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David Rossi, responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, morì il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. Le prime indagini privilegiarono l’ipotesi del suicidio e i due procedimenti aperti dalla Procura di Siena sulla sua morte si conclusero con altrettante archiviazioni, prima nel marzo 2014 e poi nel luglio 2017. La famiglia, però, non ha mai creduto alla ricostruzione del gesto volontario.
Negli anni il caso è stato riaperto sul piano parlamentare. Nel marzo 2026 la Commissione d’inchiesta bis sulla morte di Rossi, sulla base delle consulenze raccolte, ha escluso nella propria relazione intermedia l’ipotesi suicidaria, indicando un’azione con l’intervento di terzi. Nello stesso periodo la Procura di Siena ha aperto un nuovo fascicolo, inizialmente a modello 45, quindi senza ipotesi di reato e senza indagati.
Gli ultimi accertamenti hanno aggiunto nuovi elementi. Il 28 settembre, durante una simulazione disposta dalla Commissione con l’ausilio dei RIS, le prime valutazioni tecniche hanno indicato come ipotesi più probabile un’aggressione da parte di più persone prima della precipitazione. Il presidente della Commissione Gianluca Vinci aveva spiegato ad Affaritaliani che, secondo l’ipotesi emersa dagli accertamenti, l’azione potrebbe essere nata con l’obiettivo di intimidire Rossi o costringerlo a qualcosa, per poi degenerare. Il giorno successivo i consulenti Edoardo Genovese e Robbi Manghi hanno illustrato una relazione di 217 pagine secondo la quale l’ipotesi del suicidio è “tecnicamente e scientificamente insostenibile” e diverse lesioni riscontrate sul corpo di Rossi sarebbero incompatibili con la sola precipitazione o caduta al suolo.
Affaritaliani ne ha parlato con Carmelo Miceli, avvocato di Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi, e di Carolina Orlandi, sua figlia acquisita, per capire che cosa cambia dopo gli ultimi accertamenti, quali saranno le prossime mosse della famiglia e soprattutto che cosa ci si aspetta ora dalla magistratura.
L’intervista di Affaritaliani all’avvocato Carmelo Miceli
Avvocato Miceli, dopo quanto emerso dalle consulenze di questi giorni, che cosa cambia concretamente nel caso David Rossi? Ve lo aspettavate o le conclusioni sono state più nette di quanto immaginavate?
Sì, io me lo aspettavo e lo speravo da anni, così come spero che valutazioni analoghe possano transitare nella sede giudiziaria. Me lo aspettavo perché eravamo stati gli unici a contestare scientificamente i risultati delle consulenze medico-legali che erano state utilizzate ed eseguite nel corso delle indagini, ed eravamo stati gli unici a provare a dare anche una spiegazione scientifica della non riconducibilità della caduta a un atto autolesionistico. Nello specifico, noi non solo contestavamo che moltissime delle lesioni rinvenute sul corpo di David non erano state mai analizzate, o erano state immortalate ma mai spiegate, o addirittura erano state spiegate in maniera diversa da quello che era evidente: cioè la riconducibilità a un evento necessariamente diverso dalla precipitazione, nella specie un evento di natura aggressiva da parte di terzi.
In più c’era tutta un’altra serie di cose che non trovavano spiegazione nell’ipotesi di precipitazione suicidaria: le macchie d’oro sul polso, alcuni reperti sulla finestra, alcuni elementi sui vestiti che, pur non essendo stati conservati, mostravano comunque tracce di contaminazione; la dinamica della precipitazione, la particolare rotazione del corpo durante la caduta. Ora ciò che cambia è la spiegazione che aveva portato alla riconducibilità della precipitazione al suicidio che era passata per ben due volte dai RIS.
I RIS, nel corso delle prime indagini – in quella fase non ero difensore di Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi, e di Carolina Orlandi, sua figlia acquisita – avevano realizzato una superconsulenza che indicava l’ipotesi suicidaria come la più probabile. Successivamente, durante la prima Commissione d’inchiesta della XVIII legislatura, presieduta da Zanettin, cominciarono a emergere elementi che mettevano in discussione quella ricostruzione, in particolare la presenza di alcune lesioni non riconducibili alla precipitazione. Tuttavia, quelle ricostruzioni non arrivarono ancora a individuare nell’intervento di terzi la spiegazione della caduta. La novità di oggi è che, grazie a nuovi elementi, a nuovi quesiti formulati dalla Commissione e a una ricostruzione effettuata sempre con l’ausilio dei RIS, attraverso l’utilizzo di persone fisiche e di un modello 3D della finestra, le prime valutazioni tecniche indicano come ipotesi più probabile quella di una precipitazione provocata da terzi, quindi violenta.
Il fatto che lo dicano i RIS, finalmente costituisce un elemento determinante, nuovo e che è in senso totalmente contrario rispetto a quello che ha consentito alle Procure di archiviare. Adesso ci aspettiamo che le Procure siano conseguenti. Questa Commissione ha il merito di avere lavorato alacremente, coraggiosamente, di avere rimesso in discussione tutto. Noi siamo, per esempio, grati a questa Commissione di essere stata la prima che ha voluto sentire me, difensore tecnico della signora Tognazzi e della signora Orlandi. Grazie a questa audizione abbiamo offerto tutta una serie di spunti, riflessioni investigative e osservazioni che hanno coadiuvato in qualche modo il lavoro della Commissione.
La Commissione ha cominciato progressivamente a rendere noti gli elementi che stavano emergendo: prima le lesioni che non risultavano riconducibili alla precipitazione e che venivano invece ricondotte a un’aggressione; poi l’individuazione, nel video originale, dell’orologio già in volo durante la caduta. È una circostanza importante perché ha imposto ai RIS di rivedere le ricostruzioni precedenti: se l’orologio era già staccato dal polso prima dell’impatto, significa che si era rotto o sganciato prima o durante la caduta, e non nell’urto finale. Sono state poi effettuate anche prove di tenuta dell’orologio, per verificare come e in quali condizioni potesse rompersi. Secondo noi, tutti questi elementi stavano già segnando un importante passo di svolta. Non è un caso che il 6 marzo scorso, nell’anniversario della morte del dottor Rossi, la Commissione si fosse spinta a dire qualcosa in più.
Oggi si compie un ulteriore passo avanti verso la verità. Ci aspettiamo che la Procura riapra. Anzi, ci aspettiamo che la Procura abbia già riaperto in tempi non sospetti, che abbia già lavorato e che, nonostante la non comunicabilità di queste indagini, arrivi, con il tempo doveroso e necessario, a consegnarci un’idea su chi ha ucciso David, come e perché.
Quindi, avvocato, sostanzialmente per voi la domanda principale adesso non è più “come è morto David Rossi”, ma “chi c’era in quella stanza e perché”? E vi aspettate esplicitamente un’iscrizione per omicidio?
Noi abbiamo sempre lavorato immaginando il nostro percorso fatto di due step importanti.
Il primo e fondamentale step era dimostrare che il dottor Rossi non si fosse suicidato. Era fondamentale perché, dimostrato quello e dimostrato che non si trattasse di un suicidio ma di un omicidio, a quel punto si apriva la fase due. Ecco, io sostengo che oggi non ci siano dubbi sul fatto che siamo in una fase due. E quindi quella fase due obbliga ad approfondire tutti gli scenari possibili per capire chi e perché. Noi ci aspettiamo che quel “chi” e quel “perché” abbiano una risposta quanto prima. Non è un caso che già noi, quasi un anno fa, abbiamo depositato un’istanza di riapertura per omicidio.
Avvocato, nel 2022 lei aveva sollevato il caso dell’anomalia informatica della famosa mail che risultava creata il 7 marzo. Oggi i consulenti sembrano fare un ragionamento diverso: anche dando per autentica la mail del 4 marzo, sostengono che non dimostri un’intenzione suicidaria. Per voi quella mail resta ancora un reperto dubbio oppure oggi il punto è soprattutto come deve essere interpretata?
Per me non è una mail: per me sono una serie di mail molto dubbie. La Commissione sa, perché ho offerto loro degli spunti precisi, dettagliati e anche circostanziati, con riferimenti a persone e cose, quali sono le ragioni per cui ho fondati motivi di ritenere che ci debbano essere dei dubbi su quelle mail e che necessitino di un approfondimento.
Il ragionamento che fa la Commissione è che, quand’anche fossero vere quelle mail, non sarebbero un ostacolo a una ricostruzione del tutto diversa: David potrebbe avere mandato quelle mail e poi, però, essere stato oggetto di un’aggressione. Io dico che comunque quel “quand’anche” merita ancora un approfondimento. Su questo non seguo la Commissione. Aspetto che ci possano essere degli elementi concreti e non nascondo che noi stiamo lavorando con i nostri consulenti proprio su questo. Sono aspetti che approfondiremo e che offriremo poi alla Commissione e, nel caso, all’autorità giudiziaria.
Perché qualora fossero dimostrate come false o non originali, sarebbero sicuramente delle mail idonee a dimostrare o una premeditazione nel delitto o una dissimulazione del delitto.
Se quelle mail hanno preceduto il delitto, potrebbero essere state usate per minacciare David; se invece fossero state postdatate, si aprirebbe un altro scenario: chi aveva accesso alla casella, chi ha dichiarato di averle viste e chi no? In quel caso potrebbero configurarsi come un tentativo di dissimulazione ex post oppure come parte della preparazione di qualcosa di premeditato.
È ancora presto, però io sono abituato a lavorare così. Archivio elementi dubbi solo quando ho la dimostrazione e la ragionevole certezza che quegli elementi siano spiegabili.
Ho ragionato allo stesso modo sulla traccia d’oro rinvenuta sul polso: inizialmente era stata considerata una semplice contaminazione del reperto, mentre oggi è diventata parte di una ricostruzione che la collega a un possibile afferramento del polso da parte di terzi. Continuo a ragionare nello stesso modo sulle mail: finché non avrò la certezza che siano originali, che provengano effettivamente da David e che siano a lui riconducibili nel momento in cui risultano inviate, continuerò ad approfondire. Se avrò quella spiegazione, l’archivierò come una di quelle cose che, come tante altre, abbiamo analizzato fino in fondo e poi abbiamo scoperto non essere conducenti. Ma fintanto che non ho quella certezza, io ho il dovere di continuare a porre quella questione come fondamentale.
Il presidente Vinci ha annunciato per il 12 ottobre la presentazione della perizia sulle immagini delle telecamere, compreso il famoso uomo che entra nel vicolo di Monte Pio mentre David Rossi è a terra. Da quell’accertamento che cosa vi aspettate? Può essere il passaggio che aiuta finalmente a individuare chi era presente quella sera?
Senza nulla togliere al lavoro della Commissione, non credo che sarà quello il passaggio decisivo per arrivare a un’identificazione. Perché continuo ad avere un giudizio romantico della magistratura e credo che questioni come queste non possano essere sfuggite alla magistratura. Non credo che non debba esistere parallelamente una sede giudiziaria in cui queste cose siano state vagliate. Però, se fosse invece l’unica sede in cui queste cose vengono accertate e addirittura se i risultati dovessero essere quelli di vedere nella Commissione l’unica sede in cui si arriva davvero a un’identificazione, sarebbe un motivo in più per credere nella politica.
Quali saranno adesso le vostre prossime mosse? Depositerete queste nuove risultanze, chiederete ulteriori accertamenti?
Stiamo lavorando a tutta un’altra serie di aspetti che ci portano a dover approfondire alcuni temi e alcuni passaggi. Attendiamo e speriamo che ci sia un segno da parte dell’autorità giudiziaria e, se e quando avremo quel segno dell’autorità giudiziaria, saremo nelle condizioni di affidare spunti, come abbiamo sempre fatto, e lo faremo. Nella nostra istanza di riapertura, per esempio, tutta una serie di cose sono state riportate all’attenzione della Procura. Siamo ancora in attesa di un riscontro. La Procura ha i suoi tempi, aspetteremo. È chiaro che, ove dovessimo avere quei risultati in mano, sarà nostra cura farli avere all’autorità giudiziaria, ma anche alla Commissione.
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