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Siamo stati molto onorati di avere Antonio Scurati nostro ospite d’onore a Marciana Marina per la serata dell’ottantesimo compleanno del Premio Strega i primi di Agosto, grazie alla amicizia con Stefano Petrocchi direttore della Fondazione Bellonci del premio Strega. Egli lo ha portato con sé la prima volta nel 2019, quando vinse il premio più ambito d’Italia poi lo abbiamo avuto vincitore del nostro premio lo scorso anno e si è suggellata una bella amicizia. Da parte sua credo sia stato lo stesso, oltre che un legame intenso con lo Scoglio. Le amicizie hanno sempre qualcosa di magico, perché creano quella ‘corrispondenza di amorosi sensi’ che sebbene sia platonicamente espressa attraverso un’intesa di fondo che travalica il ‘circostanziale’ per sfociare sempre nell’assoluto, essa resta impressa nel profondo e nel caso di specie è coadiuvata da una simpatia ( ‘sun pathos’, dall’antico greco con sentimento) complementare e sostanziale con i suoi più stretti cari, anche a me molto cari. Da qui il passo a creare legami e anche immaginari scenari, che solo appunto il tempo e le circostanze hanno impedito che si avverassero, il passo è assai breve. Quindi per me è stato naturale con lui aprire quel vaso comunicante che ho sempre per prudenza intellettuale mantenuto chiuso tra la mia terra natìa, la Lunigiana, da parte di mio padre e quella d’elezione, quella materna. Nel romanzo d’esordio di Antonio Scurati, ‘Il rumore sordo della battaglia’ (Bompiani, 2006), Fivizzano in Lunigiana dove sono nato rappresenta il punto di svolta storico e narrativo che dà inizio all’intera vicenda. Il libro si apre con la discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII nel 1494. Il sanguinoso assedio e sacco di Fivizzano da parte delle truppe francesi viene identificato dall’autore come il momento d’inizio dell’epopea delle armi da fuoco in Italia. Questo evento segna la fine definitiva dell’era cavalleresca medievale e l’inizio della brutale guerra tecnologica moderna. Davanti al massacro di Fivizzano, il giovane protagonista Sebastiano Vives sviluppa un profondo rifiuto per la nascente ‘abitudine vigliacca’ del combattimento a distanza introdotto dai cannoni e dagli archibugi francesi. Per difendere il culto della tradizionale aristocrazia guerriera basata sul corpo a corpo, decide di farsi discepolo del capitano di ventura Malacarne, un condottiero fermamente contrario alle innovazioni tecnologiche militari. Fivizzano è quindi il fulcro geografico e simbolico in cui crolla il vecchio mondo dei cavalieri e ha inizio il ‘rumore sordo’ della modernità bellica. A mio avviso un incontro tra Antonio Scurati e mio zio Loris Jacopo Bononi sul tema del sacco di Fivizzano e della fine del Medioevo sarebbe stato un dialogo straordinario e ad altissima intensità intellettuale, anche se animato da una affascinante divergenza di prospettive. Loris Jacopo Bononi ha dedicato la vita alla Lunigiana e al recupero del Castello di Castiglione del Terziere, trasformandolo in un centro di studi umanistici. Per Scurati Fivizzano è il punto di rottura geopolitico e antropologico: è il trauma della guerra tecnologica e impersonale che cancella l’eroismo cavalleresco. Il ‘rumore sordo’ è quello dei cannoni di Carlo VIII che spengono la voce del singolo guerriero. Bononi avrebbe probabilmente spostato l’accento sulla resistenza della memoria e della cultura e pur riconoscendo la tragedia del 1494, avrebbe ricordato a Scurati che proprio Fivizzano, pochi anni prima (nel 1471), era stata la culla della stampa con Jacopo da Fivizzano. Per Bononi, il passaggio all’età moderna non è solo l’inizio della barbarie delle armi da fuoco, ma anche l’esplosione della parola stampata e dell’Umanesimo. Scurati usa Fivizzano come un palcoscenico letterario e filosofico: un paradigma universale di come la modernità industriale e bellica schiacci l’individuo. Bononi, da custode della storia lunigianese, avrebbe invitato Scurati a guardare le pietre del territorio non come simboli di una resa alla modernità, ma come monumenti di una continuità culturale che sopravvive a ogni saccheggio. Il dialogo avrebbe unito due stili speculari ossia da un lato la prosa densa, civile e analitica dello Scurati saggista e romanziere tesa a ‘decostruire’ i meccanismi del potere e della violenza, dall’altro la dialettica ricercata e barocca di Loris Jacopo Bononi, impregnata di amore per il libro antico e per la tradizione dinastica e feudale della Lunigiana. Sarebbe stato, in definitiva, un incontro tra chi denuncia la nascita della violenza moderna e chi ha speso un’intera esistenza per salvare la bellezza antica da quella stessa violenza. Credo che il loro sarebbe stato un incontro affascinante: la sensibilità e lo spessore dell’amico Antonio sarebbero stati di certo ‘riconosciuti’ da mio zio e l’intesa sarebbe stata perfetta. ‘Riconoscere è sempre meglio di conoscere’ scrisse mio zio e cogliere il senso del nostro esistere, anche oltre la realtà perché essa sia migliore di come spesso si presenta ai nostri occhi lo è ancora di più.

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