondo dell’acciaio: «Guardo con interesse la proposta che Federacciai mette assieme ai grandi acciaieri italiani, per la prima volta insieme anche Arvedi e Marcegaglia, che non è una cosa semplice: c’è una prima valutazione sull’eventualità di proseguire in un investimento a Taranto. La seguiremo con attenzione, anche dall’opposizione».
A difendere l’azione del governo è Dario Iaia, da circa un anno commissario unico del Cis Taranto, il contratto istituzionale di sviluppo sottoscritto nel 2015: «Quando mi sono insediato il Cis aveva un residuo di circa 850 milioni di euro su una dotazione iniziale di un miliardo e mezzo: in dieci anni si erano spesi poco più di 500 milioni. Il mio compito è accelerare». Due i pilastri: le bonifiche – «la situazione del Mar Piccolo è assolutamente da attenzionare: proprio qualche giorno fa, con il commissario per le bonifiche, abbiamo impegnato 500mila euro per bonificare un’area importante da baracche, rifiuti e detriti edili» – e gli interventi urbanistici per la riqualificazione della città vecchia, dalle colonne doriche alle mura aragonesi, da via Duomo alla chiesa di San Domenico, «gare in gran parte concluse e aggiudicate».
Sull’acciaieria, Iaia rivendica il sostegno pubblico: «In questi anni il governo ha garantito la continuità produttiva: senza le risorse dello Stato sarebbe stato impossibile pagare gli stipendi ai lavoratori e le aziende dell’indotto, per le quali siamo intervenuti con 120 milioni nel 2024». E sulla decarbonizzazione invita al realismo: «Siamo convinti che bisogna andare convintamente nella direzione dei forni elettrici, però dobbiamo essere concreti: serve il gas, e bisogna capire se le condotte di Snam sono sufficienti o se è opportuno parlare anche del posizionamento di una nave rigassificatrice nel porto di Taranto, come avviene a Malta. Possiamo avere tutte le fantasie di questo mondo, ma quando parliamo di politiche industriali dobbiamo confrontarci con la difesa dell’occupazione, diretta e dell’indotto, e con le questioni ambientali, perché Taranto è una città che ha pagato tanto e pretende una transizione reale».
Le casse di previdenza, un motore da 130 miliardi
Che il rilancio industriale non sia solo affare dello Stato lo ricorda Ferdinando Boccia, voce delle casse di previdenza dei professionisti: «Sono enti complessi: da un lato lo scopo statutario è pagare le pensioni e prestare assistenza a 1.600.000 professionisti iscritti alle casse aderenti all’AdEPP, ai quali si aggiungono circa un milione e centomila dipendenti, per un indotto complessivo di quattro milioni di persone. Dall’altro sostengono i redditi e lo sviluppo delle professioni con misure di welfare strategico che finanziano la crescita degli studi: intelligenza artificiale, applicativi, cloud».
E poi ci sono gli investimenti, perché le casse hanno anche un ruolo di sviluppo economico: «La Cassa dei dottori commercialisti, per esempio, incassa ogni anno circa un miliardo e 300 milioni di contributi che deve investire. Circa il 40% del patrimonio delle casse – parliamo di 130 miliardi – è investito nel sistema Paese. Quando ci viene detto che dovremmo fare ancora di più, io dico una cosa diversa: il 40% solo in Italia, nell’equilibrio tra rischio e rendimento, è già una percentuale altissima. Bisogna semmai investire in maniera strategica: sedersi a un tavolo con il governo e definire gli obiettivi della nazione, come la transizione digitale, i data center, la cybersecurity, perché oggi le infrastrutture non sono solo fisiche ma anche tecnologiche». Non senza una richiesta: «Serve che anche lo Stato faccia qualcosa verso le casse: la previsione della delega fiscale del 2023 sull’abbattimento della tassazione sui rendimenti dal 26 al 20% scade a fine agosto. Non so se il governo intenda prorogarla, ma poteva servire a liberare risorse da investire nel welfare e nel sistema Paese. Non possiamo sostituirci allo Stato, ma possiamo affiancarlo».
I giovani costruttori: casa e prevenzione, le vere priorità
A chiudere il cerchio è Edoardo Vernazza, in rappresentanza dei giovani costruttori, che riporta il discorso sul terreno concreto della programmazione: «La voglia di cambiare c’è, ed è tanta, ma quando in un Paese l’imprenditore rischia di perdere l’entusiasmo perché non riesce a programmare è un problema: tantissime aziende fondate e amministrate da under 35 chiudono, spariscono o se ne vanno all’estero. Abbiamo vissuto cinque anni con investimenti per oltre 130 miliardi, per il 50% derivanti dal Pnrr, ma venivamo da oltre dieci anni di crollo degli investimenti. Questa politica delle montagne russe non aiuta: l’impresa è propensa al rischio, ma pianifica, analizza, valuta; senza una programmazione almeno di medio termine si mina da subito la capacità dell’azienda di investire, assumere e strutturarsi. Chiediamo una politica che traguardi almeno cinque-dieci anni».
Le priorità, per i giovani dell’edilizia, sono due. La prima è la casa: «Oggi la casa è un lusso, mentre dovrebbe essere un diritto. Esiste un mismatch pauroso tra l’offerta di lavoro di determinate città e l’offerta di case o posti letto: un centro urbano che non risponde a questa esigenza non ha nemmeno la capacità di crescere, perché non troverà lavoratori disposti a trasferirsi. Servono incentivi economici, fiscali, volumetrici, ma banalmente anche una semplificazione delle norme urbanistiche che permetta gli sviluppi immobiliari». La seconda è la prevenzione: «Oggi spendiamo miliardi per ripristinare i danni delle catastrofi, quando potremmo investire miliardi per prevenirle: è una follia. Auspichiamo che su queste due direttrici – la casa e la mitigazione del rischio sismico e idrogeologico – il governo, o i privati con strumenti come il partenariato pubblico-privato, investano miliardi per il futuro. Per la prossima generazione».
Rinnovo Patente? Facile ed Economico
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