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Il calcio italiano attraversa una grave crisi, ma la situazione non è seria quanto, piuttosto, grottesca. Giovanni Malagò, ex presidente della FIGC, è nominato commissario della FIGC dalla Giunta CONI e, con ogni probabilità, a dicembre del 2026 sarà nuovamente al comando della Federcalcio. Andrea Abodi, Ministro dello Sport, che aveva condotto, lancia in resta, la battaglia contro Malagò, si dice soddisfatto perché l’autonomia è salva e la vicenda si è incanalata sui binari del rispetto delle regole.
Abodi cita Mandela ma incassa come Rocky e non va al tappeto

La vicenda della Figc è una delle migliori istantanee dell’Italia politica più che sportiva: tutti dichiarano di aver vinto, nessuno ammette di aver perso e alla fine cambia la targhetta sulla porta, ma dentro l’ufficio resta praticamente la stessa persona. In via Allegri cambia la carica, non il protagonista. Una soluzione probabilmente pragmatica ma che difficilmente può essere venduta come una rivoluzione. L’unica certezza è che la soluzione trovata, o la trovata, nel senso più pieno del termine, al Palazzo H del Foro Italico evita di trascinare ulteriormente il calcio italiano verso uno scontro istituzionale. E il Ministro dello Sport, additato dalla stampa come perdente, applaude la scelta citando Mandela: “O si vince o si impara”. Non si perde, al massimo si incassa come Rocky, il pugile che riesce a resistere sul ring, trova il guizzo per conservare la corona e non va al tappeto, dove però, è difficile nascondere la polvere che raccoglie vari tipi di acari.
Il calcio italiano come il Gattopardo: si cambia per non cambiare

La soluzione è gattopardesca: Malagò entra con un incarico ed esce con un altro, restando sostanzialmente nello stesso posto. E allora la domanda è inevitabile: se questa era la soluzione, perché aspettare tanto? E soprattutto: cosa dovrebbe cambiare davvero? Abodi lo ha spiegato: “L’importante era rispettare le regole. Sarei uscito sconfitto se non ci fosse stato il commissariamento. Ciò che importa è aver voltato pagina. Questa vicenda, citando Mandela, ci deve insegnare che nello sport o si vince o si impara. E spero che il calcio, dopo quanto accaduto, abbia compreso che non esistono provvedimenti “contro” né guerra fra squadre. L’ho detto e ripetuto a Malagò. Adesso è il tempo di mettersi a lavorare nel rispetto dello sport e di ciò che rappresentiamo come istituzioni”. Dunque, se l’obiettivo era commissariare la FIGC, Abodi può certamente sostenere di averlo centrato. Se invece si puntava a riformare, cambia tutto.
Il vero problema del palazzo: le riforme

Di certo Abodi non ha torto: “Le regole devono essere rispettate da tutti”, frase che esattamente ci si aspetta da un Ministro dello Sport. Il punto è capire se ci sono le condizioni per accompagnare la famosa “rivoluzione” e cosa succederà nei prossimi mesi. La sensazione è che Malagò abbia davanti a sé un mandato non semplice: accompagnare la Federcalcio verso una nuova fase, affrontando le riforme e i rapporti tra le diverse componenti del calcio. Ed è qui che arriverà il difficile perché i rapporti con le componenti, complice il papocchio Maldini – Leonardo, la vicenda Pirlo, la chiamata di Mancini (la serie A voleva Conte), non è più solido come nella scorsa primavera quando il commissario FIGC è stato chiamato al capezzale di un sistema al collasso dopo il terzo mondiale mancato. Adesso però, serve riformarlo: sarà quella la vera rivoluzione perché “voltare pagina” è facile, scriverne una nuova, chi lo sa.
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