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Violenza di genere, l’allarme di Cataldo Calabretta: “Gli strumenti legali ci sono, ma la prevenzione fallisce se manca la rete”

Femminicidio è stata scelta da Treccani come parola dell’anno 2023 per la sua rilevanza socioculturale. Oggi torna drammaticamente al centro dell’attualità dopo una nuova escalation di violenza contro le donne, con una particolare sequenza di casi in Calabria.

Cataldo Calabretta, avvocato e docente universitario di Diritto dell’Informazione presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Magna Graecia di Catanzaro e presso l’Università eCampus, è tra gli esperti italiani più considerati sui temi della cronaca giudiziaria, della violenza di genere e del rapporto tra diritto e informazione. È autore, insieme alla giornalista Rai Vittoriana Abate, del libro Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono, (Graus Editore) un lavoro che unisce analisi giuridica, cronaca e testimonianze e che affronta il fenomeno del femminicidio con particolare attenzione ai segnali che precedono la violenza e agli strumenti di prevenzione.

Calabretta è inoltre una presenza particolarmente apprezzata negli spazi di approfondimento Rai e si distingue per equilibrio, competenza e capacità di leggere i fatti di cronaca anche sotto il profilo giuridico. 

Avvocato Calabretta, partiamo da una parola che sembra ormai essere entrata stabilmente nel linguaggio comune: “femminicidio”. Treccani ha registrato “femminicidio” come la parola più consultata sulla propria piattaforma dall’inizio del 2026, dopo averla scelta come parola dell’anno nel 2023. Che cosa ci dice questo dato?

«Ci dice innanzitutto che il femminicidio non è più percepito come un fenomeno marginale o come una semplice categoria giornalistica. È diventato una questione centrale nel dibattito pubblico, giuridico e culturale. Il fatto che sia oggi la parola più consultata su Treccani.it è un indicatore molto significativo: significa che le persone cercano di capire che cosa ci sia dietro quel termine.

Ma dobbiamo fare attenzione a non trasformare il femminicidio in una semplice etichetta. Dal punto di vista giuridico, oggi abbiamo una fattispecie autonoma, l’articolo 577-bis del codice penale, introdotta dalla legge n. 181 del 2025. La norma individua una particolare matrice della condotta omicidiaria: odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso, dominio, oppure la reazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere una relazione o alla limitazione delle sue libertà. 

Il vero salto culturale, però, consiste nel capire che il femminicidio non comincia quando viene inferto il colpo mortale. Spesso comincia molto prima, con il controllo, l’isolamento, la minaccia, la svalutazione, la violenza economica e psicologica. È lì che dobbiamo intervenire.»

Tania Terrin è stata uccisa a Camponogara dall’ex compagno Dino Keber, che poi si è suicidato. Tania aveva denunciato l’uomo e nei suoi confronti era stato adottato un ammonimento del questore. È inevitabile chiedersi se qualcosa, nella gestione della sua situazione, non abbia funzionato.

«È una domanda doverosa, ma deve essere affrontata con grande rigore. Tania Terrin aveva denunciato l’ex compagno e nei confronti dell’uomo era stato adottato un ammonimento. Le indagini stanno ricostruendo proprio la sequenza dei fatti e l’effettiva efficacia delle misure adottate. 

Se emergeranno errori, omissioni o una sottovalutazione del rischio, dovranno essere accertati senza esitazioni. Ma non possiamo trasformare una tragedia in un processo mediatico prima che siano ricostruiti tutti gli elementi.

Quello che questo caso ci impone di capire è un’altra cosa: la valutazione del rischio deve essere dinamica. Una relazione che apparentemente si è calmata non significa necessariamente che il pericolo sia cessato. E il cosiddetto riavvicinamento non può essere automaticamente interpretato come una normalizzazione della situazione.

La prevenzione non può limitarsi all’emissione di un provvedimento. Bisogna verificare che quel provvedimento sia concretamente rispettato e che il livello di rischio sia costantemente rivalutato.»

In Calabria, a Trebisacce, Ornella Forastefano, 46 anni, è stata trovata agonizzante davanti all’ospedale dopo una gravissima aggressione. Il compagno è stato fermato mentre cercava di lasciare l’Italia. Che cosa ci racconta questo caso?

«Ci racconta anzitutto la brutalità che può raggiungere la violenza all’interno di una relazione. Ornella è stata lasciata davanti al pronto soccorso con ferite e traumi gravissimi ed è poi morta. L’uomo con cui aveva avuto una relazione, Elvis Metvelaj, è stato fermato al porto di Bari mentre, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tentava di raggiungere l’Albania. Il gip ha successivamente convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. 

Sul piano giuridico dobbiamo distinguere sempre tra ciò che è stato accertato e ciò che è ancora oggetto di indagine. La responsabilità penale sarà stabilita nel processo.

Ma sul piano sociale emerge un elemento drammatico: quando arriviamo all’aggressione mortale, siamo già alla fase finale di una vicenda che spesso presenta una progressione di comportamenti violenti. Ecco perché la prevenzione deve essere anticipata.Non dobbiamo aspettare il delitto per accorgerci che esiste la violenza.»

Sempre in Calabria a Corigliano-Rossano, Carmela Bifano, 72 anni, è stata trovata morta in un agrumeto con gravi lesioni alla testa e il marito è stato fermato. È un altro episodio che riporta la violenza dentro la dimensione familiare?

«Assolutamente sì, ma anche qui bisogna essere molto prudenti perché l’indagine è in corso e sarà l’autorità giudiziaria ad accertare responsabilità e dinamica. Il marito è stato fermato come indiziato di delitto dopo che inizialmente aveva riferito di avere trovato la moglie morta e di avere visto due persone allontanarsi. L’autopsia dovrà contribuire a chiarire le cause e le modalità della morte. 

Questo episodio, insieme a quello di Ornella e alla tragedia di Tania, restituisce però una fotografia molto chiara: la violenza di genere continua spesso a manifestarsi nel luogo che dovrebbe essere quello della massima protezione, cioè la casa.

È questo il paradosso più drammatico. La famiglia dovrebbe essere il primo luogo di sicurezza e talvolta diventa il luogo nel quale la vittima è maggiormente esposta.»

In provincia di Reggio Calabria, a Stignano, è morto Franco Fava, 55 anni. La moglie è stata inizialmente sottoposta a fermo, poi è stata iscritta nel registro degli indagati in stato di libertà. Si ipotizza una caduta durante un litigio e si è parlato anche di omicidio preterintenzionale. Che cosa significa giuridicamente?

«Innanzitutto bisogna precisare che, allo stato delle informazioni disponibili, non siamo davanti a un’accusa definitiva di omicidio preterintenzionale. La Procura di Locri sta accertando la dinamica e l’autopsia è determinante. La moglie di Franco Fava risulta indagata in stato di libertà. 

L’omicidio preterintenzionale, disciplinato dall’articolo 584 del codice penale, presuppone che l’autore compia atti diretti a percuotere o ledere una persona e che, come conseguenza non voluta, ne derivi la morte. In altre parole: si vuole colpire o ledere, ma non uccidere, e dall’aggressione deriva la morte.

Se invece la caduta fosse stata realmente accidentale e non riconducibile a una condotta volontaria diretta a percuotere o ledere, la qualificazione giuridica sarebbe evidentemente diversa.

Questo caso è importante anche per un altro motivo: ci ricorda che la violenza intrafamiliare non ha un’unica direzione e che il diritto deve accertare ogni vicenda concreta senza stereotipi. Inoltre, il fatto che nella famiglia vi fossero figli minori rende ancora più evidente quanto la violenza assistita possa produrre conseguenze profonde sui bambini.»

Torniamo al caso Tania. Possiamo dire che il sistema abbia fallito? Oppure negli ultimi anni il legislatore ha effettivamente costruito strumenti molto più incisivi?

«Io eviterei entrambe le semplificazioni. Se ci sono state negligenze, devono essere accertate. Ma sarebbe profondamente ingeneroso sostenere che in Italia il legislatore non abbia fatto nulla.

Dal 2013 abbiamo assistito a un progressivo rafforzamento degli strumenti di tutela. Nel 2019 è arrivato il Codice Rosso, che ha imposto una corsia più rapida per numerosi procedimenti relativi alla violenza domestica e di genere e ha rafforzato gli strumenti di protezione. 

La legislazione ha inoltre valorizzato i cosiddetti reati-spia, cioè condotte che possono rappresentare indicatori di una situazione di pericolo, come maltrattamenti, stalking e determinate forme di lesioni. Sono stati rafforzati gli strumenti cautelari e sono state introdotte specifiche forme di controllo.

È significativo anche che la violazione di alcuni provvedimenti di protezione costituisca oggi un’autonoma fattispecie di reato, l’articolo 387-bis del codice penale, relativa alla violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento. E poi c’è la legge n. 181 del 2025, che ha introdotto il delitto autonomo di femminicidio.

Quindi il legislatore ha dato segnali fortissimi. Il punto, adesso, è verificare che la norma venga applicata in modo tempestivo, uniforme e competente. La migliore legge del mondo non protegge una vittima se il sistema non riesce a leggere tempestivamente il rischio.»

Lei insiste molto sul tema della rete. Che cosa manca oggi alle donne che denunciano?

«Manca spesso la continuità della protezione. Abbiamo centri antiviolenza e case rifugio che svolgono un lavoro fondamentale. I dati Istat mostrano quanto siano importanti: i centri offrono ascolto, sostegno psicologico e legale, orientamento e accompagnamento nella rete territoriale; le case rifugio garantiscono protezione alle donne che devono allontanarsi dalla situazione di pericolo. 

Ma la casa rifugio non può diventare un’isola. Una donna che denuncia deve sapere dove andare, come mantenersi, come proteggere i figli, come trovare un lavoro, come accedere all’assistenza psicologica e legale e soprattutto deve sapere che, dopo la denuncia, non sarà lasciata sola.Il problema non è soltanto avere una casa sicura. Il problema è costruire una rete di sicurezza.

E questa rete deve comprendere forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali, centri antiviolenza, strutture sanitarie, scuola e mondo del lavoro. Se uno di questi anelli si spezza, la protezione può diventare fragile.

Il nostro obiettivo non deve essere semplicemente convincere una donna a denunciare. Dobbiamo metterla nelle condizioni di poter denunciare senza perdere tutto ciò che ha intorno.»

Se una donna riferisce alle autorità una serie di violenze, minacce e comportamenti persecutori e poi ritira la denuncia, il procedimento può comunque andare avanti?

«Dipende dalla qualificazione giuridica dei fatti. Ed è un punto che spesso viene raccontato in maniera troppo semplicistica. Se dalle condotte emerge il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi previsto dall’articolo 572 del codice penale, si procede d’ufficio. Questo significa che l’eventuale ritiro della denuncia-querela non determina automaticamente l’estinzione del procedimento, perché l’azione penale non dipende dalla volontà successiva della persona offesa.

Il Codice Rosso ha proprio rafforzato la tempestività della risposta istituzionale per una serie di reati di questo tipo. La legge n. 69 del 2019 ha modificato, tra l’altro, le modalità di trasmissione della notizia di reato per fattispecie come maltrattamenti e atti persecutori. 

Questo è fondamentale perché spesso la rinuncia della vittima non è necessariamente espressione di una reale volontà libera. Può essere determinata dalla paura, dalla dipendenza economica, dalle minacce, dal ricatto, dalla presenza dei figli o dal timore di una reazione dell’autore.»

Dopo un femminicidio non resta soltanto una famiglia distrutta. Restano spesso figli che hanno perso la madre e, in molti casi, anche il padre, quando quest’ultimo si suicida oppure viene punito con l’ergastolo. Quanto è ancora sottovalutato il dramma degli orfani di femminicidio?

«È uno degli aspetti più dolorosi e meno raccontati. Un bambino che perde la madre in un femminicidio non subisce soltanto un lutto: spesso perde contemporaneamente la casa, il padre, la sicurezza economica, la quotidianità e il senso stesso di fiducia negli adulti.

È per questo che sono particolarmente vicino all’Associazione Edela, fondata da Roberta Beolchi, che da anni si occupa concretamente degli orfani di femminicidio e delle loro famiglie affidatarie. La sua missione non è soltanto ricordare, ma accompagnare questi bambini nella ricostruzione di un futuro. Il 15 settembre è prevista la quarta edizione del Premio Edela, dedicato quest’anno anche alla necessità di educare le nuove generazioni. È un messaggio fondamentale.

Questi ragazzi devono poter riconquistare, lentamente, la fiducia nella vita. Serve un sostegno psicologico qualificato, quando necessario anche farmacologico, ma servono anche strumenti economici, educativi e sociali. Non basta dire a un bambino “devi essere forte”. Dobbiamo metterlo nelle condizioni di poterlo diventare. Edela rappresenta proprio questo: la trasformazione della solidarietà in un intervento concreto.»

Lei e Vittoriana Abate avete scritto Non chiamatelo amore. Se dovesse spiegare in poche parole perché questo libro è ancora così attuale, quale sarebbe il messaggio?

«Il messaggio è molto semplice: non dobbiamo aspettare il femminicidio per accorgerci della violenza. Con Vittoriana Abate abbiamo cercato di costruire un lavoro che non fosse soltanto il racconto dei delitti, ma uno strumento di conoscenza. Il nostro titolo nasce da una convinzione precisa: non possiamo chiamare amore ciò che è controllo, possesso, dominio, paura.

Il libro mette insieme cronaca, testimonianze e diritto proprio perché questi tre elementi non possono essere separati. La cronaca ci mostra ciò che è accaduto; il diritto ci dice quali strumenti abbiamo per intervenire; la cultura ci deve insegnare a riconoscere la violenza prima che diventi irreversibile. La presidente Martina Semenzato, intervenendo alla presentazione del libro al Senato, organizzata su iniziativa della senatrice Tilde Minasi, lo ha definito “uno dei migliori lavori degli ultimi anni”, sottolineandone il valore come strumento prezioso e utile. Ne siamo orgogliosi perché è il risultato di un lavoro frutto di tanto impegno e dedizione.»

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