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Nasce la “NATO islamica”: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmano il patto di difesa comune. L’analisi
Se ne parlava da tempo, ma i recenti sviluppi nel Golfo hanno accelerato i tempi. Ora la cosiddetta “NATO islamica”, o almeno il suo nocciolo duro, è una realtà, se non altro sul piano giuridico. Ieri, alla Mecca, il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, sono stati ricevuti dal principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, nel Palazzo Al Safa, dove si è tenuto il vertice concluso con la firma dell’intesa per la difesa comune e la deterrenza collettiva. Di fatto si estende alla Turchia il patto di difesa reciproca sottoscritto l’anno scorso da Pakistan e Arabia Saudita che contiene una clausola analoga all’art.5 della NATO (di cui la Turchia è membro). L’accordo, spiega il comunicato congiunto, “ha lo scopo di rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione e stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati sarà considerato come un attacco contro tutti”.
I tre leader hanno esaminato “le eccellenti relazioni” tra i loro Paesi e “una serie di questioni di comune interesse”. Sulla base dei “legami storici di lunga data”, dei “vincoli di fratellanza e solidarietà islamica” (più precisamente sunnita), dei “comuni interessi strategici” e della “consolidata cooperazione nel settore della difesa”, le parti si sono impegnate a “rafforzare ulteriormente la loro sicurezza collettiva e a promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione e oltre”. L’intesa, che prevede il potenziamento di tutti gli aspetti della cooperazione in materia di difesa, riunisce Paesi da tempo impegnati in ambiziosi programmi di ammodernamento militare: l’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi, spende per la difesa il 6,5 per cento del Pil, la Turchia l’1,9 (in aumento, con il secondo esercito della NATO) e il Pakistan, unica potenza islamica dotata di armi nucleari, il 2,9 per cento. In prudente attesa rimane l’Egitto di al-Sisi.
L’accordo è un messaggio con più destinatari. Innanzitutto l’Iran sciita e tutti i suoi proxy, a cominciare dagli Houthi che minacciano le rotte del petrolio saudita nel Mar Rosso e ieri hanno compiuto un raid nel sud dell’Arabia Saudita (11 le vittime civili). Sprezzanti le prime reazioni da Teheran. “I sauditi – scrive su X Ebrahim Rezaei, parlamentare e membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale – dovrebbero sapere che un accordo di carta con la Turchia e il Pakistan non garantirà loro la sicurezza, così come anni di sfruttamento unilaterale degli americani non l’hanno garantita. Riformate le vostre politiche in modo da non dover implorare la sicurezza dagli altri”. Il secondo destinatario è Israele, che percepisce l’accordo come una minaccia. Né l’Arabia saudita né la Turchia hanno sottoscritto gli accordi di Abramo per normalizzare i rapporti con Tel Aviv, non rinunciano a sostenere una statualità palestinese e hanno ambizioni nucleari (che l’alleanza col Pakistan potrà rafforzare).
Il terzo destinatario è Washington, che ha truppe in Arabia Saudita e Turchia e buoni rapporti con il Pakistan (interlocutore privilegiato anche di Pechino e della stessa Teheran), ma ha sempre sostenuto un’architettura regionale imperniata su Israele. L’alternativa partorita alla Mecca non può suscitare gli entusiasmi dell’amministrazione Trump. La clausola di deterrenza comune scatterà davvero? Al momento sembra improbabile che Turchia e Pakistan scendano direttamente in campo contro gli Houthi e quindi contro i loro sponsor iraniani. Per il contenimento di Teheran le garanzie vengono ancora dagli States. Ma si vedrà.
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