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Dal nostro inviato a Washington- L’aereo del direttore della Cia, John Ratcliffe, è atterrato a L’Avana giovedì 14 maggio senza preavviso. Nessun annuncio, nessuna conferenza stampa preventiva. Solo foto ufficiali diffuse dopo l’incontro, che ritraggono il capo dell’intelligence americana seduto al tavolo con i vertici dei servizi segreti cubani e con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, il nipote di Raúl Castro, noto come “Raulito”, a rappresentare l’agonizzante sistema di potere dell’isola. Una scena impensabile fino a pochi mesi fa, resa possibile, e forse necessaria, dall’emergenza. Ad una settimana di distanza, quell’incontro rimane un grande punto di domanda per analisti e politici, soprattutto dopo che sia il segretario di Stato Marco Rubio, sia il presidente Donald Trump, hanno continuato ad affermare nel corso della settimana come Cuba sia “uno stato fallito”, e che nonostante la via preferita sia quella diplomatica (come con l’Iran), un attacco non è uno scenario impossibile.

Numerosi sono i motivi per cui i leader Usa definiscono Cuba un Paese fallito, ma tutto è legato alla mancanza di carburante, come ammette lo stesso governo dell’isola: L’Avana si trova “senza riserve” per alimentare le centrali elettriche. Tra gennaio e aprile 2026 l’isola ha ricevuto una sola spedizione di petrolio, quando ne servirebbero almeno otto al mese. Il risultato sono blackout che durano fino a 22 ore al giorno, ospedali in affanno, acqua razionata. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno già definito il blocco dei rifornimenti di carburante imposto da Washington come l’equivalente di una “carestia energetica” indotta.

La visita del direttore della Cia non era un’apertura diplomatica nel senso tradizionale del termine. Ratcliffe ha consegnato un messaggio diretto dal presidente Trump: gli Stati Uniti sono pronti a “impegnarsi seriamente su questioni economiche e di sicurezza, ma solo se Cuba compie cambiamenti fondamentali”. Come modello da seguire, Ratcliffe avrebbe indicato esplicitamente l’operazione del 3 gennaio in Venezuela, che ha portato alla deposizione di Nicolás Maduro. Il messaggio era chiaro: potete finire come Caracas, oppure sedervi al tavolo.

Il fatto che il governo cubano abbia accettato di ricevere apertamente il capo della Cia, la stessa agenzia federale che ha orchestrato decenni di tentativi di destabilizzazione dell’isola, dice tutto sulla disperazione di L’Avana. “Non hanno carburante, non hanno soldi”, ha riassunto una fonte dell’intelligence americana ad “Axios”. Il presidente Díaz-Canel, dal canto suo, aveva già ammesso il 16 aprile che Cuba “manca di carburante per quasi tutto”, e il 13 maggio aveva confermato l’incapacità di generare 1.100 megawatt a causa della scarsità di combustibile.

Usa-Cuba, Marco Rubio è il vero architetto della pressione su L’Avana

In questo scenario è Marco Rubio il vero architetto della pressione su L’Avana. Il segretario di Stato, figlio di emigrati cubani e anti-castrista di lungo corso, ha trasformato la crisi dell’isola in una missione personale e politica. A maggio ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro Gaesa, il conglomerato militare cubano che controlla almeno il 40% dell’economia dell’isola e che Rubio ha definito “il cuore del sistema comunista cleptocratico di Cuba”. Secondo il Dipartimento di Stato, Gaesa detiene fino a 20 miliardi di dollari in asset illeciti all’estero, mentre i cubani “soffrono fame, malattie e cronica mancanza di investimenti nelle infrastrutture”. Le sanzioni, imposte ai sensi dell’ordine esecutivo di Trump del 1° maggio, prendono di mira i settori energetico, minerario, finanziario e della difesa, e rischiano di colpire anche le banche straniere che fanno affari con L’Avana.

Rubio ha poi offerto 100 milioni di dollari in cibo e medicine a Cuba, a condizione però che siano distribuiti dalla Chiesa cattolica o da organizzazioni caritative, bypassando completamente il governo. Una mossa che Díaz-Canel ha respinto per tempo con durezza, accusando Rubio di mentire e di promuovere un “criminale blocco petrolifero” contro il popolo cubano. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha rincarato la dose, bollando le dichiarazioni del segretario di Stato americano come “bugie”. Lo stesso Díaz-Canel ha lanciato una sfida diretta: “Tolgano l’embargo e vediamo come ce la caviamo”. Ieri, c’è stato il primo storico passo indietro del governo cubano, come annunciato dallo stesso Rubio: “Cuba ha accettato gli aiuti umanitari”.

Il presidente Trump non è rimasto in disparte. Il 1° maggio, durante una cena privata al Forum Club di West Palm Beach, ha lasciato andare una delle sue dichiarazioni a metà tra la minaccia e lo spettacolo: al ritorno dall’Iran, ha detto, avrebbe potuto far fermare la portaerei USS Abraham Lincoln a cento metri dalla costa cubana. “E da lì i cubani avrebbero detto: grazie mille, ci arrendiamo”. I collaboratori hanno minimizzato, parlando della “solita ironia” del presidente, ma le nuove sanzioni firmate quello stesso giorno erano tutt’altro che uno scherzo.

Nelle settimane successive Trump ha alzato ulteriormente il tiro. In un discorso davanti ai leader latinoamericani allo “Shield of Americas” ha dichiarato: “Cuba sta negoziando con me e con Marco Rubio. Cuba è un disastro: è negli ultimi momenti della sua vita così come la conosciamo. Non ha soldi né petrolio.” E ancora, di recente: “Siamo nel processo di liberare Cuba.” Annunci su possibili novità riguardo all’embargo, ha detto Trump, arriveranno “abbastanza presto”, senza precisare tempi. Da gennaio 2026, l’amministrazione ha già imposto oltre 240 sanzioni al regime.

L’interrogativo che aleggia su L’Avana è se il governo cubano sia davvero disposto a fare concessioni concrete, o se stia semplicemente guadagnando tempo nell’attesa che qualcosa cambi, che la Cina aumenti i suoi investimenti in energia solare, che nuovi partner commerciali si facciano avanti, che la pressione interna americana si allenti…Nel frattempo, L’Avana brucia lentamente. I blackout si susseguono, le proteste di piazza si moltiplicano, e il governo cubano si trova a dover scegliere tra la sopravvivenza del regime e la sopravvivenza del paese. Che il direttore della Cia sia andato a bussare alla porta dei Castro non è un segnale di distensione: è la prova che Washington crede di essere vicina all’obiettivo. E che L’Avana, per la prima volta in sessant’anni, non ha più molte carte da giocare.

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