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Dieci anni dalla Brexit, il verdetto degli economisti: Regno Unito più povero e meno competitivo
Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votò per lasciare l’Unione europea. Dieci anni dopo, mentre a Downing Street si è già consumato il valzer di sei premier diversi e il laburista Keir Starmer arranca nei sondaggi, gli economisti hanno finalmente abbastanza dati per quantificare il prezzo di quella scelta. E il prezzo, tradotto in valuta, è salato.
La cifra che conta: 180-240 miliardi di sterline
Lo studio più citato — un paper presentato all’Office for Budget Responsibility da un gruppo di economisti tra cui un esponente di primo piano della Bank of England — stima che la Brexit abbia tolto al Regno Unito tra il 6% e l’8% del Pil nell’arco del decennio. In valore assoluto, parliamo di un buco compreso tra 180 e 240 miliardi di sterline.
Convertito ai cambi di metà giugno 2026 (1 sterlina vale circa 1,15 euro), il danno oscilla tra 207 e 276 miliardi di euro.
Il conto regge anche a una verifica aritmetica elementare. Il Pil britannico nel 2025 valeva, in termini correnti, circa 3.037 miliardi di sterline (intorno a 3.490 miliardi di euro). Applicare a quella base un taglio del 6-8% restituisce una forbice di 182-243 miliardi di sterline: in pratica la stessa cifra dello studio. Due strade diverse, lo stesso risultato.
Da notare: si tratta del doppio rispetto al 4% che l’OBR, il guardiano dei conti pubblici britannici, aveva indicato come impatto di lungo periodo. Anche la stima “ufficiale” più prudente, comunque, non è indolore: un 4% del Pil equivale a diverse decine di miliardi di sterline ogni anno.
La fotografia di Bloomberg: 100 miliardi l’anno
Un’analisi di Bloomberg Economics aveva già fissato il costo annuo in 100 miliardi di sterline di produzione persa — circa 115 miliardi di euro — confrontando l’andamento del Regno Unito con quello del resto del G7. Lo stesso ordine di grandezza emerge dai modelli “doppelganger” del Centre for European Reform, che ricostruiscono un Regno Unito ipotetico rimasto nella Ue e misurano lo scarto: un’economia almeno il 5% più piccola del dovuto.
Dove si è aperta la voragine
I numeri assoluti nascono da cali settoriali precisi. Secondo la ricerca, rispetto allo scenario “senza Brexit”:
Investimenti: giù del 12-13%, la ferita più profonda, alimentata da un’incertezza diventata cronica.
Occupazione: in calo del 3-4%. Tradotto in posti di lavoro, un rapporto commissionato dal sindaco di Londra (Cambridge Econometrics) parla di circa 300.000 occupati in meno nella sola capitale e di due milioni in meno sul piano nazionale.
Produttività: anch’essa più bassa del 3-4%. L’OBR aggiunge che, sul lungo periodo, sia le esportazioni sia le importazioni saranno inferiori di circa il 15% rispetto allo scenario di permanenza nella Ue.
A questi importi va sommato il celebre “conto del divorzio”, il regolamento finanziario con Bruxelles: almeno 39 miliardi di sterline, ovvero circa 45 miliardi di euro.
I quattro canali del danno
La ricerca individua i meccanismi attraverso cui il colpo si è propagato: un’incertezza persistente che ha congelato gli investimenti; la minore domanda di beni e servizi; il taglio agli investimenti in innovazione e informatica; e il fatto, forse più insidioso, che a pagare il prezzo più alto siano state proprio le aziende più produttive e più esposte sui mercati internazionali. C’è poi un fattore tempo: il processo di uscita si è trascinato fino al 2024, con il periodo di transizione chiuso solo a fine 2020 e i negoziati sull’Irlanda del Nord protratti fino al 2023. Anni di limbo che, secondo gli autori, hanno pesato più della pura riduzione degli scambi.
La City, il dolore che non c’è stato (o quasi)
Non tutte le previsioni nere si sono avverate. Il governatore della Bank of England Andrew Bailey ha osservato che il temuto crollo della City di Londra non si è materializzato nelle proporzioni annunciate dieci anni fa: non un esito positivo, ha precisato, ma nemmeno lontanamente devastante come si paventava. Il danno, insomma, è arrivato più dall’economia reale — crescita, produttività, dimensione dei mercati di sbocco — che dalla finanza. “Lo aveva già spiegato Adam Smith”, ha chiosato Bailey: riduci i mercati su cui vendi, e riduci la tua crescita.
Le cautele d’obbligo
Le cifre vanno lette per quello che sono: stime controfattuali, costruite confrontando il Regno Unito reale con un Regno Unito ipotetico mai esistito. La metodologia è oggetto di dibattito — alcuni economisti contestano la scelta dei Paesi di confronto e ritengono gonfiata la cifra dei 100 miliardi — e gli effetti della Brexit si sono intrecciati con shock che nulla c’entrano con Bruxelles: la pandemia di Covid, la guerra in Ucraina, i conflitti in Medio Oriente. Distinguere il peso di ciascun fattore è esercizio inevitabilmente imperfetto.
Il bilancio dei cittadini
Resta il giudizio di chi la Brexit l’ha vissuta. Un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations registra effetti percepiti come negativi sul costo della vita (66%), sull’economia (65%) e sulle opportunità per i giovani (57%). Alla domanda su quali siano i vantaggi della Brexit, la risposta più diffusa è “non so”; la seconda, “nessuno dei precedenti”. Persino tra chi votò per uscire, la maggioranza ritiene che sull’immigrazione clandestina — tema centrale della campagna — le cose siano peggiorate.
Dieci anni dopo, mentre prende quota il movimento “Rejoin Ue” e l’Economist sintetizza il decennio come un Paese reso “più diviso, meno influente e più povero”, il conto della Brexit ha finalmente un ordine di grandezza condiviso. Tra i 180 e i 240 miliardi di sterline l’anno. Fino a 276 miliardi di euro che, semplicemente, non ci sono più.
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