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250 anni di Usa, ma non tutto è come sembra
Dal nostro inviato a Washington
Alle undici di sera del 4 luglio, quando i fuochi d’artificio esploderanno sopra il Lincoln Memorial e il cielo si tingerà di rosso, bianco e blu, sarà complicato non lasciarsi travolgere dall’emozione e dal patriottismo tipico americano. Sembrano nulla, per una nazione così grande, 250 anni. Eppure, l’entusiasmo è alle stelle: lo si vede nei turisti che vedono Trump quasi più come una barzelletta che come un politico, e girano con magliette come “The Trumpinator” con la faccia del tycoon sopra quella di Arnold Schwarzenegger, e lo si vede negli americani, democratici e repubblicani, che festeggiano tutti insieme con magliette, felpe e bruttissimi pantaloncini a stelle e strisce.
Purtroppo, basta allontanarsi di qualche isolato dal “National Mall”, la zona dei monumenti e musei di Washington, per ritrovare un’altra America. Quella che non può permettersi di stare qui a festeggiare, perché lavora il doppio turno. Quella che quest’anno ha scoperto che la sua assicurazione sanitaria è quasi triplicata di costo. Quella che, secondo un recente rapporto Brookings, non riesce ad arrivare a fine mese. Non c’è dubbio che questo sia il 4 luglio più importante degli ultimi cinquant’anni. Il “semiquincentennial”, parola che nessun americano riesce a pronunciare senza inciampare, è la celebrazione ufficiale del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza firmata a Philadelphia nel 1776.
Washington verrà stata trasformata in un enorme palcoscenico: parate su Pennsylvania Avenue, un festival di un mese sul National Mall, la prima gara di Formula Indycar mai corsa tra i monumenti, sessanta navi da guerra di trenta Paesi radunate nel porto di New York. Trump, ovviamente, non si è tirato indietro. La sua task force Freedom250 affiancherà la commissione bipartisan istituita da Obama nel 2016, che aveva in mente qualcosa di più riflessivo e plurale. Il risultato previsto è quello di un anniversario spettacolare ma controverso, che secondo molti storici rischia di trasformarsi in propaganda piuttosto che in vera commemorazione. “Il compleanno della nazione non è il compleanno del governo”, ha scritto un commentatore conservatore su Brownstone Institute. Un’osservazione che suona quasi sovversiva in questo clima.
I dati
Nel mentre, i dati economici statunitensi (tranne per la borsa che viaggia in positivo), proiettano un immagine decisamente diversa e opposta ai festeggiamenti. Nel mio ultimo viaggio a New York, passando per un diner in Delaware, ho conosciuto Nancy: quarantasette anni, nonni romani (ma lei oltre a buongiorno e “Ao”, non parla italiano), che con suo marito gestisce una piccola attività di rivendita, reddito familiare intorno ai trentamila dollari l’anno. Il primo gennaio, quando ha aperto la notifica dal suo assicuratore sanitario, ha pensato ci fosse un errore. “483 dollari al mese”, mi ha detto seduta al tavolo della cucina, con davanti a sé una tazza di caffè che non toccava. “Prima pagavamo 162. Ho urlato a mio marito: questo è impossibile. E invece era tutto vero”. Quello di Nancy non è un caso isolato. Il primo gennaio 2026, i sussidi rafforzati introdotti durante la pandemia per rendere accessibile l’assicurazione sanitaria dell’Affordable Care Act sono scaduti, senza che il Congresso riuscisse a rinnovarli.
Il risultato: oltre venti milioni di americani che acquistavano copertura sul mercato federale hanno visto i premi mensili aumentare in media del 114 per cento, secondo i dati della Kaiser Family Foundation. Chi guadagna appena sopra il 400 per cento della soglia di povertà federale, circa 63.000 dollari l’anno per un single, non ha diritto ad alcun sussidio, e paga quanto chi guadagna il doppio. È tornato il cosiddetto “subsidy cliff”, il precipizio dei sussidi, che sembrava abolito. Un’analisi dell’Urban Institute stimava che quasi cinque milioni di americani avrebbero rinunciato alla copertura sanitaria nel 2026 a causa degli aumenti. Alcuni ci sono riusciti, molti hanno scelto piani con franchigie altissime.
La sanità non è l’unico fronte. Quasi metà delle famiglie americane non riesce a coprire le spese di base: è il dato più citato di questo 2026, uscito da un rapporto Brookings pubblicato poche settimane fa. In realtà, il problema è strutturale e risale almeno al 2014: in quasi ogni anno dell’ultimo decennio, più del quaranta per cento dei nuclei familiari ha faticato ad arrivare a fine mese. L’eccezione fu il 2021-2022, quando gli aiuti federali legati al Covid avevano allentato la morsa. Poi quei sussidi sono finiti, i prezzi sono continuati a salire, e la quota di chi ce la fa è crollata di dieci punti percentuali in soli due anni. Un sondaggio di Cnn dello scorso maggio ha misurato che il 76 per cento degli americani indica il costo della vita come il principale problema economico, quota salita nettamente rispetto all’anno scorso. I prezzi del carburante sono aumentati del 50 per cento dall’inizio del conflitto con l’Iran, a fine febbraio. L’inflazione viaggia al 3,8 per cento, ben sopra l’obiettivo della Fed. Due terzi dei lavoratori dicono che il proprio salario non tiene il passo con i prezzi, e questo vale anche per chi guadagna 150.000 dollari l’anno. “Stiamo guadagnando più di quanto abbiamo mai guadagnato, eppure abbiamo meno libertà finanziaria di sempre”, ha scritto un uomo dell’Indiana in risposta al sondaggio. È una frase che ho sentito ripetuta in mille varianti, in queste settimane, parlando con americani di ogni estrazione.
Eppure la sera del quattro luglio, qui sul Mall, ci sarà qualcosa che non si riesce a spegnere del tutto. Duecentocinquant’anni. L’America che celebra se stessa con la stessa intensità di sempre, forse di più. Ma sotto i fuochi d’artificio, i conti delle famiglie non tornano e continuano a essere lì, silenziosi e ostinati, quando le luci si spengono.
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