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I regimi autocratici stanno diventando ancora più autocratici. E i paesi che un tempo erano considerati democrazie stabili, compresi gli Stati Uniti, stanno vacillando e regredendo. Le motivazioni

Mentre si trovava in prigione nel 1930, all’inizio di un decennio fatale, l’intellettuale politico antifascista Antonio Gramsci scrisse: «La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere; in questo interregno si manifesta una grande varietà di sintomi morbosi». Gramsci scriveva di un’epoca precedente, ma coglie in modo conciso l’essenza del dilemma al centro del dibattito odierno sul futuro della grande strategia statunitense. Il vecchio ordine mondiale sta svanendo, il prossimo ordine mondiale deve ancora essere immaginato e il conseguente interregno sta producendo una vasta gamma di sintomi morbosi.

La crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, la guerra della Russia contro l’Ucraina, l’attacco israelo-americano contro l’Iran che si è esteso a un conflitto regionale, le guerre in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo: la competizione tra le grandi potenze è tornata e gravi conflitti affliggono molte parti del globo. I mercati interdipendenti e globalizzati emersi dopo la Guerra Fredda si stanno sgretolando, soccombendo al disaccoppiamento strategico e alle barriere protezionistiche. Il mondo sta diventando decisamente meno libero. I regimi autocratici stanno diventando ancora più autocratici. E i paesi che un tempo erano considerati democrazie stabili, compresi gli Stati Uniti, stanno vacillando e regredendo. In gran parte del mondo democratico, il centro politico non regge.

Il più conosciuto, prestigioso e influente think tank americano quanto a strategia e preparazione geopolitica è oggi il Council on Foreign Relations, che si avvale di studiosi ed analisti di esperienza e calibro, come il Prof. Charles Kupchan, senior del pensatoio statunitense C.F.R. e professore di affari internazionali alla Georgetown University nella Walsh School of Foreign Service and Department of Government.

Questi sintomi morbosi, insieme ad altri sviluppi destabilizzanti, sono il prodotto di due cambiamenti tettonici che stanno spingendo il mondo in un interregno gramsciano. Uno è una ridistribuzione del potere globale, che porrà fine al lungo periodo di egemonia materiale e ideologica dell’Occidente. Dopo la fine della Guerra Fredda, le economie degli Stati Uniti e dei loro alleati democratici rappresentavano quasi il 70% del PIL mondiale. All’inizio del XXI secolo, le prime cinque economie mondiali erano Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito e Francia.

Ma il potere si sta rapidamente spostando da Ovest a Est e da Nord a Sud – riconosce il CFR. Entro il 2060, la produzione economica complessiva delle democrazie occidentali rappresenterà meno del 40% del PIL globale. Nella seconda metà del XXI secolo, tre delle quattro maggiori economie mondiali saranno probabilmente in Asia: Cina, India e Indonesia.

Entro il 2100, si prevede che oltre l’80% della popolazione mondiale sarà africana o asiatica. A quel tempo, si prevede che l’Europa, le cui grandi potenze un tempo colonizzarono gran parte del mondo, rappresenterà circa il 10% del PIL globale. “Ci attende un mondo decentrato e multipolare” – sostiene il noto analista statunitense.

L’era industriale sta cedendo il passo a quella digitale

Il secondo cambiamento epocale è che l’era industriale sta rapidamente cedendo il passo all’era digitale, con l’automazione e le tecnologie in continua evoluzione che trasformano i mercati del lavoro e minano il contratto sociale dell’era industriale. Sebbene il libero scambio abbia peggiorato la situazione, il cambiamento tecnologico è il principale motore dello sconvolgimento socio economico che colpisce la classe media e spinge i lavoratori da impieghi ben retribuiti nel settore manifatturiero a lavori a basso salario nel settore dei servizi.

Negli Stati Uniti, molti lavoratori faticano ad arrivare a fine mese e vedono poche opportunità di ascesa sociale. Anche la disuguaglianza è in forte aumento: il 10% delle famiglie americane più ricche possiede ora oltre due terzi della ricchezza totale del Paese, mentre l’1% più ricco ne detiene il 31%, solo leggermente meno del 90% delle famiglie statunitensi con i redditi più bassi.

Queste tendenze stanno dividendo il Paese lungo linee socioeconomiche, educative e di distinzione tra aree rurali e urbane. E il problema è destinato a peggiorare. Le prime evidenze indicano che le aziende che integrano l’intelligenza artificiale nelle proprie attività riducono il numero complessivo dei dipendenti, suggerendo che una diffusione capillare dell’IA contribuirà più a sostituire la forza lavoro che ad ampliarla e arricchirla. L’avanzata dell’era digitale sta quindi erodendo la prosperità ampiamente condivisa e il centrismo ideologico che per lungo tempo hanno sostenuto la democrazia statunitense e stabilizzato la politica americana.

Questa situazione è quella che possiamo osservare simile anche nell’Unione Europea, ove, soprattutto nelle aree rurali e nelle periferie urbane, il malessere diffuso da questa situazione economica delicata e dall’immigrazione di massa, divenuta incontrollabile, porta alla protesta collettiva anti – Sistema del voto a movimenti di estrema destra, quali AfD in Germania, RN in Francia, Vox in Spagna, FdI e FN in Italia, Farage in Inghilterra. Anche in Europa stanno avanzando i programmi di IA, ma ancora non sono funzionali ad un cambio di rotta che impedisca la frattura sociale e la sostituzione dei lavoratori.

L’ascesa politica di Trump ha rappresentato la reazione elettorale contro un establishment politico statunitense che ha gestito male la diffusione del potere e si è dimostrato ppoco sensibile alle difficoltà di milioni di americani, lasciati indietro dall’automazione e dalla globalizzazione. Stessa cosa avviene qui da noi, con un decennio di ritardo, verso la destra populista.

Trump sta facendo ben poco per costruire il nuovo ordine. Il suo unilateralismo, anziché incanalare e plasmare la diffusione del potere, sta mettendo a disagio alleati e avversari, amplificando le forze centrifughe che alimentano l’instabilità internazionale. I suoi dazi non riescono a riportare in patria i posti di lavoro nel settore manifatturiero e, al contrario, stanno sconvolgendo il commercio internazionale e aggravando la crisi del costo della vita che affligge i lavoratori americani.

Se la grande strategia statunitense vuole essere all’altezza della situazione attuale, deve concentrarsi sulla gestione di entrambi i cambiamenti epocali in atto. Secondo il Professore del CFR “Washington dovrebbe guardare oltre l’orizzonte e ancorare la transizione verso un mondo decentrato e multipolare. Il prossimo ordine dovrà essere pluralistico e facilitare esplicitamente la cooperazione al di là delle divisioni ideologiche e geopolitiche”.

Le democrazie dovranno competere con rispetto nel mercato delle idee con i paesi che aderiscono a forme di governo alternative. Cina, Russia e altre autocrazie dovranno convivere pacificamente, con le democrazie liberali. “Tutti i paesi dovranno tollerare le differenze di valori e di governo per dare priorità all’ampia cooperazione necessaria a domare la rivalità tra le grandi potenze, arrestare il cambiamento climatico, gestire il progresso tecnologico e affrontare altre sfide globali”.

La seconda priorità assoluta per gli Stati Uniti è quella di elaborare un nuovo contratto sociale per l’era digitale. La reindustrializzazione è un’illusione. La promessa ripresa del settore manifatturiero, ottenuta grazie a dazi e politiche industriali, non si avvicinerà nemmeno lontanamente all’occupazione di una parte consistente della forza lavoro statunitense, la maggior parte della quale è già impiegata nel settore dei servizi. Al contrario, gli Stati Uniti e le altre democrazie in fase di deindustrializzazione devono delineare il futuro del lavoro nell’era digitale e formare i cittadini per le professioni del futuro. Ricostruire la classe media e rivitalizzare il centro politico è il punto di partenza per la rinascita della democrazia liberale.

Il ritorno delle democrazie liberali, per quanto sia sempre più problematico, è un forte tallone d’Achille, ma se si riprendesse, conferirebbe loro la funzionalità e lo scopo necessari per ancorare la transizione verso un nuovo ordine internazionale. “Una ripresa politica permetterebbe inoltre alle democrazie di superare le autocrazie in termini di servizi offerti ai propri cittadini.

In un periodo di immense fluttuazioni geopolitiche e ideologiche, le democrazie devono mettere ordine al proprio interno se vogliono prevalere sulle alternative autocratiche e orientare nuovamente la storia verso una maggiore libertà e giustizia” – secondo il Prof. Kupchan – che non tiene in considerazione il fatto che il multipolarismo, nell’ottica BRICS+ serve proprio ad evitare che le democrazie liberali torni ad esercitare quel potere di controllo e orientamento, per cui vi sono conflitti economici, tecnologici e militari in corso.

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