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Da Mosca a Cagliari, da un campus in Florida a un’area industriale sarda: la storia di Anton e di

Energy Lot, il progetto che vuole restituire alle piccole imprese la sovranità energetica in 18 mesi.

Ha diciassette anni, tre passaporti culturali e un’idea che i più navigati sviluppatori di rinnovabili

faticano ad articolare con la stessa chiarezza: la transizione energetica non fallisce per mancanza di

sole, ma per eccesso di complessità. Anton, nato a Mosca, cresciuto tra Cagliari e un campus

scolastico di Orlando, in Florida, ha trasformato questa intuizione in un modello di business che oggi

conta cinquanta impianti già sviluppati, ciascuno da 250 kWp, con un ritorno sull’investimento

stimato in circa diciotto mesi.

Il progetto si chiama Energy Lot, e la sua origine non ha nulla a che fare con un piano industriale

scritto a tavolino. Nasce da un viaggio scolastico di dieci giorni in Tanzania, dove Anton ha visto da

vicino qualcosa che l’agenda europea sulla sostenibilità tende a raccontare in termini di target e non

di persone: anziani e famiglie che rinunciano all’energia non per scelta ambientale, ma perché non

possono permettersela.

“Non averla vuol dire rallentare la crescita, la produttività, e spesso sopravvivere e non vivere

appieno la vita”, racconta. È diagnosi che il giovane ha trasformato in una domanda concreta.

Un problema che l’Europa conosce bene, anche in Sardegna

Una domanda appunto che qualunque piccolo imprenditore conosce fin troppo bene: perché

installare un impianto fotovoltaico continua a essere così complicato? Autorizzazioni, vincoli

paesaggistici, centri storici dove i pannelli semplicemente non si possono mettere. È il paradosso di

una regione che, dati alla mano, è tra le aree a più elevata produttività fotovoltaica d’Italia. “Un

impianto da 1 MWp genera qui oltre 1,6 milioni di kWh l’anno, contro una media nazionale di circa

1,2 milioni, ma è anche una Regione nella quale, tradurre quel potenziale in energia effettivamente

prodotta resta un percorso a ostacoli”, spiega.

La risposta di Anton è disarmante nella sua semplicità: se un’azienda non può produrre energia dove

si trova, può farlo altrove, attraverso un impianto realizzato in un’area industriale privata già

infrastrutturata: strade, allacci, servizi già esistenti e senza sottrarre un solo ettaro a pascoli o

coltivazioni, e apposita sottostazione nella quale conferire l’energia. È un dettaglio tutt’altro che

marginale, soprattutto in un’Isola dove il conflitto tra rinnovabili e uso del suolo agricolo è diventato

terreno di scontro politico quanto ambientale.

“Per il mio progetto ho studiato prima la localizzazione del terreno per non avere nessun impatto su

ciò che da tanti, viene con troppa facilità sottratto all’allevamento e all’agricoltura”, spiega Anton,

che rivendica una sensibilità quasi più contadina che tecnologica nell’affrontare il tema. Il

meccanismo economico già conveniente di per sé, migliora accelerando l’ammortamento anche,

grazie agli incentivi per gli investimenti strumentali, che secondo Anton possono coprire dal 50

all’80% dell’investimento, oltre a finanziamenti agevolati e crediti d’imposta. Il risultato, promette,

è un costo dell’energia stabile nel lungo periodo, capace di liberare risorse dell’impresa altrimenti

bruciate in bolletta negli F24, e destinarle a ristrutturazioni, ammodernamento o servizio del debito,

insomma competitività – annullando il differenziale di costo energetico della nostra isola rispetto il

resto del mondo.

Un esempio concreto, spesso citato da Anton per spiegare il modello: un hotel nel centro storico di

Roma, Milano o una città sarda, impossibilitato a installare pannelli sul proprio tetto per vincoliarchitettonici o paesaggistici, può così migliorare il proprio bilancio energetico a un impianto

Energy Lot realizzato in un’area industriale già destinata a produzione di beni e servizi. In questo

modo l’impresa riduce drasticamente i costi energetici, migliora le proprie performance ambientali e

dimostra concretamente il proprio impegno nella transazione; un aspetto che riguarda in primo luogo

turismo, hotel e ristoranti, ma che si estende a tutte le imprese, tanto più ora che le nuove normative

europee contro il greenwashing rendono la sostenibilità non un semplice vantaggio competitivo, ma

una necessità di compliance.

Il rappresentante degli studenti che vuole fare storia in Florida

Mentre sviluppava Energy Lot, Anton — eletto rappresentante dei circa 1.500 studenti della sua

scuola in Florida — ha presentato ai dirigenti dell’istituto un progetto per renderlo completamente

carbon free. Se realizzato, sarebbe la prima scuola al 100% carbon free d’America, in uno Stato

dove il fotovoltaico scolastico è ancora, nelle sue parole, “un argomento che per loro non è stato

importante” fino a pochi anni fa, nonostante la Florida vanti una delle esposizioni solari più alte del

Paese, con performance simili alla Sardegna. Il progetto è già in fase avanzata di sviluppo. Non è un

caso isolato di attivismo da campus: nel frattempo, Anton non ha interrotto il rapporto con la

Tanzania. Sta pianificando con le comunità locali un nuovo progetto, questa volta esteso anche

all’approvvigionamento idrico, e a febbraio tornerà sul posto per un nuovo passo del percorso.

Centrocampista, escursionista, aspirante Harvard

Al netto dei fogli di calcolo sugli incentivi, resta un diciassettenne che gioca a calcio da

centrocampista, tifa il Cagliari, cura con attenzione la propria salute e l’alimentazione, considera lo

sport una componente fondamentale del proprio equilibrio, ha sempre amato i campeggi e il

trekking, e il prossimo anno si diploma con l’obiettivo dichiarato di entrare a Harvard. Cresciuto in

una famiglia — genitori entrambi laureati in economia, con un master, e da anni nel settore

dell’energia — dove il tema non era un argomento quotidiano, Anton ha ereditato anche una cultura

dello studio fin da piccolo: parla quattro lingue, russo, italiano, inglese e spagnolo, oltre al sardo

cagliaritano, e considera questo plurilinguismo non un vezzo ma uno strumento: “Mi ha aiutato non

solo a comunicare con persone di Paesi diversi, ma soprattutto a comprendere culture, modi di

pensare e punti di vista differenti”.

È forse questa capacità di muoversi tra mondi — Mosca, Cagliari, Orlando, Dar es Salaam,

Kilimanjaro — a rendere il suo sguardo sull’energia meno ideologico e più pragmatico di quello di

molti adulti coinvolti nel dibattito sulle rinnovabili, che Anton osserva a distanza ma con lucidità: un

dibattito che, a suo giudizio, resta prima di tutto una questione culturale, più che tecnica. La sua

ricetta non è la contrapposizione ma la fiducia costruita sui numeri: bollette che salgono per conflitti

e instabilità internazionale, contratti a lungo termine che stabilizzano i costi, un terreno che resta a

chi lo lavora. “Se ci proteggiamo a vicenda con reciprocità e rispetto, saremo anche più indipendenti

e più fiduciosi, per il nostro futuro”, dice rivendicando la sua generazione e, per il suo progetto, un

ruolo che va oltre l’età anagrafica.

La scommessa di Anton, in fondo, è la stessa che l’Europa si è data con la lotta al greenwashing:

basta ipocrisie e sotterfugi, ora non basta più dichiararsi sostenibili, bisogna esserlo. E dimostrarlo,

magari, con impegno quotidiano ed ancor meglio, se, prima ancora di aver conseguito il diploma.

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