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Che cosa significa essere felici in un’epoca che sembra volerci suggerire continuamente come dovremmo vivere, apparire e persino desiderare? E se fossero proprio le fragilità, le insicurezze e quelle crepe che tentiamo ostinatamente di nascondere a indicarci la strada verso un’esistenza più autentica?
Sono alcune delle domande che attraversano La vita è bella? No, è un tipo, lo spettacolo di Paola Minaccioni, scritto insieme ad Andrea Lolli, in scena il 25 luglio al Teatro India di Roma. Una riflessione semiseria sulla felicità che prende forma attraverso registri differenti e intreccia comicità, improvvisazione, imitazioni e racconto, fino ad approdare a personaggi teatrali. Sul palcoscenico l’artista si mette in gioco e costruisce un rapporto diretto con gli spettatori, chiamati a vivere un viaggio che cambia ritmo e linguaggio nel corso della serata.

L’intervista
Dalle insicurezze personali, trasformate in un punto di forza, Paola Minaccioni racconta il suo mondo fatto di comicità e di ricerca.
La vita è bella? No, è un tipo: come nasce questa provocazione?
E’ uno spettacolo nato da una riflessione condivisa con Andrea Lolli, autore con cui ho scritto questo progetto. Sono i difetti, le fragilità, le crepe dell’anima a renderci unici, a spingerci verso nuovi percorsi, spesso originali e, persino, più appaganti. Un testo che scava nella mia esperienza personale. Sono stata una ragazza molto insicura, facevo fatica ad accettarmi e avrei voluto essere diversa. Il tempo è stato un saggio alleato: mi ha permesso di mettere in pausa le insicurezze e di riattivarmi quando ho capito che il lavoro poteva essere un mezzo per acquistare maggiore sicurezza. Sentirsi a disagio è una condizione sottovalutata, ma può trasformarsi in un punto di forza prezioso. E’ importante interrogarci, comprenderci, conoscerci ed è fondamentale trovare attraverso la ricerca una dimensione consapevole.

Nel suo spettacolo affronta il tema della felicità. Oggi siamo davvero capaci di riconoscerla?
Una delle sfide più complesse è comprendere ciò che ci rende davvero contenti. Siamo costantemente esposti a modelli, aspettative e ideali che, non necessariamente, ci appartengono e nei quali rischiamo di identificarci senza averli scelti. L’obiettivo è riuscire a costruire un punto di vista personale e consapevole. Sono state le mie insicurezze a portami sul palcoscenico.

Nei suoi personaggi convivono comicità e malinconia. Quanto è importante far ridere per riuscire anche a far riflettere?
Non inseguo necessariamente la malinconia nei personaggi. Cerco, piuttosto, qualcosa in cui le persone possano riconoscersi: un frammento di vita condivisa, capace di generare una connessione autentica con chi osserva. L’analisi della società è importante, ma non voglio sembrare una “maestrina”. Mi fanno ridere le persone in difficoltà e il modo in cui riescono a superare gli ostacoli.
Lo spettacolo arriva al Teatro India, uno dei luoghi simbolo della scena contemporanea romana.
Un palcoscenico importante, di grande riferimento per la ricerca e la drammaturgia. E poi, non male, è a due passi da casa: potrei raggiungerlo a piedi.
Nel testo invita il pubblico a liberarsi dal conformismo.
La standardizzazione è una malattia inconsapevole. Siamo bombardati ventiquattr’ore su ventiquattro da modelli, icone, must have, trend, rappresentazioni della felicità altrui, opinioni e notizie che non abbiamo nemmeno cercato. E’ molto difficile sottrarsi all’omologazione. Non essere conformisti significa qualcosa di apparentemente semplice, ma in realtà profondamente impegnativo: riuscire a vivere una vita propria.

Ha interpretato decine di personaggi tra teatro, cinema e televisione. C’è una parte di Paola che il pubblico ancora non conosce?
Non so se esista una parte di Paola che il pubblico ancora non conosce. Forse, se esiste devo scoprirla anch’io. Il teatro mi ha dato la fortuna di attraversare mondi diversi, di esplorare copioni, spartiti, personaggi, permettendomi di incontrare sempre qualcosa di nuovo. È proprio questo sete di sapere che voglio coltivare. L’obiettivo è di mettermi alla prova, di percorrere territori che ancora non conosco. Quindi, se esiste una parte di me che il pubblico non ha incontrato, probabilmente è la stessa che sto ancora cercando.
Il suo umorismo nasce più dall’osservazione della realtà o dalle esperienze personali?
I miei modelli di riferimento sono la scuola della satira di Serena Dandini, adoro Franca Valeri e Dario Fo, riferimenti fondamentali nella mia formazione, senza volermi paragonare a loro. Quello che mi fa ridere e che mi piace raccontate fa parte dalla realtà che mi circonda. Cerco di non assumere mai uno sguardo giudicante e, spesso, i miei racconti partono da esperienze di vita vissuta.

Se dovesse riassumere La vita è bella? No è un tipo.
Uno spettacolo impossibile da racchiudere in una definizione. E’ un invito a cena a casa mia, dove il pubblico è un ospite e deve provare a divertirsi con i miei giochi preferiti. Inizio con una stand-up, anche se non mi considero una rappresentante di quel genere, poi passo alle imitazioni televisive, ai racconti, fino ad arrivare a personaggi più propriamente teatrali. È uno show in continua evoluzione che parte da una dimensione intima e dialogante, per crescere progressivamente.
Guardando al futuro, c’è un personaggio o un progetto che sogna ancora di portare sul palco o sul grande schermo?
Ci sono molti personaggi che vorrei portare in teatro. Alcuni progetti sono già in fase di lavorazione e quindi, probabilmente, prima o poi riuscirò a interpretarli. Per quanto riguarda il cinema non esiste un ruolo specifico. Mi affascinano i personaggi drammatici, quelli legati al crime, ma anche le antieroine: donne normali che, nonostante tutto, riescono a vivere e a lasciare una traccia. Mi interessa raccontare storie di persone capaci di trovare la forza nella delicatezza e nella gentilezza. Forse è questo che vorrei rappresentare: la loro resilienza e, insieme, quella tragica comicità che, spesso, accompagna la vita.
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