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Milano è una ‘Grande Città‘ ma si fa di tutto per ridimensionarne la consapevolezza alla comunità dei residenti così come a quella equivalente degli ‘users’. La narrazione multi-mediatica, come quella politica che ne subisce sempre più l’influenza tendono a sottostimare se non proprio oscurare le specificità di una comunità i cui benchmark non possono che avere riferimenti se non con il sistema delle città globali e con le loro specificità. E’ una situazione si è andata a consolidare nello scenario della globalizzazione, anche di fronte all’inversione del processo di fronte col prorompere di una tentazione spartitoria del globo in quattro mega quadranti di influenza egemonica, le ‘Grandi Città’ sembrano poter restare immuni da conseguenze dirette.

Come le altre grandi città globali, Milano è e sarà destinata a convivere con le esigenze imposte dalla salvaguardia della propria reputazione e le contraddizioni causate da emergenze e imprevisti, alcuni dei quali, anche conseguenza dei successi raggiunti. Di fronte a queste previsioni, gli unici antidoti cui poter ricorrere sembrano poter essere quelli della propensione alla versatilità nonché la comprovabile competenza delle proprie classi dirigenti.

La sfida delle competenze e della capacità di governare il cambiamento

E’ la velocità delle dinamiche di cambiamento ed il loro impatto, sia sulla vita sociale che su quella politica ad imporre l’esigenza di adottare una selettività, la quale, prioritariamente non può che fondarsi sulle competenze indispensabili se si vogliono gestire le complessità, che assegnano alla capacità predittiva ed alla reattività i fattori critici di successo.

E’ uno scenario imprevisto, privo per ora di algoritmi, e ciò impone inevitabilmente modi di proporsi se il fine è risollevare una fiducia in fase declinante e generare nuove credibilità all’operato atteso. Gli antichi manuali novecenteschi, di teoria e di prassi, per troppi casi risultano obsoleti così come le stereotipie e luoghi comuni che hanno indotto. Ai rischi di esclusione o di impedimento all’integrazione si aggiungono quelli indotti da una neo-bulimia dei diritti che la multimedialità enfatizza ai fini di proselitismo, in una propensione elettoralistica, da imporre senza selettività.

La politica e l’asimmetria con la Milano del terzo millennio

La declinazione politica, in particolare a Milano, uno scenario, in cui le coordinate per amministrare sono sempre più soggette a stress, parrebbe si voglia anteporre semplificazioni finalizzate ad influenzare il bipolarismo delle platee mediatiche, o per converso, rivolgendosi al passato, cercare di ricreare un legame tra le ‘proprie storie’ ed il mondo attuale, in una sorta di esigenza D’illuminazione delle stremità cronologiche per rappresentare identità.

Al di là del ‘torneo delle primarie’ quello che sta emergendo è l’assoluta asimmetria tra la Milano del terzo millennio e lo stigma della città che deriva dalla sua storia. Forse oggi più che mai, Milano avrebbe la necessità di una divulgazione museale della propria storia, da raccontare e tramandare, una storia caratterizzata da una straordinaria ed orgogliosa autonomia, che la decadenza dell’attuale decadenza della politica milanese, sia di destra che di sinistra ha deciso di subordinare alle declinazioni nazionali.

La storia dell’autonomia milanese

Pochi lo sanno, ma Milano è l’unica città italiana che non ha una via Roma, non l’ha mai avuta salvo l’imposizione del ventennio fascista, immediatamente rimossa dopo il 25 Aprile del 1945, con ridenominazione in Corso di Porta Romana. Milano ha invece dedicato una via centralissima a Carlo Cattaneo.

Milano ha da sempre voluto salvaguardare e conservale la propria autonoma liturgica, il rito Ambrosiano, che ha saputo reggere il confronto con Carlo Magno, che in nome di una unificazione liturgica ha vanamente tentato di imporla alla città di Ambrogio. Anche Federico I di Svevia, ossia il Barbarossa cercò di sottomettere Milano, sino a raderla al suolo, ma poi ne fu respinto. Anche il XXV Aprile , festa e simbolo della liberazione dell’intero Paese, coincide con la liberazione di Milano.

Da Pisapia alla Milano di oggi

Milano, fascismo a parte, e post insurrezione della Procura Milanese, è sempre stata amministrata dal Centro Sinistra, la ‘reconquista’ del 2011 con Giuliano Pisapia , ideologicamente narrata più che interpretata, è stato il simbolo della riscossa della milanesità e della sua autonomia, di fronte alle imposizioni del Cavaliere, che conoscendo la storia, aveva un unico obiettivo, di normalizzare Milano rispetto a Roma.

Oggi Milano è diventata troppo grande sia per il Paese che per sé stessa, se il Presidente della Repubblica non lesina le sue visite in segno di riconoscenza, il Presidente del Consiglio, nel suo sciatto campanilismo, ne evita ogni minima forma di riconoscimento privilegiando solo le visite private. Essere riconosciuti come profeti in Patria, per i successi conseguiti, è assai arduo in questo Paese, ma è anche altrettanto vero che la reputazione è ciò che gli altri, nel caso l’universo mondo pensa di Milano.

La dipendenza da Roma e il problema delle classi dirigenti

Ciò che francamente sfugge e che dovrebbe infastidire la milanesità di Castellaneta, è la ritrosia sia di destra che in parte a sinistra di riconoscere per riflettere come la storia insegna che buttar via il bambino con l’acqua sporca sia più facile che separare l’acqua.

Francamente è politicamente incomprensibile che tutte le ‘milizie’ politiche milanesi, tranne quella civica, efficacemente presente nell’amministrazione della città, si sono poste in attesa del proprio ‘Godot’ in arrivo da Roma, se è spregiativo per la destra, lo è per consuetudine per una parte della sinistra, così come non può non stupire che, la più che qualificata rappresentanza milanese di Azione ponga la propria autonomia nelle mani del loro King romano, non è milanese?

Palazzo Marino, le candidature e la domanda sulla Milano del futuro

Indipendentemente dal ‘torneo x palazzo Marino’ una domanda non può non sorgere spontanea, se il ruolo di sindaco di Milano, ‘Grande Città’ a cui Governo, la Maggioranza dei Parlamentari inclusi i milanesi, nonché la Regione non ne riconoscono lo status e la priorità di una conseguente architettura istituzionale e relative potestà, rende la missione improba oltre che onerosa attira così ampio ventaglio di candidature?

E’ forse la vetrina con possibilità di esposizione il fattore attrattivo o piuttosto una Milano più facile da immaginare che da realizzare? Sono le legittime aspirazione degli ‘onusti’ di fama partitica o chi si presume missionario evangelico per salvare la comunità?

Per il confronto su quale Milano vogliamo lasciare a chi non potrà supportare la futura vecchiaia c’è tempo. Al momento si potrebbe ricorrere al dozzinale ma esplicito interrogativo: comprereste da costui o costei l’auto usata’ o forse al più moderno e attuale, quale classifica stilerebbe l’Intelligenza Artificiale se gli mettessimo in pancia i curricula?

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