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Terremoto in Colombia, sale a 111 il numero dei morti. Abelardo De la Espriella alla sua prima prova da presidente

La Colombia non ha nemmeno fatto in tempo ad abituarsi al suo nuovo presidente che gli ha già presentato il conto. Abelardo de la Espriella, appena insediato alla Casa de Nariño, aveva promesso una svolta serrata fatta di più sicurezza, tolleranza zero contro i gruppi armati, guerra al narcotraffico e uno Stato deciso a riprendere il controllo dei territori dove per anni hanno pesato guerriglie, cartelli e organizzazioni criminali. Nei primi giorni del suo mandato, quella promessa ha già incontrato la realtà. E non è stato un incontro felice. Prima sono arrivati gli scontri con i gruppi armati, poi il rafforzamento del confine con Panama per il timore di possibili ripercussioni della nuova offensiva colombiana e adesso, quasi come se non bastasse, un forte terremoto ha messo a ferro e a fuoco il Paese.

Il bilancio, per ora, è di 111 morti. Il maggior numero di vittime è stato registrato nel dipartimento di Risaralda, dove si contano almeno 40 morti. Altri due decessi sono stati segnalati a Manizales, che fa parte della turistica “regione del caffè”. Nel dipartimento di Valle del Cauca, di cui Cali è il capoluogo, le autorità hanno finora registrato 27 morti. Insomma, una scia di sangue e un paese che conta già i danni ed è destinato a raccogliere i pezzi. Per un presidente appena arrivato al potere è una coincidenza tutt’altro che banale. Il terremoto è, insomma, la prima grande prova per De la Espriella. Un leader forte, tanto da essere soprannominato “El Tigre”. Determinato, pronto a usare gli strumenti dello Stato e a lottare contro i narcos colombiani. Dopo poche ore dalla sua elezione, si gridava già alla guerra civile.

Già domenica, del resto, le forze colombiane hanno annunciato l’uccisione di sei membri di gruppi armati illegali in due diverse operazioni: quattro appartenenti a una fazione dissidente delle ex Farc nel Meta e due membri del Clan del Golfo in Antioquia. Per loro – ha detto il leader – non ci sarebbe stato un luogo sicuro dove nascondersi. Tanto vale, insomma, morire. Bogotá ha cercato insomma di mostrare i muscoli sul fronte della sicurezza, mentre Panama ha rafforzato la presenza delle proprie forze lungo il confine con la Colombia, intensificando i controlli terrestri e marittimi nel Darién, una delle zone più difficili e delicate dell’intero continente. La regione, lunga circa 266 chilometri e priva di collegamenti stradali, è storicamente attraversata da traffici illegali e ha rappresentato anche una via di passaggio per gruppi armati colombiani. Il timore di Panama è che un’escalation della pressione militare colombiana possa produrre effetti oltreconfine.

Questo è uno dei primi paradossi con cui De la Espriella dovrà confrontarsi. La sua strategia può funzionare soltanto se lo Stato torna a esercitare il controllo sui territori dove oggi operano cartelli e gruppi armati, ma più forte sarà l’offensiva, maggiore sarà la necessità di impedire che la violenza si sposti altrove. Ma narcotraffico, armi, migrazioni e organizzazioni criminali dovranno ora attendere, perché il “Tigre” è davanti a un banco di prova completamente diverso e, forse, ancora più importante. Toccherà a lui dimostrare quanta forza sia necessaria, per contare i morti e tenere a bada i vivi.

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