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Da Linda Del Bono

Ci sono temi sui quali credo sia necessario andare oltre le appartenenze politiche e ritrovare il senso più profondo della responsabilità collettiva: l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole è uno di questi.

Scrivo questo invito come donna, madre, cittadina e docente,  quattro dimensioni della mia vita che, mi ricordano quotidianamente quanto sia importante sostenere e accompagnare le nuove generazioni nella crescita, anche tramite l’offerta di opportunità di conoscenza e strumenti per poter gradualmente e liberamente sviluppare capacità critica ed autodeterminazione.

In virtù di quanto premesso, invito la cittadinanza a  sostenere la raccolta firme per il referendum che chiede l’abrogazione della Legge 9 giugno 2026, n. 104, in materia di consenso informato per le attività scolastiche riguardanti sessualità e affettività.

È importante chiarire fin dall’inizio un aspetto: questa iniziativa non è promossa da un partito; il referendum abrogativo è promosso dal Comitato «Sì Educazione Affettiva nelle scuole», composto da promotori indipendenti e attivisti, un carattere quindi trasversale che non chiede di abbandonare le proprie convinzioni politiche, culturali o personali bensì di interrogarsi insieme su quale debba essere il ruolo della scuola e su quali strumenti vogliamo e dobbiamo mettere a disposizione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Entrando nel dettaglio, la Legge 104/2026, entrata in vigore in sordina il 7 luglio,  introduce vincoli che riguardano le attività scolastiche sulla sessualità e sull’affettività: nella scuola dell’infanzia e primaria vengono escluse le attività riguardanti la sessualità; nella scuola secondaria viene previsto il consenso informato preventivo scritto dei genitori per le attività che riguardano la sessualità, insieme alla predisposizione di attività formative alternative per gli studenti che non partecipano.

Ma cos’è esattamente questa educazione sessuale rivolta ai bambini e alle bambine?

In troppi ne parlano senza saperlo; in tanti, docenti e pedagogisti, possiamo occuparcene in quanto persone professionalmente formate per farlo. Parlare di educazione sessuale nella scuola dell’infanzia e nella primaria non significa parlare di pornografia o proporre contenuti sessualmente espliciti: significa accompagnare bambine e bambini, con linguaggio e strumenti adeguati alla loro età,  nella cura di sé, nella conoscenza del proprio corpo e del rispetto dei suoi confini e dei confini degli altri; significa esplorare e riconoscere le emozioni, e purtroppo  anche insegnare a riconoscere situazioni inappropriate, molestie e a saper chiedere aiuto.

La domanda che dobbiamo porci è semplice: pensiamo davvero che educare al consenso, al rispetto, alle relazioni e alla prevenzione della violenza sia qualcosa da evitare o che la scuola possa fare soltanto a discrezione della famiglia?

Io credo di no. La scuola e la famiglia sono entrambe agenzie educative fondamentali, ma non hanno lo stesso ruolo: la famiglia trasmette valori, convinzioni, sensibilità e visioni del mondo; la scuola pubblica, laica e pluralista ha invece il compito di garantire a ogni studente e studentessa l’accesso alla conoscenza.

Questa prospettiva è riconosciuta dal 2010 anche dagli “Standard dell’OMS Europa per l’educazione sessuale”: 19 Paesi dell’Unione Europea su 27  la prevedono obbligatoriamente nei percorsi scolastici ed  è considerata uno strumento di educazione alla salute, al benessere e alla prevenzione.

Affrontare liberamente, senza il vincolo limitante e discrezionale dell’ autorizzazione familiare, significa fornire a tutte e tutti strumenti per riconoscere situazioni di violenza, discriminazione e abuso, e Dio solo sa quanto ce n’è ancora tanto bisogno!

Per questo rivolgo un appello a tutte le forze politiche, senza distinzione di appartenenza. Questo importante referendum abrogativo dovrebbe poter essere sostenuto da chiunque condivida l’idea di una scuola capace di educare al rispetto, alla consapevolezza e alla libertà.

L’attenzione che richiedo non può fermarsi alla politica ed  è rivolta anche alle istituzioni educative e a tutte le persone che vi operano: dirigenti scolastici, docenti, personale tecnico ausiliario, educatrici ed educatori, pedagogisti, psicologi e tutte le professionalità che ogni giorno accompagnano la crescita dei nostri giovani.

Mi rivolgo anche alle comunità religiose e a tutti gli operatori pastorali, a chi, attraverso la propria esperienza e il proprio impegno educativo, accompagna bambini, ragazzi e giovani nella crescita: anche da prospettive culturali e spirituali diverse occorre sul terreno comune della cura e della protezione delle nuove generazioni.

Mi appello a tutte le organizzazioni sindacali affinché prendano posizione e sostengano una rapida discussione pubblica su questo tema.

Per concludere, mi rivolgo naturalmente a cittadine e cittadini, genitori e giovani cittadini maggiorenni.

La raccolta firme è stata organizzata esclusivamente in modalità online per una scelta del Comitato promotore che ha spiegato che non sono previsti moduli cartacei, sia per i tempi stretti sia per motivi ambientali, proponendo una soluzione interamente digitale: attraverso il QR code presente sul sito dell’iniziativa è possibile accedere alla procedura e firmare online mediante SPID o CIE.

La scadenza è fissata al 30 settembre, oggi  27 agosto  le firme raggiunte sono 269.603 su 500.000: il 53% del quorum necessario.

Siamo dunque oltre la metà del percorso, ma mancano ancora più di 230.000 firme ed è per questo che ogni firma conta. E conterà anche ogni persona che deciderà di parlarne, condividere l’informazione, coinvolgere altre persone e contribuire a far conoscere l’iniziativa.

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