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Russia, l’economia di guerra si sta mangiando tutto: salari alle stelle ma imprese in crisi

In Russia trovare lavoro non è mai stato così facile. Il problema è che trovare qualcuno disposto a lavorare per un’azienda civile sta diventando sempre più difficile. È uno degli effetti più paradossali dell’economia di guerra costruita da Vladimir Putin: l’invasione dell’Ucraina ha fatto crollare la disoccupazione fino a circa il 2%, il minimo storico, e ha spinto i salari verso l’alto. Una buona notizia per i lavoratori, almeno in apparenza. Per le imprese, invece, sta diventando un problema sempre più serio. Il motivo è semplice: esercito e industria militare possono permettersi di pagare più delle aziende civili. E così una parte enorme della forza lavoro russa è stata risucchiata dallo sforzo bellico.

Dall’inizio dell’invasione su larga scala, nel febbraio 2022, centinaia di migliaia di russi sono stati mandati al fronte. Altri centinaia di migliaia sono stati impiegati direttamente o indirettamente nell’industria militare: produzione di armi e materiali, logistica, manutenzione, costruzione e servizi legati alla guerra. Il risultato è che in molti settori dell’economia civile semplicemente mancano le persone. Nel settore delle costruzioni, per esempio, il vice primo ministro Marat Khusnullin ha stimato una carenza di circa 200mila lavoratori. Se gli operai non si trovano, i cantieri rallentano o si fermano. E il problema si trasferisce rapidamente al resto dell’economia.

Ma c’è un secondo elemento, ancora più importante: quanto viene pagato chi va a combattere. Nel 2021, prima della guerra, il salario medio russo equivaleva a circa 650 euro al mese. Oggi un soldato può ricevere oltre 2.000 euro mensili, a cui si aggiungono bonus di arruolamento che in alcune zone possono arrivare fino a 40mila euro. Anche le industrie legate alla difesa offrono generalmente stipendi superiori alla media. Per un’azienda privata è praticamente impossibile competere.

La spirale degli stipendi

Le imprese civili hanno quindi dovuto aumentare le retribuzioni per trattenere i dipendenti e attirarne di nuovi. A spingere i salari verso l’alto ci ha pensato anche l’inflazione, che nel frattempo ha fatto aumentare il costo dei beni di consumo. In pochi anni lo stipendio medio russo è quasi raddoppiato, arrivando a circa 1.200 euro al mese, anche se il confronto in euro è naturalmente influenzato dalle forti oscillazioni del rublo. Per qualche tempo il meccanismo ha persino funzionato a favore del Cremlino. Nonostante la guerra e l’inflazione, milioni di famiglie hanno visto crescere i propri redditi. Soprattutto nelle regioni più povere, i bonus militari, gli stipendi dei soldati e i risarcimenti hanno portato una quantità di denaro che prima non circolava. La guerra, insomma, ha creato occupazione e fatto salire le paghe. Peccato che, ora, il conto sta arrivando.

In un’economia sana, la crescita degli stipendi dovrebbe essere infatti accompagnata da una crescita della produttività: se un lavoratore produce di più e l’azienda guadagna di più, l’impresa può permettersi di pagarlo di più. Ma in Russia il meccanismo è diverso. I salari sono aumentati soprattutto perché lo Stato e il settore militare stanno drogando la domanda di lavoro. La produttività, invece, non è cresciuta allo stesso ritmo. Le aziende civili si trovano così schiacciate tra due forze: da una parte devono aumentare gli stipendi per trovare personale, dall’altra devono fare i conti con costi crescenti, tassi d’interesse elevati e una domanda sempre più condizionata dall’economia di guerra. Il risultato comincia a vedersi nei bilanci.

Nel 2025 i profitti complessivi delle 28 principali aziende russe sono diminuiti del 30%. E secondo il Moscow Times, alcune imprese stanno ormai facendo fatica persino a pagare gli stipendi promessi. Nel solo primo trimestre del 2026, inoltre, circa 209mila piccole e medie imprese hanno chiuso, il 9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il problema è diventato abbastanza serio da costringere la Banca centrale russa a intervenire. La governatrice Elvira Nabiullina punta sui tassi d’interesse elevati, attualmente al 14%, contro il 2,25% della zona euro, per rallentare l’economia e favorire un riequilibrio. L’idea è che il denaro più caro costringa le aziende meno produttive a uscire dal mercato, liberando lavoratori che potrebbero spostarsi verso imprese più efficienti. Nel lungo periodo, questo dovrebbe aumentare la produttività complessiva. Per ora, però, il meccanismo non sembra funzionare come sperato. La soluzione più semplice sarebbe ridurre gli incentivi economici legati alla guerra. Meno bonus, meno stipendi gonfiati dal settore militare, meno concorrenza dello Stato alle imprese private. Ma per il Cremlino è una strada difficilmente percorribile. Il costo dello sforzo bellico rischierà di spostarsi dai bilanci dello Stato alle aziende e alle famiglie russe.

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