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Banche, Pmi e fondi internazionali: il nodo dei contrappesi nella riforma
Lando Maria Sileoni mette al centro i 6mila miliardi di risparmio degli italiani e il ruolo delle banche nel rapporto con imprese e famiglie. Al Festival dell’Economia di Trento, durante la tavola rotonda “Cosa cambia per imprese, banche e risparmiatori con la Riforma del mercato dei Capitali”, il segretario generale della Fabi invita a gestire la riforma con attenzione, senza depotenziare il sistema bancario.
Il primo passaggio riguarda la consulenza. Per Sileoni, l’indipendenza non va cercata lontano dagli sportelli: “I consulenti indipendenti ce li abbiamo già: sono i lavoratori delle banche. Stanno a stipendio fisso, non stanno a ‘più produco e più guadagno’, quindi mi sembra che un’indipendenza anche intellettuale, se non quella direttamente collegata alle politiche dell’azienda, ce l’abbiano i lavoratori delle banche e questa funzione è stata svolta comunque fino ad adesso. Io ritengo che la riforma sia un’ottima iniziativa, se gestita bene. L’educazione finanziaria mantiene un ruolo centrale, ma dovrebbe essere strutturata nei percorsi formativi per essere veramente educazione soprattutto per dare informazioni di base ai piccoli investitori”.
Da qui l’avvertimento sul risparmio privato, che resta una delle grandi ricchezze del Paese: “Facciamo attenzione a chi mette le mani, sui 6mila miliardi di risparmio degli italiani, perché quello è veramente un problema”.
La riforma del mercato dei capitali, nelle parole di Sileoni, può aprire una strada nuova rispetto a un sistema fermo da anni. Ma il punto è il modello che l’Italia intende costruire. Il segretario generale della Fabi chiede di non spingere le imprese lontano dalle banche senza valutare le conseguenze sull’economia reale.
Il tema centrale resta la protezione delle piccole e medie imprese. “Le banche sono un punto di riferimento importante per le piccole e medie imprese, ma anche per grandi. Se le sostituiamo e le depotenziamo, se togliamo loro potere e invitiamo le aziende a rivolgersi altrove, è chiaro che l’economia italiana potrebbe risentirne”, ha detto Sileoni.
Il rischio, secondo il leader della Fabi, è che la riforma diventi uno strumento troppo sbilanciato a favore della finanza internazionale. “Vorrei capire quale sarà il modello economico e sociale di cui l’Italia dovrà dotarsi nei prossimi anni dopo questa riforma. Non vorrei che il nostro Paese diventasse una sorta di ‘Grande Fratello’ della finanza europea. L’Unione bancaria europea, infatti, stenta ancora a decollare, anche perché la Germania non intende farsi carico delle banche degli altri Paesi in difficoltà”.
Sileoni lega il tema alla presenza crescente dei grandi fondi internazionali. “Resta aperto il problema di come proteggere le piccole e medie imprese. Il nostro è un sistema bancocentrico che rappresenta ancora un punto di riferimento fondamentale per le Pmi. Le imprese mantengono un rapporto personale e di rete con le banche del territorio e con i principali gruppi bancari, mentre i grandi fondi internazionali hanno assunto una presenza e un peso sempre più rilevanti ed hanno altri obiettivi, guadagnare il più possibile imponendo modelli organizzativi stressanti interni alle banche che, a loro volta, arrivano a produrre anche indebite pressioni commerciali verso i lavoratori bancari. È un sistema che sta cambiando radicalmente il rapporto tra banche e territorio purtroppo”.
Il segretario generale della Fabi non chiude alla riforma. Chiede però equilibrio. Il mercato dei capitali può aiutare le imprese a diversificare le fonti di finanziamento, ma non può trasformarsi in un meccanismo che indebolisce gli istituti di credito e consegna troppo spazio ai fondi. Per Sileoni servono contrappesi, perché “è un attimo che i grandi fondi internazionali si portano via le nostre banche”.
Nel ragionamento rientra anche l’educazione finanziaria. Non come formula generica, ma come percorso strutturato, capace di dare strumenti di base ai piccoli investitori. Perché la partita non riguarda solo banche e imprese. Riguarda il risparmio degli italiani, il modo in cui verrà indirizzato e chi avrà davvero il potere di gestirlo.
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