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Guido Castelli: “La ricostruzione deve diventare una scuola di prevenzione”. L’intervista
Dieci anni dopo la notte del 24 agosto 2016, quando il terremoto devastò Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e una vasta parte dell’Appennino centrale, il bilancio della ricostruzione si misura non soltanto nei cantieri aperti e nelle case restituite, ma nella capacità di ridare futuro alle comunità colpite. A guidare dal gennaio 2023 questo percorso è Guido Castelli, senatore e commissario straordinario del Governo per la riparazione e la ricostruzione dei territori di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Nel decennale del sisma, mentre si chiude la lunga stagione dell’emergenza e si apre quella della ricostruzione programmata, Castelli rivendica il cambio di passo impresso negli ultimi anni, ma indica anche la sfida ancora più difficile: trasformare l’Appennino in un luogo nel quale sia possibile non soltanto tornare, ma scegliere di restare, lavorare e costruire il proprio futuro.
A dieci anni dal terremoto del 2016, quale pensa sia oggi il significato di questo anniversario? È solo un momento della memoria o può diventare anche il simbolo di una rinascita finalmente concreta per il Centro Italia?
Il decennale deve essere innanzitutto un momento di memoria e di rispetto. Ci sono 299 vittime da commemorare, famiglie che hanno perso i propri cari, comunità che in pochi secondi hanno visto cambiare per sempre la propria vita. Non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo. Ma credo che il modo migliore per onorare quella memoria sia dimostrare che quei territori hanno un futuro. Dieci anni dopo possiamo dire che la ricostruzione è finalmente partita dopo una serie di imperdonabili false partenze. I primi anni purtroppo sono stati persi a causa di “ossessioni formaliste” e di modelli sbagliati che hanno impedito di avviare tempestivamente il percorso di ricostruzione. Oggi possiamo dire che dal 2023 molto è stato fatto. Evidentemente, molto resta da fare, ma grazie al cambio degli ultimi tre-quattro anni possiamo essere fiduciosi. Siamo certamente entrati in una fase nuova. Il nostro obiettivo non è semplicemente ricostruire ciò che il terremoto ha distrutto: vogliamo rendere l’Appennino centrale più sicuro, moderno, connesso e capace di offrire opportunità di lavoro e servizi. Questo cambio di passo e di prospettiva è stato possibile grazie al sostegno che il Governo Meloni ha assicurato alla ricostruzione, snellendo le procedure, rifinanziando la ricostruzione pubblica per 3 miliardi di euro, favorendo l’uscita dal tunnel del post 110% grazie a 1,3 miliardi di euro che hanno “salvato” circa 5000 cantieri a rischio dopo la fine del 110%. Questo é molto altro.
Negli ultimi anni si è parlato spesso di un cambio di passo nella ricostruzione. Quali sono, numeri alla mano, gli elementi che le fanno dire che oggi il Centro Italia si trova in una fase profondamente diversa rispetto al passato?
Il cambio di passo non è uno slogan, è documentato dai numeri. Al 31 maggio 2026 le richieste di contributo per la ricostruzione privata erano oltre 36 mila, per un valore di 17,82 miliardi di euro. I contributi concessi hanno raggiunto 12,59 miliardi, mentre le somme già liquidate hanno superato gli 8 miliardi. Quasi il 70% di queste risorse è stato liquidato dal 2023 in poi. Abbiamo 23.361 cantieri autorizzati e quasi 15 mila già conclusi. E stiamo entrando nella fase più complessa, quella dei danni gravi e dei centri maggiormente colpiti. Anche sul pubblico il quadro è profondamente cambiato nonostante si tratti del settore più complesso ed esposto a lungaggini. Gli interventi programmati sono 3.667, per oltre 4,85 miliardi. Il 98% di questi sono avviati. Circolano rapporti con dati obsoleti ma la realtà è che il 40% dei cantieri della ricostruzione pubblica sono conclusi o in fase di esecuzione post-gara. Gli altri sono in progettazione o prossimi alla gara. Altro dato che considero fondamentale: negli ultimi 3 anni abbiamo riportato a casa circa 4.500 famiglie, quasi il 40% in meno rispetto al 2022. Questo significa persone che tornano nelle proprie case e comunità che progressivamente recuperano normalità. E poi c’è il dato della ricostruzione pubblica. Naturalmente resta moltissimo da fare, soprattutto nei luoghi più devastati. Ma oggi abbiamo finalmente visione, strumenti, risorse e capacità amministrativa per farlo.
Il Consiglio dei ministri del 4 agosto ha segnato una svolta con la cessazione dello stato di emergenza, il passaggio allo stato della ricostruzione e la proroga della Struttura commissariale. Perché considera questo provvedimento un punto di svolta e quali effetti concreti avrà per cittadini e amministrazioni locali?
Perché segna il passaggio dalla logica dell’emergenza a quella della programmazione. Dopo dieci anni non possiamo più considerare questi territori come luoghi condannati a vivere in uno stato di eccezione permanente. La ricostruzione deve avere tempi, strumenti e prospettive certe. Il Governo ha compiuto una scelta importante: chiudere la fase dell’emergenza nazionale senza interrompere né indebolire la ricostruzione e, contemporaneamente, dare continuità alla Struttura commissariale. Significa offrire a sindaci, cittadini, professionisti e imprese un orizzonte stabile nel quale programmare gli interventi. Particolarmente significativa è poi l’individuazione di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto come Primo Cratere. Sono i territori dove il sisma del 24 agosto 2016 ha provocato la perdita di 299 vite. Infine vengono stanziate risorse per il rilancio economico e sociale del cratere. Il futuro dell’Appennino centrale passa anche da qui.
Lei parla spesso di “restanza” e di “diritto a restare”. Come si trasformano questi concetti in politiche concrete? Quali strumenti possono convincere un giovane a non lasciare l’Appennino o addirittura a tornarvi?
Il diritto a restare non può essere una formula suggestiva. Deve significare poter scegliere liberamente di vivere nell’Appennino senza essere penalizzati rispetto a chi vive in una grande città. Un giovane resta se trova un lavoro qualificato, una connessione digitale efficiente, una scuola per i propri figli, servizi sanitari accessibili, mobilità, opportunità culturali e una casa. E può tornare se comprende che vivere in questi territori non significa rinunciare alle proprie ambizioni. Per questo abbiamo affiancato alla ricostruzione fisica strumenti di sviluppo economico come NextAppennino, il sostegno agli investimenti delle imprese, alle nuove attività, al turismo, alle filiere agricole, all’innovazione e alla ricerca. Il concetto che cerchiamo di affermare è semplice: restare, partire, tornare devono essere tre possibilità e non tre destini obbligati. Per fortuna è diventata una politica della nuova Europa: il vicepresidente della Commissione Raffaele Fitto parla di “right to stay”. È il nostro obiettivo.
Lei sostiene che non basta ricostruire case e infrastrutture. Quanto è importante oggi investire nella ricostruzione sociale ed economica, nel lavoro, nei servizi e nelle imprese affinché i borghi non tornino a spopolarsi?
È decisivo. Una casa perfettamente ricostruita in un paese senza scuola, senza medico, senza lavoro e senza giovani rischia di diventare semplicemente un bellissimo edificio vuoto. Per questo abbiamo sempre sostenuto che la ricostruzione materiale e quella economico-sociale debbano procedere insieme. Ricostruire significa certamente mettere in sicurezza edifici, chiese, municipi e infrastrutture, ma significa anche ricostruire relazioni, attività economiche, servizi e occasioni di incontro. Il rischio dello spopolamento era presente già prima del sisma e il terremoto lo ha amplificato. Per contrastarlo dobbiamo utilizzare la ricostruzione come una leva di rigenerazione territoriale. Investimenti produttivi, lavoro, telemedicina, infrastrutture digitali, formazione, turismo sostenibile, agricoltura di qualità e servizi alle famiglie sono parte dello stesso progetto. È questa la differenza tra ricostruire un patrimonio immobiliare e far rinascere una comunità.
L’esperienza del sisma 2016 ha prodotto innovazioni normative e amministrative importanti, dal nuovo Codice della ricostruzione alla programmazione pluriennale fino al rafforzamento del ruolo dei sindaci. Pensa che questo modello possa diventare un riferimento anche per le future ricostruzioni post-calamità in Italia?
Non soltanto penso che possa esserlo: in parte sta già accadendo. Per molti anni in Italia ogni terremoto ha prodotto una legislazione diversa, procedure nuove e strutture costruite da zero. Significava disperdere ogni volta esperienza, competenze e tempo. La legge quadro sulle ricostruzioni rappresenta un cambiamento fondamentale perché finalmente il Paese si dota di regole comuni e di un modello organizzativo stabile. Anche l’esperienza maturata nel sisma 2016 sta diventando patrimonio nazionale. Penso, per esempio, alla piattaforma Ge.Di.Si., sviluppata dalla Struttura commissariale per digitalizzare e monitorare le procedure e che, grazie al protocollo sottoscritto con Casa Italia, è destinata a diventare un sistema di riferimento per le future ricostruzioni. Abbiamo imparato anche un’altra cosa: la semplificazione funziona se è accompagnata dalla responsabilità. Sindaci e amministrazioni locali devono avere più strumenti e più capacità decisionale, mantenendo naturalmente controlli rigorosi sulla legalità e sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Un altro caso di “sperimentazione” positiva avvenuta nel cratere e destinata a una dimensione nazionale riguarda certamente il badge di cantiere che il ministro Calderone vuole esportare dai cantieri del cratere a tutti i cantieri edili in Italia, per garantire sicurezza a chi lavora e trasparenza e legalità al sistema.
Se dovesse immaginare il Centro Italia tra dieci anni, quale vorrebbe fosse l’immagine simbolo dell’Appennino del 2036? Qual è il traguardo che le farebbe dire che la ricostruzione è stata davvero completata, non solo dal punto di vista materiale ma anche umano, sociale ed economico?
Vorrei vedere una piazza di Amatrice, Arquata, Norcia o di uno degli altri borghi del cratere piena di ragazzi. Non soltanto turisti, ma giovani che vivono lì, lavorano lì, costruiscono una famiglia lì. Quella sarebbe per me l’immagine più bella. Potremo dire che la ricostruzione è davvero conclusa quando non parleremo più di questi territori soltanto perché sono stati colpiti dal terremoto. Quando un ragazzo potrà scegliere l’Appennino perché vi trova opportunità, innovazione e qualità della vita. Quando un’impresa deciderà di investire qui non perché riceve un sostegno emergenziale, ma perché lo considera conveniente.
La ricostruzione del Centro Italia viene spesso indicata come un laboratorio nazionale di innovazione amministrativa, dalla digitalizzazione delle procedure al rafforzamento del ruolo dei sindaci fino al nuovo Codice della ricostruzione. Quali insegnamenti può offrire questa esperienza al resto del Paese nella gestione delle emergenze e delle grandi opere?
Il primo insegnamento è che velocità e legalità non sono in contraddizione. Possiamo semplificare senza abbassare il livello dei controlli. Il secondo è che le decisioni funzionano meglio quando i diversi livelli istituzionali collaborano invece di sovrapporsi. Nel cratere lavoriamo quotidianamente con quattro Regioni, dieci Province, 138 Comuni, uffici speciali, ministeri, professionisti e imprese. È una macchina amministrativa estremamente complessa. Eppure negli ultimi anni siamo riusciti ad accelerare perché abbiamo costruito una governance fondata sulla collaborazione e sul principio del risultato. Il terzo insegnamento è la digitalizzazione. Avere dati aggiornati significa sapere dove si trovano i problemi e intervenire prima. La decisione di utilizzare Ge.Di.Si. come riferimento nazionale dimostra che quanto sperimentato nell’Appennino può essere trasferito ad altre ricostruzioni. Infine c’è il tema della prevenzione. Il titolo del nostro Rapporto 2026 è volutamente “Ricostruire è prevenire”. Non possiamo aspettare la prossima calamità per occuparci della sicurezza del patrimonio edilizio e dei territori. La ricostruzione deve diventare anche una grande scuola nazionale di prevenzione.
Per anni le aree interne sono state raccontate quasi esclusivamente come territori destinati allo spopolamento. Lei invece sostiene che possano diventare un motore di sviluppo. Quali sono le priorità, dal lavoro ai servizi, fino alla fiscalità e agli investimenti, per trasformare davvero il “diritto a restare” in un’opportunità concreta per famiglie e imprese?
Dobbiamo innanzitutto cambiare paradigma. Le aree appenniniche non sono un problema da amministrare ma una risorsa da mettere nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale. Naturalmente non possiamo fingere che vivere in un piccolo borgo appenninico sia la stessa cosa che vivere a Roma o Milano. Proprio per questo serve quella che definisco una politica “sartoriale”: territori diversi hanno bisogno di strumenti diversi. Le priorità sono molto concrete: sanità territoriale, scuole, trasporti, banda ultralarga, servizi digitali, incentivi agli investimenti. Un mix di misure capaci di compensare gli svantaggi imposti dalla geografia. Dobbiamo inoltre sostenere le imprese che scelgono questi territori e favorire il lavoro da remoto, l’imprenditorialità giovanile, le filiere agricole e agroalimentari, il turismo e l’economia della conoscenza. Fondamentale è la riscoperta della filiera del legno. Il 70% del cratere è costituito da superfici boscate ma si tratta di un “valore trascurato”. Stiamo rilanciando questa filiera. Il punto comunque è soprattutto culturale. Per decenni abbiamo quasi dato per inevitabile che i giovani lasciassero le aree interne. Io penso invece che lo Stato debba garantire loro il diritto di scegliere. Non possiamo promettere che tutti resteranno, né sarebbe giusto volerlo. Possiamo però fare in modo che nessuno sia costretto ad andarsene soltanto perché mancano un servizio, una connessione, un lavoro o un’opportunità.
Rinnovo Patente? Facile ed Economico
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