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Mario Roggero ha sbagliato. Lo ha stabilito definitivamente la Cassazione per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo, avvenuti nel 2021 dopo l’assalto alla gioielleria di Grinzane Cavour. I malviventi stavano fuggendo e, secondo i giudici, il pericolo immediato era terminato: non si trattò dunque di legittima difesa. Questo è il diritto che ci siamo dati e va riconosciuto senza scorciatoie.

La paura non si misura al rallentatore

Ma un processo stabilisce le responsabilità penali, non esaurisce necessariamente il giudizio umano. Perché un conto è rivedere un filmato fotogramma dopo fotogramma, seduti davanti a uno schermo, e un altro è trovarsi davanti uomini mascherati, una pistola — vera o finta lo si scopre dopo — e un coltello, mentre moglie e figlia vengono immobilizzate e minacciate.

Roggero non era al primo incontro con la criminalità. Chi subisce più rapine non torna ogni volta al punto di partenza: accumula paura, rabbia, senso di abbandono e progressiva perdita di controllo. Nessuna di queste condizioni trasforma automaticamente una reazione in legittima difesa, ma tutte devono pesare quando si decide quale pena sia davvero giusta.

Abbiamo raccolto alcune testimonianze

“Sono dalla parte di Ruggero”- dice Debora D’Orazio di Edmond Orologi” – è un padre di famiglia, ha sacrificato tutta la sua vita per il lavoro, paganedo le tasse, è una persona onesta e un grande lavoratore. Si è trovato in una situazione di esasperazione e panico assoluto. Ricordiamoci che ha subito ben 7 rapine! Ha dovuto difendere moglie e figlia minacciate con coltello e pistola; io avrei fatto la stessa cosa. Purtroppo lo Stato non ci tutela e bisogna farsi giustizia da soli. Tutti i miei colleghi sono stati rapinati e soprattutto chi è nel nostro settore non è al sicuro!”

“E’ una ingiustizia totale”- sottolinea il titolare di Angelo & Giolina – “le leggi vanno rifatte. Se una persona si trova in una situazione di questo tipo, la testa non ragiona più normalmente, va come in una estasi di difesa a tutela della famiglia. Chissà cosa vedeva in quel momento, ognuno ha la sua coscienza e agisce a suo modo e interpreta. Mi è successa la stessa cosa sia in negozio, sia a casa, ma non ho risolto nulla con le Forze dell’Ordine. In questo caso l’unico ad avere voce in capitolo è il Presidente della Repubblica, è lui che deve gestire questo fattaccio-così lo definisco. I social sono dalla parte del gioielliere; alla fine è la legge che non viene ben interpretata e descritta adeguatamente. In più, perchè bisognerebbe dare soldi alle famiglie dei ladri?”

Verdetto ingiusto, chi rapina è senza scrupoli

“Trovo il verdetto emesso nei confronti del collega Roggero assolutamente ingiusto” – afferma convinto Gianluca Colavecchi, orafo di Torvajanica che, sul litorale laziale nel 2015 subì una violenta rapina a mano armata. “Anche se formalmente giusto, la sentenza non tiene minimamente conto di alcune attenuanti che andrebbero riconosciute al gioielliere”, ricorda Colavecchi, che nel corso della rapina venne colpito più volte con violenza al volto dai malviventi. L’orafo, molto noto sul litorale laziale, fu costretto a ricovero ospedaliero ed a numerosi interventi di ricostruzione dell’orbita e del setto nasale, entrambi fratturati. “Oltre quarantamila euro, l’ammontare del furto che ho subito, peraltro, cifra non coperta dall’assicurazione per via dei costi proibitivi” – rivela l’orafo – “Un mese di degenza in ospedale e cure, tutte a mio carico. Coloro che entrano in un negozio per rapinare sono persone violente , prive di scrupoli; non sono gli Oompa-Loompa di Willy Wonka, come vogliono farli apparire. Subire una rapina cruenta è un esperienza traumatica che incide profondamente ed altera, in maniera decisiva, la vita di una persona. Il collega, se non erro, aveva subito altre ben sette rapine. Non lo si può biasimare se ha perso il lume della ragione”.

La merce è mia e me la riprendo

“La nostra categoria si divide in due parti: pistola sì, o pistola no” – ad aprirsi è Gianluca Castaldi, rinomato orafo e gioielliere titolare di un atelier nel quartiere Parioli. “Il motivo è semplice: se tiri fuori l’arma per difenderti, questa, non deve intimidire, ma deve funzionare, altrimenti il rischio lo corri tu. L’azione di sparare, per chi fa il nostro mestiere – e non il ladro o il malavitoso – è da considerarsi puro coraggio. Se lo Stato autorizza il porto d’armi alla nostra categoria, deve, anche, non condannare chi usa un’arma per difendersi. Non esiste l’eccesso di legittima difesa per chi subisce furti e rapine, vede la sua famiglia sotto minaccia e viene, addirittura, picchiato. Per far rispettare le regole a chi per mestiere delinque, si deve necessariamente, spaventarlo, tenendo conto che il carcere non fa più paura a nessuno. E’ arrivato il momento che sia il rapinatore a provare paura di chi si deve difendere. Tanti sono i sacrifici, tanti gli anni di lavoro che non devono andare in fumo in pochi minuti. La merce è la mia e me la riprendo. Io sto con Roggero”.

Quattordici anni, per alcuni un “ergastolo di fatto”

Nei salotti televisivi è facile spiegare quale comportamento avrebbe dovuto tenere. Bisognava fermarsi, respirare, valutare la traiettoria dei rapinatori e affidarsi allo Stato. Tutto impeccabile, purché la rapina stia accadendo a qualcun altro. Roggero non va trasformato in uno sceriffo né celebrato perché ha sparato. Ma nemmeno equiparato moralmente a chi esce di casa per rapinare, legare e terrorizzare una famiglia. A 72 anni, una pena di quasi quindici anni rischia di diventare un ergastolo di fatto, mentre la maggioranza di governo ha avviato una mobilitazione per chiederne la grazia presidenziale, ora la parola spetta al presidente Mattarella.

La sentenza va rispettata. Proprio per questo, però, la grazia avrebbe un senso: non negare la colpa, ma riconoscere che tra la giustizia e la vendetta deve esistere ancora uno spazio per la pietà.

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