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Tasse accertate ma mai incassate, il bluff del magazzino storico: così si penalizza chi paga
Il problema del fisco italiano non è soltanto l’evasione, ma l’enorme massa di crediti tributari già accertati dallo Stato e mai riscossi. Al 31 dicembre 2025 il cosiddetto “magazzino della riscossione” ha raggiunto 1.331 miliardi di euro, pari a circa il 59% del Pil nazionale e quasi tre volte le entrate tributarie annue dello Stato. Si tratta di crediti già iscritti a ruolo e affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, ma ancora non incassati. Il dato è il risultato di un carico complessivo di 1.957 miliardi accumulato dal 2000 al 2025, dal quale sono stati sottratti 431,4 miliardi di sgravi, condoni e annullamenti e 194,7 miliardi effettivamente riscossi.
È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa secondo la quale oltre 588 miliardi del magazzino siano classificati come di difficile recupero perché riferiti a fallimenti, imprese cessate, persone decedute o soggetti nullatenenti, ai quali si aggiungono 46,7 miliardi temporaneamente sospesi per contenziosi o definizioni agevolate; rimane così una quota teoricamente aggredibile di 742,9 miliardi, ma, tolte le posizioni già interessate da procedure esecutive e quelle oggetto di rateizzazione, il portafoglio realmente lavorabile si riduce a 93,1 miliardi, appena il 7% dell’intero stock.
Nel 2025 l’attività di riscossione ha consentito di recuperare 16,8 miliardi di euro, il 5% in più rispetto al 2024, ma appena l’1,3% del magazzino complessivo. L’Agenzia delle Entrate ha concentrato oltre il 57% delle somme riscosse, seguita dall’Inps con il 22,6%, mentre Comuni e Regioni rappresentano insieme circa il 12%. Il sistema continua, tuttavia, ad alimentarsi: nel quinquennio 2021-2025 sono stati affidati alla riscossione mediamente 85,1 miliardi di nuovi crediti all’anno, rendendo strutturalmente impossibile ridurre il magazzino. L’analisi mette inoltre in luce una forte concentrazione del debito fiscale.
I contribuenti iscritti a ruolo sono circa 23 milioni, dei quali 19,3 milioni persone fisiche e 3,7 milioni persone giuridiche. Il 61% risulta debitore da almeno dieci annualità diverse, segnale di situazioni debitorie ormai croniche. Sul piano finanziario, il 76% delle cartelle ha un importo inferiore a 1.000 euro, ma le posizioni superiori a 10.000 euro, pari ad appena il 4,4% del totale, concentrano oltre il 75% del valore dei crediti. Ancora più significativo il ruolo dei cosiddetti grandi debitori, con esposizioni superiori a 500 mila euro: rappresentano appena il 3% dei contribuenti iscritti a ruolo, ma generano il 36% delle riscossioni complessive e sono titolari di un portafoglio di 388,9 miliardi di crediti.
“La riforma della riscossione introdotta dal decreto legislativo 110 del 2024 rappresenta un primo tentativo di razionalizzare il sistema, poiché prevede dal 2025 il discarico automatico dei nuovi crediti dopo cinque anni in caso di inesigibilità. Resta però aperto il nodo del magazzino storico, accumulato in oltre vent’anni, sul quale sarà chiamata a intervenire la Commissione parlamentare istituita proprio per individuare criteri di gestione e smaltimento.
L’obiettivo dovrà essere distinguere in modo chiaro i crediti realmente recuperabili da quelli ormai definitivamente inesigibili, evitando che un magazzino sempre più ampio continui a rappresentare una fotografia contabile priva di effettiva capacità di riscossione”, spiega il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Il magazzino della riscossione ”è lo specchio più fedele delle disfunzioni del sistema fiscale italiano: da un lato 1.331 miliardi di crediti che lo Stato ha accertato ma non riesce a incassare, dall’altro un carico fiscale che nel 2025 ha raggiunto il 43,1% del pil, massimo storico, gravando su imprese e lavoratori che pagano regolarmente. Questi due fenomeni non sono casuali: quando la riscossione è inefficace, il peso ricade integralmente su chi adempie correttamente, perché il bilancio pubblico deve comunque essere finanziato.
La riforma avviata con il decreto n. 110 del 2024 introduce meccanismi più razionali per i nuovi crediti, ma lascia irrisolto il nodo del magazzino storico. Servono scelte coraggiose: identificare con certezza i crediti irrecuperabili, procedere al loro discarico ordinato, e concentrare le risorse dell’Agenzia sui 93 miliardi effettivamente lavorabili e sui grandi debitori che da soli valgono un terzo del recuperato. Non farlo significa continuare a illudere il bilancio pubblico con attivi nominali che non diventeranno mai liquidità”, dice, ancora, Longobardi.
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