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La rubrica “i Poteri Corti”

“Il flusso 227”: un film dell’orrore burocratico
Marco Travaglini, imprenditore e fondatore del centro studi Produttivitalia

In questo Paese, chi si occupa di far accadere le cose dall’inizio alla fine? Chi è che fa davvero il mestiere di attaccare i pezzi? Chi si prende la responsabilità dell’obiettivo? 

Qualche tempo fa mi sono imbattuto nella storia di un piccolo imprenditore che ha provato a realizzare un progetto di innovazione tecnologica e di filiera. Mediante il bando del MIMIT di nome “STEP“: un nome-un programma. L’obiettivo era proprio fare un passo in avanti per l’azienda e per il territorio, sfruttando una di quelle misure nate proprio per dare “ossigeno innovativo” e competitività al nostro tessuto produttivo.

L’imprenditore ha seguito l’iter progettuale alla lettera. Ha risposto alle integrazioni richieste, superato i controlli burocratici e di merito, definito ogni passaggio tecnico e, finalmente, ha vinto il bando. Da quel momento, come fa ogni persona mossa da sana passione imprenditoriale, si è messo all’opera per “mettere a terra” l’investimento: ha aperto una sede a Taranto e ha assunto tre persone (come da delibera del Ministero), ha pagato una fideiussione per ricevere l’acconto necessario per avviare il progetto e ripianare una cassa già anticipata. 

Ed è qui che già si è dovuto imbattere nel primo, enorme segnale d’allarme (compreso a posteriori): da contratto, i tempi di erogazione di quell’acconto semplicemente non erano scritti. Un decreto ministeriale che sostituisce il contratto con l’impresa, ma che si riserva la totale reticenza sulla tempistica.

Uhm, gatta ci cova, avrebbe dovuto pensare. 

Il grande gioco dello scaricabarile pubblico 

Quando l’imprenditore in questione ha cominciato ad aver bisogno di certezze finanziarie e operative per la sua azienda, ha chiamato la tutor del braccio operativo del Mimit, ossia Medio Credito Centrale (MCC). Con il sorriso lo ha rassicurato: “Siamo in dirittura d’arrivo”. Ma dopo trenta giorni, il nulla. La richiama, non risponde; le scrive una mail, non risponde. Preso dalla preoccupazione, dopo quattro giorni, riesce a intercettare il suo responsabile che lo liquida via mail: “Guardi, all’MCC i soldi non ci sono. Sono fermi alla Divisione IV del Mimit, senta loro”.

Benvenuti all’inferno. Inizia il cambio di cappello da imprenditore a detective per quattro ministeri per ottenere la liquidità spettante.

Chiama la Divisione IV del Mimit: “Il suo flusso – il famoso Flusso 227 – qui non c’è. È ancora al MEF; e le dico subito che prima che il MEF deliberi il passaggio dei fondi passerà almeno o due mesi se le andrà bene. Poi faremo i nostri controlli e daremo i soldi a MCC”. Preoccupato, cerca una PEC del MEF e scrive. Gli rispondono a stretto giro: “Guardi che i soldi li abbiamo già erogati al Mimit”. Ma non alla Divisione IV: scopre infatti che sono alla Divisione VI (Ricerca e Sviluppo). Chiama anche loro, in questo caso senza successo. 

A quel punto perde completamente la bussola ritrovandosi stritolato tra quattro uffici (e tre enti) diversi che non si parlavano tra loro. Finché un funzionario gli consiglia di provare a sentire il Dott. “Pincopallo” di Invitalia (un altro ente da mettere in mezzo, ha pensato). Per fortuna lo trova. E sapete come ha trovato il bandolo della matassa? Mettendo cinque indirizzi mail differenti di enti diversi – MEF, Divisione VI, Divisione IV, Mimit, MCC, Invitalia – nella stessa stanza virtuale per costringerli a guardarsi in faccia mediante una PEC. 

Il prezzo della frammentazione: perché restiamo “corti”

Per sintetizzare, l’imprenditore ha ricevuto i soldi con quasi quattro mesi di ritardo. Nel frattempo, la sua azienda ha dovuto distrarre risorse preziose da altre attività per anticipare la cassa. La confessione finale di un’impiegata di MCC è stata tragicomica: i dirigenti dei vari enti avevano discusso tra loro perché non capivano chi si fosse perso per strada il “Flusso 227”.

Questa vicenda non è un caso isolato; è la fotografia nitida del perché i nostri poteri restano “corti”. Siamo “corti” nelle risorse e nel tempo, corti nella visione e nel creare il famoso sistema; veniamo sistematicamente prosciugati da processi che spezzettano le competenze in mille rivoli. Sabino Cassese, in uno dei suoi saggi sulla riforma della Pubblica Amministrazione, indicando sempre nella meritocrazia l’elemento cardine, ha scritto chiaramente anche una procedura operativa nuova: dobbiamo abbandonare questo modello atomizzato e passare a una logica end-to-end, dove un unico soggetto giuridico segue la pratica dall’inizio alla fine e ne risponde in prima persona.

Ma qui, se non riusciamo a farne la riforma (e penso non si farà mai), dobbiamo mettere quello che “quelli fighi” chiamano “process owner”, uno che si prende la bega di seguire tutti e portare a termine la (buona) pratica, mediando tra istituzioni, interpretando pareri per trovare e proporre una quadra, gestire i conflitti e le problematiche. 

Quattro mesi di ritardo nell’erogazione della liquidità significano una cosa sola: tagliare le gambe alla capacità produttiva di un’impresa. Con quei fondi l’imprenditore avrebbe potuto anticipare investimenti, accelerare lo sviluppo, generare quel valore aggiunto e quella produttività di cui l’Italia ha disperatamente bisogno per non morire; arrivare in ritardo accumula ulteriori ritardi di messa a terra e velocizzazione. 

Se lo Stato non si assume la responsabilità di fare da raccordo, se lascia che sia l’imprenditore a dover fare il detective tra ministeri e partecipate, allora, contributi e aiuti, rischiano di essere solo trappole. 

Il resto, cari Adolfo e Giancarlo, rischiano di essere le solite chiacchiere.

P.S. Nota di colore. 

L’imprenditore che ha vissuto questo inferno in prima persona e che non ha dormito per tante notti, pur di trovare il bandolo della matassa, è il sottoscritto

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