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Armi cinesi all’Iran? Simonini: “Trump sbaglia a fidarsi di Xi e Putin. Le potenze seguono solo i propri interessi”

Le indiscrezioni sulla possibile fornitura all’Iran di centinaia di sistemi missilistici antiaerei di fabbricazione cinese aprono un nuovo fronte nel delicato equilibrio mediorientale. Secondo Reuters, Teheran sarebbe pronta a ricevere fino a 400 lanciamissili portatili prodotti in Cina, in un momento in cui la Repubblica islamica punta a rafforzare le proprie capacità difensive dopo il confronto militare con Stati Uniti e Israele.

Una notizia che sembra però entrare in contraddizione con le recenti dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui Xi Jinping e Vladimir Putin avrebbero garantito di non voler fornire armi all’Iran. Dietro le forniture militari e le dichiarazioni ufficiali si muove una partita più ampia, che coinvolge gli equilibri tra Washington, Pechino e Mosca. 

Siamo di fronte alla costruzione di un nuovo asse strategico antiamericano oppure a una convergenza temporanea dettata dagli interessi dei singoli attori? E quanto può incidere questa cooperazione sul futuro del conflitto in Medio Oriente?

A fare chiarezza è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza il ruolo di Cina e Russia nel sostegno all’Iran, le contraddizioni nelle parole di Trump e le nuove dinamiche di potere che stanno ridisegnando lo scenario internazionale.

Reuters riferisce che l’Iran potrebbe ricevere entro poche settimane fino a 400 lanciamissili antiaerei portatili di fabbricazione cinese. È davvero uno scenario credibile? E quali effetti potrebbe avere sul conflitto in Medio Oriente?

“Secondo alcune indiscrezioni, la Repubblica islamica avrebbe firmato un contratto per forniture missilistiche con la Zhongqing Baoshang, azienda intermediaria con sede a Hong Kong. L’accordo varrebbe tra i sessanta e i settanta milioni di dollari e coprirebbe tra i trecento e i quattrocento sistemi QW-12 e FN-16, missili terra-aria. Al di là della notizia in sé, il coinvolgimento indiretto della Repubblica popolare si era palesato sin dai primi giorni del conflitto.

Dopo aver rifornito per anni Teheran di armamenti e sistemi radar, Pechino già nel luglio 2025, all’indomani della guerra dei dodici giorni, aveva inviato le batterie HQ-9B, poi nel febbraio scorso aveva complicato alcune manovre di Washington con attività di disturbo, mentre molteplici satelliti avevano condiviso informazioni d’intelligence con gli apparati militari persiani. Le forniture non cambieranno lo stallo in corso, ma la mossa mandarina avrebbe diversi obiettivi. Anzitutto mantenere l’impantanamento degli Stati Uniti in medio oriente, poi far sprecare risorse e missili di difesa difficilmente sostituibili nel breve periodo, infine raccogliere attraverso i propri radar dati sul tracciamento dei velivoli americani e sul funzionamento delle comunicazioni in condizioni critiche”.

Trump ha dichiarato che Xi Jinping e Putin gli avrebbero assicurato che Cina e Russia non venderanno armi all’Iran. Come si spiega questa apparente discrepanza con quanto riportato da Reuters? Si tratta di un cambiamento di strategia, di forniture indirette o di informazioni ancora da verificare?

“La notizia si riferisce al messaggio pubblicato il 24 luglio sul profilo Truth del presidente Donald Trump, in cui veniva confermato l’impegno di Xi Jinping e Vladimir Putin a non vendere armi all’Iran. Oltre al fattore prettamente personalistico della questione, siamo di fronte al sistematico errore di valutazione fondato sulla presunta «amicizia» tra capi di governo. Le potenze agiscono per interessi egoistici e sistemici, profittando delle difficoltà altrui e appoggiando l’una o l’altra fazione.

A questo vanno aggiunti gli aspetti tipici dell’analisi fallace alle nostre latitudini, dove i governanti vengono descritti come massimi artefici degli eventi senza mai coglierne i limiti e gli equilibri di potere interni. Ciò premesso, cinesi e russi hanno partecipato in modo attivo benché indiretto alla guerra in corso, con modalità simili, seppur più celate, a quelle di Washington nei confronti di Mosca sul campo ucraino”.

Alla luce dell’intensificarsi della cooperazione militare tra Iran, Russia e, secondo alcune indiscrezioni, anche Cina, stiamo assistendo alla nascita di un asse strategico sempre più strutturato oppure si tratta di convergenze dettate esclusivamente dalle contingenze dei conflitti in corso?

“Benché negli anni il Cremlino si sia speso per cooperare con la Repubblica Islamica tanto sul piano geopolitico quanto su quello militare, l’eccessivo impegno nel conflitto ucraino ha impedito ai moscoviti di sostenere in modo costante e diretto lo sforzo persiano contro gli americani. Epperò la Federazione profitta dell’ampliamento delle ostilità e dell’occlusione dello stretto di Hormuz, avvantaggiandosi dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi e della distrazione washingtoniana. Dinamica che ha indotto Mosca a fornire all’Iran informazioni d’intelligence utili a colpire le basi di Washington nell’area, restituendo così il trattamento subito in Ucraina.

Tra il 21 e il 31 marzo i satelliti russi avrebbero condotto almeno ventiquattro ricognizioni su quarantasei installazioni militari e siti critici in undici paesi mediorientali, con nove passaggi sulla cittadella militare di King Khalid e sulla base aerea di Prince Sultan pochi giorni prima che i pasdaran colpissero, il 27 marzo, il velivolo radar E-3 Sentry, e con sorvoli estesi da Israele e dal Golfo fino a Diego Garcia.

La cooperazione si estende al dominio cibernetico, dove le cellule russe Z-Pentest Alliance, NoName057 e DDoSia Project avrebbero affiancato il collettivo persiano Handala, colpendo negli scorsi mesi gli impianti energetici dello Stato ebraico e le telecomunicazioni delle monarchie del Golfo. A questo vanno aggiunti gli elementi citati precedentemente nel rapporto tra Pechino e Teheran. Una triangolazione funzionale a ricalibrare la proiezione globale washingtoniana, sfruttando le crepe dell’impero e le difficoltà emerse nel controllo dello stretto di Hormuz”.

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