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Vladimir Putin avrebbe fissato come obiettivo militare per il 2026 il collasso dell’Unione europea e della Nato dall’interno. È quanto rivela un’inchiesta del New York Times sulle interferenze russe in Moldavia, basata su interviste con attivisti coinvolti nelle iniziative di Mosca, alti funzionari delle forze dell’ordine e della sicurezza moldave, e più di una mezza dozzina di funzionari dell’intelligence europea e americana. Secondo la ricostruzione del quotidiano americano, poco dopo la riunione allargata del Consiglio del ministero della Difesa russo, nel dicembre 2025, Putin avrebbe tenuto un briefing riservato con i comandanti militari, annunciando che l’obiettivo per l’anno in corso era “il collasso della Nato e dell’Ue dall’interno”. Una dichiarazione che stride con quanto affermato pubblicamente dallo stesso Putin proprio in quello stesso mese, quando aveva liquidato come “bugie, assurdità” e “isteria” le accuse di una minaccia russa ai Paesi europei. Nella strategia delineata durante il briefing, la Moldavia avrebbe dovuto giocare un ruolo centrale nel raggiungimento dell’obiettivo, secondo quanto riportato dal Nyt.
Le priorità del Cremlino
Stando alle valutazioni dei funzionari dell’intelligence occidentale sentiti dal quotidiano, nella gerarchia delle priorità di Mosca la conquista dell’Ucraina resta l’obiettivo primario, mentre la presa di controllo della Moldavia si colloca al secondo posto. Pur non facendo parte né dell’Unione europea né dell’Alleanza atlantica, il piccolo Paese ha una posizione strategicamente cruciale, stretto tra i confini della Nato e quelli dell’Ucraina. Secondo le fonti citate dal Nyt, la Moldavia rappresenterebbe agli occhi del Cremlino un trampolino di lancio ideale per ulteriori aggressioni contro l’Ucraina o l’Occidente. Putin, sempre secondo queste ricostruzioni, punterebbe ancora a impadronirsi dell’Ucraina meridionale per creare un corridoio terrestre in grado di collegare i territori occupati fino alla stessa Moldavia.
L’inchiesta si inserisce in un contesto di interferenze russe contro Chisinau che si trascina ormai da tempo. La presidente moldava Maia Sandu, rieletta per un secondo mandato nel novembre 2024 nonostante quelle che l’intelligence locale aveva definito “massicce interferenze” russe, ha più volte denunciato pubblicamente i tentativi del Cremlino di destabilizzare il Paese attraverso una combinazione di attacchi informatici, manipolazione della Chiesa ortodossa, riciclaggio di denaro e campagne di disinformazione. Anche le elezioni parlamentari del settembre 2025 erano state accompagnate da una vasta operazione di ingerenza: le autorità moldave avevano denunciato tentativi di comprare centinaia di migliaia di voti e diffuso false accuse contro la stessa Sandu attraverso reti di bot e siti che imitavano testate giornalistiche legittime. Un quadro che, alla luce delle rivelazioni del New York Times, assumerebbe ora i contorni di una strategia militare esplicitamente pianificata al vertice del Cremlino, e non solo di una serie di iniziative isolate.
“201 civili russi uccisi a luglio dagli attacchi ucraini”
Sul fronte opposto della narrazione, Mosca continua a denunciare un bilancio di vittime civili legato agli attacchi ucraini. Secondo un rapporto di Rodion Miroshnik, inviato speciale del ministero degli Esteri russo, riportato dall’agenzia di stampa Tass, almeno 201 civili russi sarebbero stati uccisi e altri 1.441 feriti nel mese di luglio, a causa di attacchi ucraini sia sul territorio russo sia nelle regioni ucraine annesse da Mosca nel 2022. Secondo il diplomatico, oltre il 90% delle vittime del mese sarebbe riconducibile ad attacchi di droni, un uso “crescente” che Miroshnik attribuisce direttamente ai finanziamenti dell’Unione europea per l’acquisto di droni da parte di Kiev, in particolare al prestito da 90 miliardi di euro concesso da Bruxelles per la “militarizzazione” ucraina.
Sempre secondo il rapporto russo, il numero di civili feriti sarebbe quadruplicato dall’inizio dell’anno, passando da 387 casi a gennaio a 1.739 a luglio, per una media giornaliera di sette morti e 49 feriti. Le regioni più colpite risulterebbero quelle di confine di Belgorod e Kursk, rispettivamente il 30,16% e il 20,57% degli attacchi totali, seguite dalla regione ucraina annessa di Kherson (16,77%); nel complesso, secondo Mosca, gli attacchi ucraini avrebbero colpito 41 regioni russe, anche lontane dalla linea del fronte.
Un dato che, secondo il rapporto, troverebbe conferma anche nelle rilevazioni del progetto indipendente russo Conflict Intelligence Team (Cit), che a luglio ha registrato complessivamente 634 vittime civili in entrambi i Paesi, di cui circa il 30% in territorio russo o nelle aree ucraine controllate dalle forze armate di Mosca.
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