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Pregliasco: “I pronto soccorso reggono, ma le ondate di calore non sono più un’eccezione”

Mentre l’ondata di calore estivo fa registrare i primi picchi di pressione sui pronto soccorso italiani, il sistema sanitario nazionale si trova a fare i conti con una crisi che da emergenziale rischia di farsi strutturale. Sullo sfondo restano i dati allarmanti dell’OMS, che stima oltre 200mila decessi legati al caldo in Europa negli ultimi quattro anni, a testimonianza di un impatto clinico e culturale spesso drammaticamente sottovalutato.

La sfida della gestione climatica, tuttavia, non è l’unica insidia sul tavolo della sanità pubblica. Il recente isolamento del primo caso di Ebola in Francia ha riacceso improvvisamente i riflettori sulle minacce infettive globali, mettendo alla prova la tenuta e la rapidità dei protocolli di biocontenimento del Vecchio Continente. 

In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: la rete della medicina territoriale e dei pronto soccorso è davvero pronta a reggere l’impatto di estati sempre più torride? Stiamo sottovalutando i reali effetti del clima sui pazienti più fragili? E quanto deve preoccupare la comparsa del virus Ebola a due passi dai nostri confini?

A fare il punto è Fabrizio Pregliasco, docente presso l’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’IRCCS Galeazzi, che ad Affaritaliani spiega: “Il problema del caldo sta diventando strutturale e non possiamo più trattarlo come un episodio eccezionale. Su Ebola nessun panico ma massima vigilanza: la rapidità con cui il caso è stato intercettato dimostra che i protocolli europei sono rodati”.

I pronto soccorso stanno registrando già un aumento degli accessi legati al caldo? Il sistema sanitario italiano è in grado di reggere ondate di calore sempre più frequenti e intense oppure siamo di fronte a una nuova emergenza strutturale?

“Sì, i pronto soccorso stanno già vedendo segnali di pressione legati al caldo, ma al momento non siamo davanti a un collasso generalizzato. Secondo ANSA, le chiamate al 118 sono aumentate del 15%, con più accessi ai PS, soprattutto per collassi, svenimenti, disidratazione e problemi cardiovascolari; in Lombardia è stato segnalato un +10,3% di accessi legati al caldo, mentre in altre città, come Torino, i numeri risultano più stabili. Il sistema regge nell’immediato, ma il problema sta diventando strutturale. Non possiamo trattare ogni ondata di calore come un episodio eccezionale: l’aumento di anziani fragili, pazienti cronici, persone sole, lavoratori esposti e città sempre più calde rende il caldo un moltiplicatore di domanda sanitaria. Il Ministero della Salute ha già attivi bollettini caldo per 27 città, aggiornati da maggio a settembre, e strumenti di prevenzione per i soggetti vulnerabili. Ma se questi strumenti restano solo informativi e non diventano presa in carico territoriale, sorveglianza attiva e interventi domiciliari, il rischio è di scaricare tutto sui pronto soccorso”.

L’Oms parla di emergenza sanitaria e stima 200mila morti legate al caldo in Europa negli ultimi quattro anni. Il rischio è che ci stiamo ancora sottovalutando l’impatto reale delle ondate di calore?

“Sul dato OMS, il rischio di sottovalutazione è reale. L’OMS Europa ha dichiarato che negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200.000 morti nell’UE e nei Paesi associati, aggiungendo che la maggior parte era prevenibile e che il caldo estremo non è più un’anomalia, ma una crisi ricorrente che colpisce sistemi sanitari e infrastrutture. Il punto è che il caldo raramente viene percepito come causa diretta di morte: spesso aggrava patologie cardiache, respiratorie, renali, neurologiche o metaboliche. Quindi il suo impatto reale tende a essere sottostimato sia clinicamente sia culturalmente”.

Il primo caso di Ebola in Francia deve preoccupare o i protocolli europei sono oggi in grado di contenere rapidamente eventuali rischi di contagio?

“Il primo caso di Ebola identificato in Francia va certamente seguito con attenzione, ma non deve generare allarmismo nella popolazione generale. Ebola è una malattia seria, con una letalità importante, ma ha modalità di trasmissione molto diverse da quelle dei virus respiratori: non si diffonde attraverso l’aria, ma soprattutto tramite contatto diretto con sangue o fluidi biologici di una persona sintomatica. Oggi i protocolli europei sono molto più rodati rispetto al passato: identificazione rapida del caso sospetto, isolamento immediato, utilizzo di dispositivi di protezione, gestione in centri specialistici e tracciamento dei contatti per il periodo di incubazione, che può arrivare fino a 21 giorni. Quindi il messaggio è: nessun panico, ma massima vigilanza. Il rischio per i cittadini resta molto basso, mentre l’attenzione deve essere alta soprattutto per operatori sanitari, viaggiatori provenienti da aree interessate dal focolaio e sistemi di sorveglianza. È proprio la rapidità con cui un caso viene intercettato e isolato che consente di contenere efficacemente eventuali catene di contagio. Preoccupiamoci nel senso corretto del termine: occupiamocene bene, senza farci prendere dalla paura”. 

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