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Delitto di Garlasco, la difesa di Sempio passa al contrattacco: contestati Dna e impronte dell’assassino, ecco tutto ciò che non torna

La strategia difensiva di Andrea Sempio si concentra su due dei principali elementi che sostengono la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco: le impronte lasciate dall’assassino sulla scena del crimine e il Dna individuato sotto le unghie di Chiara Poggi. Attraverso una serie di consulenze tecniche depositate alla Procura di Pavia, la difesa punta a smontare l’impianto accusatorio, sostenendo che né le tracce biologiche né quelle riconducibili alle calzature consentano di attribuire all’indagato un ruolo nell’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007.

Le relazioni, che riguardano diversi ambiti specialistici – dalla genetica forense alla Bloodstain Pattern Analysis, passando per l’antropometria e la medicina legale – rappresentano il tentativo di contrastare la ricostruzione investigativa che negli ultimi mesi ha riportato il nome di Sempio al centro dell’attenzione giudiziaria.

Il nodo delle scarpe: “Il suo piede non può entrare nella calzatura dell’assassino”

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda le impronte attribuite all’autore dell’omicidio. Le sentenze che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi avevano individuato come elemento certo la presenza di una scarpa Frau con suola Margom, taglia 42, considerata compatibile con le tracce ematiche rinvenute all’interno della villetta di via Pascoli. Un dato che, anziché essere contestato, viene assunto dalla difesa di Sempio come punto di partenza per sostenere la sua estraneità ai fatti.

Secondo i consulenti incaricati dagli avvocati dell’indagato, le misurazioni tridimensionali effettuate sul piede di Sempio nel 2025 avrebbero evidenziato una conformazione particolarmente larga, definita dagli esperti come “piede egizio”, caratterizzata da un alluce dominante e da una pianta del piede più ampia rispetto alla media. Le rilevazioni indicano una lunghezza di circa 27,2 centimetri e una larghezza compresa tra 11,5 e 12 centimetri in condizioni di carico. Dimensioni che, secondo la consulenza, sarebbero incompatibili con lo spazio effettivamente disponibile all’interno della scarpa attribuita all’assassino.

Gli esperti spiegano infatti che la larghezza osservabile dall’esterno della suola non corrisponde a quella realmente utilizzabile dal piede. Gli elementi costruttivi della calzatura – tra cui soletta, guardolo, fodera e rinforzi laterali – ridurrebbero sensibilmente la capacità interna, lasciando uno spazio compreso tra circa 8,2 e 9,2 centimetri. In base a tali calcoli, il piede di Sempio non potrebbe fisicamente essere contenuto all’interno della scarpa individuata dagli accertamenti processuali. Da qui la conclusione dei consulenti: se l’assassino indossava quella calzatura, allora le impronte non possono essere state lasciate dall’attuale indagato.

Le tracce nel bagno e la ricostruzione della fuga

Il tema delle impronte si intreccia con una delle questioni più discusse dell’intero procedimento giudiziario: il percorso seguito dall’assassino all’interno dell’abitazione dopo il delitto. Nel corso dei processi che hanno riguardato Alberto Stasi, le tracce di sangue rinvenute nel corridoio, nella cucina, nella zona televisione e nel bagno erano state utilizzate per ricostruire gli spostamenti dell’aggressore.

Particolare attenzione era stata dedicata alle impronte rilevate sul tappetino del bagno, interpretate come il possibile segno di una sosta per lavarsi dopo l’omicidio. Quelle tracce risultavano compatibili con una scarpa caratterizzata da piccoli tasselli circolari o ovali sulla suola, un modello differente dalle calzature sequestrate a Stasi. Proprio da questa discrepanza era nato uno dei filoni di approfondimento che, negli anni successivi, aveva portato all’identificazione della scarpa Frau-Margom taglia 42 come possibile calzatura dell’assassino. La difesa di Sempio evidenzia oggi come tale elemento sia stato considerato pressoché certo nei precedenti gradi di giudizio e ritiene che non possa essere contemporaneamente utilizzato e ridimensionato a seconda delle esigenze investigative.

Le perplessità sui nuovi accertamenti del Ris

Un’altra consulenza prende in esame le recenti analisi svolte dal Ris di Cagliari sui pattern ematici individuati nei pressi della cantina. Secondo i carabinieri, alcune delle cosiddette impronte “a V” non sarebbero sufficientemente definite per consentire attribuzioni comparative certe. Inoltre, non potrebbe essere escluso che si siano formate attraverso fenomeni dinamici come trascinamenti, sfregamenti o contatti con superfici già contaminate dal sangue. La difesa ritiene che questa interpretazione finisca per entrare in contrasto con quanto stabilito in passato dai periti nominati nei processi, che avevano invece attribuito alle tracce un elevato valore identificativo. Secondo gli avvocati di Sempio, se per anni quelle impronte hanno rappresentato uno dei principali elementi per individuare la scarpa dell’assassino, risulta difficile sostenere oggi che le stesse tracce abbiano una capacità identificativa limitata o incerta.

Il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi

L’altro pilastro della controffensiva difensiva riguarda il materiale genetico rinvenuto sotto le unghie della vittima. Nella nuova fase investigativa, gli accertamenti hanno individuato alcuni marcatori del cromosoma Y ritenuti compatibili con la linea maschile di Andrea Sempio. Tuttavia, già la perizia disposta nell’ambito dell’incidente probatorio aveva evidenziato come il profilo genetico fosse parziale, incompleto e non attribuibile in modo esclusivo a una singola persona.

Su questo punto si concentra la consulenza della genetista Marina Baldi, secondo cui il materiale analizzato non possiede caratteristiche tali da consentire un’identificazione certa. La relazione sottolinea come il Dna Y-STR, utilizzato per ricostruire linee parentali maschili, presenti una capacità discriminante inferiore rispetto ai tradizionali profili autosomici completi. Per questo motivo, la presenza di una compatibilità genetica non sarebbe sufficiente a dimostrare un contatto diretto tra Sempio e la vittima.

Il profilo maschile ignoto

Tra gli aspetti evidenziati dalla consulenza figura anche la presenza di un ulteriore profilo genetico maschile individuato su un altro dito di Chiara Poggi e non attribuito ad alcun soggetto noto. Secondo la difesa, questo elemento confermerebbe che il materiale biologico raccolto sotto le unghie non era omogeneo né riconducibile a un unico individuo. La presenza di contributi genetici multipli, sostengono i consulenti, impedirebbe di considerare la componente compatibile con Sempio come una prova esclusiva o determinante. Al contrario, imporrebbe particolare cautela nell’interpretazione dei risultati.

“Nessuna prova di un’aggressione”

La consulenza genetica richiama inoltre diversi studi scientifici internazionali sul trasferimento del Dna e sull’interpretazione del materiale subungueale. Il punto centrale è la distinzione tra la presenza di una traccia biologica e la dimostrazione dell’attività che avrebbe prodotto quella traccia. In altre parole, individuare un profilo genetico non significa automaticamente dimostrare che esso sia stato lasciato durante un’aggressione.

Secondo gli esperti della difesa, restano aperte diverse possibili spiegazioni alternative: trasferimenti indiretti del materiale genetico, contaminazioni, presenza di Dna ambientale o altre modalità di deposito non necessariamente collegate all’omicidio. Per questo motivo, la relazione conclude che il profilo rinvenuto sotto le unghie della vittima deve essere considerato un elemento “fragile, parziale e non individualizzante”, privo della forza probatoria necessaria per dimostrare un coinvolgimento diretto di Andrea Sempio nell’aggressione.

La posizione della difesa

Sulla base delle consulenze depositate, la difesa ritiene che la nuova ipotesi accusatoria presenti numerosi punti deboli e si fondi su elementi ancora privi di conferme definitive. Gli avvocati contestano in particolare alcune delle ricostruzioni investigative emerse negli ultimi mesi, comprese le ipotesi relative al movente, ai presunti approcci nei confronti della vittima e alla dinamica successiva all’omicidio.

L’obiettivo è chiaro: dimostrare che, allo stato attuale, non esistano prove scientifiche in grado di collocare Andrea Sempio sulla scena del delitto e che i principali elementi indicati dall’accusa siano tuttora oggetto di interpretazioni contrastanti all’interno della comunità tecnico-scientifica. A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco continua così a essere terreno di scontro tra consulenze, ricostruzioni e letture opposte degli stessi elementi probatori, in attesa che i nuovi accertamenti chiariscano quale valore possano realmente assumere nel quadro dell’inchiesta.

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