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                <em>Da Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario La Tore Isola d’Elba</em>

‘Miserere Dei’ è la seconda opera narrativa di Loris Jacopo Bononi, pubblicata originariamente nel 1970 da Cappelli Editore. Il libro costituisce il capitolo centrale della sua Trilogia, posizionandosi tra Diario postumo (1969) e Il poeta muore (1973). Quest’opera valse all’autore il prestigioso ‘Premio Sila’, assegnatogli dal critico Carlo Bo. Caratteristica dell’Opera è la tematica religiosa ed esistenziale a partire dal titolo stesso (“Abbi pietà, o Dio”) mentre il contenuto riflette un ‘sentimento laico e religioso della vita’. Bononi esplora i momenti decisivi dell’esperienza umana, identificando in ‘Miserere Dei’ la fase della maturità. Il testo è intriso di spiritualità; ad esempio, l’autore inserisce riferimenti espliciti ad episodi come la guarigione del cieco di Gerico per sottolineare il messaggio morale del racconto. La scrittura di Bononi in questo periodo è stata definita un mix felice di prosa e poesia, incentrata sulla parola chiave del ‘silenzio’, elemento cardine della sua poetica. Insieme al resto della trilogia, l’opera è considerata un capolavoro del Novecento italiano, apprezzato da figure del calibro di Pier Paolo Pasolini, Mario Luzi e Vasco Bianchi. L’opera è stata successivamente ripubblicata all’interno del volume unico intitolato ‘Trilogia, riedito da Marsilio nel 1994 e recensito da Ferruccio Parazzoli in termini entusiastici: essa raccoglie l’intera summa morale dello scrittore lunigianese. Il giudizio, tra gli altri, di Carlo Bo su Loris Jacopo Bononi fu estremamente positivo, tanto da spingere il celebre critico a inserirlo tra le voci più significative del Novecento italiano. Il momento centrale di questa valutazione fu l’assegnazione del ‘Premio Sila’ nel 1970 proprio per l’opera Miserere Dei. Ecco gli aspetti principali della valutazione di Bo. Egli considerava Bononi un autore capace di scardinare i canoni della prosa tradizionale. La sua analisi si concentrava sulla capacità dello scrittore di fondere felicemente prosa e poesia, creando un ‘messaggio alto’ e spirituale. Per Bo, Bononi non era solo un letterato, ma un testimone di un ‘sentimento laico e religioso della vita’. Apprezzava come la sua scrittura nascesse da un’indagine morale profonda, lontana dalle mode del tempo. Bo fu tra i critici che riconobbero immediatamente la forza della Trilogia (Diario postumo, Miserere Dei, Il poeta muore), vedendovi un percorso coerente che affronta le fasi dell’esistenza umana: dall’adolescenza alla maturità, fino al presagio della fine. Pasolini invece rimase folgorato da Diario postumo (1969). In una celebre recensione su Tempo, definì l’opera come il libro di un “non-scrittore” (riferendosi alla professione di medico di Bononi) che riusciva però a raggiungere vette di autenticità e stile precluse ai letterati di professione. Pasolini apprezzava la lingua di Bononi, descrivendola come un impasto prezioso, quasi barocco, ma capace di restare fedele a una realtà umana e provinciale (quella della Lunigiana) che Pasolini amava profondamente. Egli vedeva nell’attività di Bononi come medico e ricercatore farmaceutico una chiave di lettura per la sua letteratura. Secondo il poeta friulano, Bononi analizzava l’anima umana con la stessa precisione e ‘carità’ con cui un medico osserva il corpo malato. Per Pasolini, Bononi rappresentava quella ‘resistenza culturale’ alla modernità consumistica. Lo vedeva come un autore isolato, fuori dai giri editoriali milanesi o romani, capace di produrre una letteratura ‘pura’ e non contaminata dal mercato. Questa stima portò Bononi a dedicare proprio a Pasolini pagine intense e a conservarne il ricordo come uno dei suoi ‘interlocutori eletti’. Fu nella figura di Cristo che possiamo trovare un parallelismo articolato tra i due autori per Bononi nel già citato Misere Dei (Cappelli, 1970) e per Pasolini nè ‘Il Vangelo secondo Matteo’, sua opera cinematografica capolavoro. Un Gesù rivoluzionario. Il Cristo di Pasolini (interpretato dal diciannovenne Enrique Irazoqui) non è soave o mistico, ma un uomo severo, brusco e ‘arrabbiato’, che porta un messaggio di rottura sociale e morale contro il potere costituito. Rifiutando la Palestina moderna perché troppo ‘occidentalizzata’, Pasolini girò il film nel Sud Italia, trasformando i Sassi di Matera in Gerusalemme e coinvolgendo contadini e gente comune come attori non professionisti. Le immagini richiamano costantemente la grande arte sacra italiana, in particolare la Madonna del Parto di Piero della Francesca per la figura di Maria (interpretata da giovane da Margherita Caruso e da anziana dalla madre del regista, Susanna Pasolini). La colonna sonora fu mix eclettico che unisce la Passione secondo Matteo di Bach al blues di Odetta, fino alla Missa Luba africana, per sottolineare l’universalità del sacro. Il regista e scrittore dedicò l’opera alla memoria di Papa Giovanni XXIII, il film ottenne il Leone d’Argento a Venezia e, dopo le iniziali polemiche, è stato ampiamente riabilitato anche dalle autorità cattoliche ( l’Osservatore Romano lo ha definito nel 2014 ‘il miglior film su Gesù’) per la sua capacità di rendere il sacro attraverso la realtà cruda e ‘primitiva’ del popolo. Pasolini decise di non scrivere una sola riga di sceneggiatura originale per i dialoghi. Ogni parola pronunciata dai personaggi è tratta direttamente dal Vangelo di Matteo nella traduzione approvata dall’autorità ecclesiastica. Il regista voleva che fosse il testo stesso a dettare il ritmo, evitando ogni interpretazione ‘romanzata’ o hollywoodiana. Nonostante la fedeltà testuale, Pasolini opera delle scelte precise attraverso la ‘macchina da presa’. Molti eventi soprannaturali e passi escatologici (sulla fine dei tempi) vengono omessi o ridotti al minimo per concentrarsi sull’umanità e sulla parola del Cristo. Il film dedica ampio spazio alla predicazione, presentando un Gesù che parla con una durezza e una velocità quasi rivoluzionarie, rivolgendosi direttamente agli oppressi. In un solo punto cruciale Pasolini ‘tradisce’ Matteo: nella scena della Crocifissione, inserisce Maria e il ‘discepolo che Gesù amava’, un dettaglio presente solo nel Vangelo di Giovanni, probabilmente per l’esigenza poetica di mostrare sua madre (quella vera) ai piedi della croce. Il Gesù di Pasolini è Marxista? Mentre il testo di Matteo è rivolto a un pubblico giudaico per dimostrare la divinità di Gesù, la regia di Pasolini trasforma il messaggio in un urlo di riscatto sociale, rendendo Cristo una figura che oggi definiremmo ‘di rottura’ o proto-marxista. Le due figure furono molto diverse per formazione e vita, ma si incontrarono nel ‘genio delle loro opere’. Bononi non è stato solo un medico, ma un protagonista dell’industria farmaceutica internazionale e della ricerca accademica. Dopo la laurea a Parma nel 1954, ha ottenuto la libera docenza in Microbiologia e in Chemioterapia, insegnando presso la facoltà di Medicina dell’Università di Torino. È stato un top manager di rilievo mondiale, dirigendo la filiale italiana di Pfizer e ricoprendo incarichi dirigenziali negli Stati Uniti. In Italia ha guidato importanti realtà come la Zambeletti a Milano e Manetti & Roberts a Firenze (sua la celebre Somatoline). Come scienziato, è stato autore di numerosi brevetti per farmaci salvavita, in particolare nei settori dell’oncologia e della chemioterapia, contribuendo concretamente al progresso della medicina moderna. L’esperienza clinica di Bononi è stata fondamentale per la sua visione del mondo: prima del successo industriale, ha esercitato come medico condotto nella Valle del Lucido (Fivizzano). Questo contatto diretto con il dolore e la dignità delle popolazioni rurali ha influenzato profondamente il senso di ‘pietas’ presente appunto in Miserere Dei. La sua attività medica era vissuta come una forma di servizio. Anche la sua partecipazione alla rivista ‘La lettura del medico’ divenne un ponte tra il mondo scientifico e quello letterario, ospitando in anteprima brani della sua Trilogia. Insomma due figure che si incrociano e si riconoscono nelle figura del Cristo. Sono convinto che i miei personali sforzi perché la genialità letteraria e umana di mio zio Loris trovino, anche in figure illustri che sto coinvolgendo nel panorama letterario e critico contemporaneo, la sponda per una sua giusta rivalutazione storica e culturale non saranno disillusi. Pasolini non ne ha bisogno.

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