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L’AfD sfonda in Sassonia-Anhalt con il 43,8%, il balzo più ampio mai registrato in un’elezione regionale tedesca dal dopoguerra. E il 2027 elettorale europeo si avvicina

Il dato che ha svegliato le cancellerie europee è arrivato domenica sera da Magdeburgo. Nelle elezioni regionali del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, l’Alternative für Deutschland ha raccolto il 43,8% dei voti, raddoppiando il risultato di cinque anni fa e ottenendo il più forte incremento di consensi mai registrato da un partito in un voto statale tedesco dal secondo dopoguerra.

La CDU del ministro-presidente uscente Sven Schulze è crollata al 17,2%. Seguono SPD (9,3%), Verdi (8,9%), Linke (8,6%) e BSW (5,3%); la FDP resta fuori dal parlamento regionale con il 2,6%. L’affluenza è schizzata al 76,9%, contro il 60,3% del 2021. Nonostante il trionfo, il capolista dell’AfD Ulrich Siegmund non ha la maggioranza assoluta: 39 seggi su 83. Una coalizione di tutti gli altri — CDU, SPD, Verdi, Linke e BSW — ne avrebbe 44, esattamente quanti ne raggiungerebbe un’intesa AfD-BSW.

Un’aritmetica bloccata, che ha spinto la leader del BSW Amira Mohamed Ali a proporre un ministro-presidente indipendente sostenuto da maggioranze variabili. Siegmund ha respinto l’ipotesi, evocando l’eventualità di nuove elezioni. A Berlino, CDU e SPD hanno definito il risultato uno «spartiacque»: la coalizione nero-rossa del cancelliere Friedrich Merz ne esce indebolita.

Il quadro tedesco

Il voto regionale non è un’anomalia isolata. Sul piano federale la media dei sondaggi assegna oggi all’AfD il 28%, davanti alla CDU di Merz al 21% e alla SPD ferma al 12%. Un partito che fino a pochi anni fa veniva trattato come forza di protesta guida stabilmente le rilevazioni nazionali del Paese più popoloso dell’Unione.

Francia: Le Pen davanti a tutti

In vista delle presidenziali del 18 aprile, Marine Le Pen è data al 34% al primo turno. Alle sue spalle il centrista Édouard Philippe al 17%, Jean-Luc Mélenchon della France insoumise al 16% e Raphaël Glucksmann di Place publique all’11%. Il doppio turno resta il filtro decisivo — è lì che nel 2017 e nel 2022 il fronte repubblicano ha tenuto — ma il distacco al primo turno non ha precedenti.

Spagna e Regno Unito: due traiettorie diverse

In Spagna, dove si vota ad agosto, i Popolari guidano con il 32%, seguiti dai Socialisti di Pedro Sánchez al 26% e da Vox al 17%: l’ultradestra cresce ma resta terza, con il nodo di un’eventuale alleanza a destra.

Il Regno Unito è l’eccezione che complica il racconto dell’onda inarrestabile. Reform UK di Nigel Farage era in testa fino a poche settimane fa; l’arrivo di Andy Burnham a Downing Street ha ribaltato il quadro. L’ultima rilevazione Ipsos (campo dal 30 luglio al 4 agosto, 1.033 intervistati) dà il Labour al 28% (+4), Reform UK al 25% (-1), i Conservatori al 18%, i Verdi al 12% e i Liberaldemocratici al 9%. Un vantaggio di tre punti, dentro il margine di errore, ma il migliore per i laburisti da oltre un anno. Con un avvertimento: il 70% degli intervistati resta insoddisfatto dell’operato del governo, e la soddisfazione per Burnham al primo mese si ferma al 29%, sotto il 37% di Keir Starmer nello stesso momento del suo mandato.

Che cosa teme Bruxelles

Il calendario elettorale è fitto: Francia il 18 aprile, poi Spagna ad agosto, Italia entro settembre e Polonia entro novembre. Il timore, nelle istituzioni europee, è l’effetto domino: uno o più governi di impronta «orbaniana» tra i Ventisette, e soprattutto una frenata dell’europeismo che ha finora tenuto in piedi l’asse franco-tedesco.

La linea ufficiale di Bruxelles resta il rispetto del voto dei cittadini. Ma con tre paletti dichiarati: essere pro-Ue, sostenere Kiev, difendere lo Stato di diritto. Fuori da quei tre pilastri, fanno sapere, l’Unione non lavora con nessuno.

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