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L’analisi dopo la morte di Fawzi al-Mansouri

E’ passata un po’ in sordina in Europa l’uccisione del capo dell’intelligence militare delle forze orientali libiche, Fawzi al-Mansouri, morto l’11 agosto nell’esplosione di un’autobomba a Bengasi. L’attentato, infatti, ha colpito uno dei vertici dell’apparato di sicurezza legato a Khalifa Haftar, in un momento particolarmente difficile, tra scontri armati, proteste e attacchi alle infrastrutture energetiche.

Dopo più di quindici anni dall’uccisione di Gheddafi, la Libia è ancora un Paese profondamente diviso. A ovest, il Governo di unità nazionale (Gnu) guidato da Abdulhamid Dbeibah controlla Tripoli e parte della Tripolitania, mentre a est il potere resta nelle mani dell’Esercito nazionale libico (Lna) di Khalifa Haftar e delle istituzioni che gravitano attorno a Bengasi.

Nella Libia occidentale, Dbeibah sta cercando di consolidare il controllo politico e militare, ridimensionando quelle formazioni armate che potrebbero contrastare la sua autorità, così da potersi accreditare come il fondamentale interlocutore di tutta la Tripolitania.  Sul piano internazionale, egli è sostenuto da Turchia e Qatar, mentre gli Haftar, ad est, sono appoggiatii da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia.

“Il potere reale, tanto a Tripoli quanto a Bengasi, resta condizionato dagli equilibri tra milizie, clan e reti clientelari che competono per il controllo delle risorse. È in questo stallo istituzionale che si inserisce il tentativo americano di forzare la riunificazione del Paese” – sostiene l’analista Giulio Caravaggio sulla rivista di geopolitica Rimland.

Il dossier entrò in una nuova fase nel settembre 2025, quando, a Roma, si tenne un incontro segreto tra Ibrahim Dbeibah e Saddam Haftar, i due eredi politici delle rispettive famiglie, convocati da Massad Boulos, consigliere di Donald Trump per Medio Oriente e Africa. La rivelazione è avvenuta su Facebook, da parte del dissidente libico Husam El Gomati, che vive in Svezia, come riporta Rainews del 3/09/2025.

Nonostante un iniziale “piano Boulos“, apparentemente condiviso, di spartizione del potere tra le due parti, con garante gli Stati Uniti, gli sforzi diplomatici che hanno visto un mese di giugno 2026 incandescente, in un via vai di incontri e vertici, anche a Washington con il Segretario di Stato Mark Rubio, il risultato della riunificazione, sperato dall’Amministrazione Trump, non è arrivato, a causa delle divisioni sempre più accese tra i diversi gruppi libici.

Comunque, ad aprile Washington ottiene come risultato concreto la riunificazione del bilancio nazionale libico, con circa tre miliardi di dollari assegnati sia all’ovest sia all’est e sud del Paese, passo giudicato decisivo verso la stabilizzazione, anche se la gran parte di quei fondi sarebbe rimasta sotto il controllo di Saddam Haftar.

Il 18 giugno la Camera dei rappresentanti, l’Alto Consiglio di Stato e il Consiglio presidenziale concordarono una tabella di marcia per chiudere la fase di transizione con elezioni presidenziali e parlamentari simultanee entro il 17 febbraio 2027.  Lo stesso giorno, l’esercito di Haftar riconosce per la prima volta pubblicamente il “piano Boulos”, sebbene in forma di endorsement condizionato, più che di accettazione piena.

È in questa dinamica di regolamentazione dei rapporti di forza, che si inseriscono le tensioni esplose nelle ultime settimane. Nei primi giorni di agosto sono emersi gli scontri tra gruppi armati nell’area compresa tra Zawiya e Surman, mostrando la resistenza di centri di potere locali e correnti avverse.

“Alla frammentazione militare si accompagna una crescente insofferenza sociale. Già tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, Tripoli era stata attraversata da proteste contro la presenza dei migranti nel Paese, culminate in manifestazioni contro l’Unhcr e la missione Onu Unsmil” – riferisce la rivista specializzata Aliseo.

A fine luglio, il malcontento è tornato nelle strade, questa volta rivolgendosi direttamente contro il governo Dbeibah e alimentato dai prolungati blackout, dall’aumento dei costi dell’elettricità, dalla crisi di liquidità e dalla scarsità di carburante e medicinali. Il malcontento ha assunto rapidamente una dimensione politica, con manifestanti che hanno bloccato strade ed edifici pubblici e movimenti che hanno chiesto lo scioglimento delle principali istituzioni del Paese.

È in questo clima che si inserisce l’attentato dell’11 agosto a Bengasi. Al momento non vi sono elementi sufficienti per attribuirlo alle rivalità tra le diverse fazioni libiche, ma l’uccisione di un alto responsabile dell’intelligence dell’ Lna dimostra come la fragilità degli apparati di sicurezza non riguardi soltanto la Tripolitania. Gli scontri nell’ovest, le tensioni interne e l’attentato nel cuore della Cirenaica restituiscono piuttosto l’immagine di un Paese nel quale il compromesso tra i principali centri di potere continua a convivere con una competizione sotterranea per risorse, territorio e influenza.

Negli ultimi giorni, l’area di Zawiya è stata interessata da ripetuti attacchi con droni, che hanno coinvolto il complesso petrolifero e le infrastrutture elettriche, inducendo Dbeibah a promettere una risposta ferma. Zawiya rappresenta uno dei nodi più sensibili del sistema energetico libico: ospita la maggiore raffineria operativa del Paese ed è collegata al giacimento di Sharara, uno dei principali campi petroliferi della Libia.

Perchè la questione interessa anche l’Italia

La questione interessa direttamente anche l’Italia. La Libia rimane uno dei principali partner energetici di Roma nel Mediterraneo e la prossimità geografica rende le sue forniture particolarmente rilevanti per la sicurezza energetica nazionale.  Durante la sua visita a Washington, oltre a Rubio, Saddam Haftar ha incontrato anche Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico della premier Giorgia Meloni.

Palazzo Chigi ha la necessità strategica ed economica di essere parte attiva nel processo di riunificazione mentre la Farnesina osserva con maggiore cautela, temendo che un accordo frettoloso possa minare gli interessi italiani nell’ovest del Paese. Stando ai dati, nel primo semestre del 2026 l’Italia ha assorbito circa il 45% delle esportazioni petrolifere libiche, confermandosi il principale mercato di destinazione del greggio del Paese.
Inoltre, il Greenstream collega direttamente la costa libica alla Sicilia e costituisce una delle infrastrutture attraverso cui l’Italia ha cercato negli ultimi anni di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento.

A ciò si somma la presenza storica di Eni nel Paese, che rende la stabilizzazione della Libia un interesse italiano non soltanto politico e migratorio, ma anche finanziario ed energetico. La sicurezza di Zawiya, Sharara e delle altre infrastrutture strategiche libiche assume pertanto una rilevanza che interessa molto anche noi. Una nuova fase di conflittualità interna capace di compromettere produzione e trasporto degli idrocarburi avrebbe ripercussioni di non poco conto.

Non solo l’Italia, anche la Francia e gli altri Paesi europei guardano alla Libia, soprattutto per quanto riguarda i dossier energetico, migratorio e della sicurezza mediterranea. L’amministrazione Trump sta tentando di favorire un riavvicinamento tra i due principali centri di potere libici attraverso la mediazione dell’inviato Massad Boulos, puntando a creare una convergenza tra l’area riconducibile a Dbeibah e quella controllata dalla famiglia Haftar.

Il progetto americano parte dal petrolio: l’ipotesi è utilizzare investimenti statunitensi nel settore energetico e l’apertura di nuove opportunità economiche come incentivo per spingere le due parti verso una forma di condivisione del potere e, progressivamente, verso la riunificazione delle istituzioni politiche e militari del Paese. Ma il caos nel Paese e questo attentato non sembrerebbero favorire una risoluzione rapida, quanto, forse parecchio diluita nel tempo.

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