Rinnovo Patente? Facile ed Economico

image

Da Setúbal al Bernabeu, passando per Porto, Londra e Milano e per Roma: la parabola di Mourinho

José Mourinho torna al Real Madrid e già questo basta per riaprire mezzo archivio del calcio europeo. Jose Mourinho non è un allenatore qualsiasi di uno di quelli che passano senza fare rumore. Non lo è mai stato. Lo Special One è pronto a rimettere piede al Bernabeu tredici anni dopo la prima volta, con un contratto biennale e una missione precisa: ridare una scossa, ordine e cattiveria a un Real uscito da una stagione da “zero tituli”.

Il ritorno arriva dopo un’esperienza amara al Benfica, chiuso fuori dalla zona Champions League. Un dettaglio pesante per uno come lui, che ha costruito la sua carriera proprio sulle notti europee, sulle finali, sulle conferenze stampa incendiarie e sulla capacità di trasformare ogni panchina in una questione personale, capace di attirare le attenzioni su se stesso per liberare la testa dei calciatori.

José Mário dos Santos Mourinho Félix nasce a Setúbal il 26 gennaio 1963. Figlio di Félix Mourinho, ex portiere, cresce in una città di mare e pallone, lontana dal centro politico e calcistico del Portogallo. Da lì nasce anche uno dei suoi soprannomi più suggestivi: il Profeta di Setúbal. Prima ancora di diventare Special One, Mourinho è questo: un ragazzo del sud portoghese che studia calcio, osserva, assorbe, parla lingue e capisce prima di altri quanto la comunicazione possa spostare una partita quasi quanto un cambio tattico.

Da calciatore non sfonda. Gioca a livelli minori, ma capisce presto che il campo non gli darà la grandezza che cerca. La trova dalla panchina, ma non subito da protagonista. Prima fa l’insegnante, poi entra negli staff, poi diventa interprete e assistente di Bobby Robson. Per anni molti lo guardano con sufficienza: “il traduttore”. In realtà Mourinho traduce le parole, ma intanto studia le idee. Segue Robson allo Sporting, poi al Porto, poi al Barcellona. Lì lavora anche con Louis van Gaal. Impara il calcio europeo dall’interno, senza avere ancora il potere di comandarlo.

Il salto arriva al Porto. Prima l’União de Leiria, poi la chiamata vera. In due anni Mourinho prende un club importante, ma non ricchissimo rispetto ai giganti del continente, e lo porta in cima all’Europa. Vince la Coppa Uefa nel 2003, poi la Champions League nel 2004 battendo il Monaco 3-0 in finale. È uno dei colpi più clamorosi della storia della Champions League moderna. Non c’è una multinazionale del pallone, non c’è una rosa piena di Palloni d’Oro. Ci sono Deco, Carvalho, Maniche, Costinha, Alenichev, Carlos Alberto. E c’è lui, che corre già verso il calcio dei grandi.

Pochi giorni dopo, ricorderanno tutti quando lasciò il campo dopo la vittoria della Champions senza festeggiare e con un contratto già in mano, arriva al Chelsea e si presenta al mondo inglese con una frase che gli resta cucita addosso: “I think I am a special one”. Non “the”, almeno nella formula originaria. Il calcio però se ne frega della filologia e gli appiccica il marchio: The Special One. Da quel momento Mourinho non è più solo un allenatore. Diventa un personaggio globale.

A Londra cambia il Chelsea. Roman Abramovich ha già speso tanti milioni, la squadra è forte, ma Mourinho le dà un volto. Vince la Premier League 2004-05 con 95 punti e appena 15 gol subiti, un dato ancora oggi impressionante. Difesa feroce, centrocampo fisico, Drogba davanti, Terry e Lampard come colonne emotive. Il Chelsea non chiede permesso. Entra nel calcio inglese con l’aria di chi vuole togliere il tavolo agli altri.

Poi arriva l’Inter, la parte più romantica della sua carriera. Mourinho entra in un club che vince in Italia, ma non riesce a prendersi l’Europa. All’inizio litiga anche con la lingua del campionato, con gli arbitri, con i media, con il sistema. In conferenza stampa inventa formule che restano. “Zero tituli” diventa un modo di dire nazionale. “A me non piace la prostituzione intellettuale, a me piace l’onestà intellettuale” è una frase che ancora oggi viene ripescata ogni volta che il calcio italiano si avvita su polemiche, sospetti e vittimismi.

Il 2010 lo porta nella leggenda. L’Inter vince Scudetto, Coppa Italia e Champions League. Il Triplete. La semifinale contro il Barcellona di Guardiola è una partita che sembra scritta per il suo personaggio. All’andata l’Inter ribalta tutto a San Siro vincendo 3 a 1. Al ritorno, al Camp Nou, resta in dieci per l’espulsione di Thiago Motta e difende l’area come in trincea. Mourinho esulta sul prato, Victor Valdés prova a fermarlo, l’impianto di irrigazione dello stadio catalano parte quasi come una scena teatrale.
Poi la finale al Bernabeu, contro il Bayern Monaco. Due gol di Milito, e l’Inter campione d’Europa.

Quella sera Mourinho non torna a Milano con la squadra. Piange con Marco Materazzi nel parcheggio del Bernabeu e sale idealmente sul carro del Real Madrid. È un addio da cinema, nel bene e nel male, doloroso. Perché Mourinho ha sempre avuto questo talento: far sembrare ogni vittoria un finale di un film d’autore.

A Madrid trova Cristiano Ronaldo, Sergio Ramos, Casillas, Xabi Alonso, Benzema, Özil. Trova soprattutto il Barcellona di Messi, Xavi, Iniesta e Guardiola. Il Real lo prende per quello: rompere il dominio blaugrana. Mourinho vince una Coppa del Re nel 2011, poi la Liga 2011-12 con 100 punti e 121 gol segnati. Una squadra verticale, aggressiva, cattiva, costruita per andare in porta con pochi tocchi. Il Real torna campione di Spagna.

Ma Madrid gli presenta il conto. Tre semifinali di Champions, nessuna finale. Rapporti sempre più tesi nello spogliatoio, soprattutto con Casillas. Polemiche infinite con il Barça, con gli arbitri, con la stampa, con l’ambiente. Mourinho al Real vince, ma non pacifica. Lascia un club più forte e più nervoso. Lascia il segno, non lascia pace.

Da lì comincia la seconda parte della carriera. Quella meno mitologica, più imperfetta. Torna al Chelsea e rivince la Premier nel 2015. Poi il gruppo si rompe, i risultati crollano, l’addio è di quelli rumorosi. Va al Manchester United e porta comunque a casa trofei: Community Shield, League Cup ed Europa League nel 2017. Però anche lì il clima si consuma. Con Pogba, con lo spogliatoio, con un club che fatica a capire cosa vuole essere dopo Ferguson.

Il Tottenham è una ferita diversa. Mourinho arriva per dare fame a una squadra bella, ma mai vincente. La porta in finale di League Cup, poi viene esonerato pochi giorni prima della partita. Sembra quasi una crudeltà narrativa. Mourinho, l’uomo delle finali, mandato via prima di poterne giocare una.

Roma gli restituisce ciò che gli era mancato: un popolo disposto ad amarlo senza calcoli. Mourinho arriva a Trigoria e capisce subito la piazza. La protegge, la incendia, la esaspera. Vince la Conference League 2022 battendo il Feyenoord a Tirana. Per molti è un trofeo minore. Per la Roma è una notte importantissima. Primo titolo europeo del club, prima festa dopo anni di attese. Mourinho piange di nuovo, stavolta in giallorosso.

L’anno dopo porta la Roma in finale di Europa League contro il Siviglia. Perde ai rigori, contesta l’arbitro Taylor, si sente tradito, si chiude ancora di più dentro la sua parte. Poi la storia finisce male. Risultati più pesanti, gioco contestato, tensioni crescenti, esonero. Eppure Roma resta uno dei luoghi in cui il Mourinho degli ultimi anni è sembrato più vivo. Non sempre brillante, non sempre moderno, ma vivo.

Fenerbahce e Benfica raccontano un’altra storia. Mourinho continua a muovere folle, conferenze, titoli, aspettative. Ma i risultati non sempre seguono la grandezza del nome. Al Benfica, il finale fuori dalla zona Champions pesa moltissimo. Per uno che ha costruito la propria identità sull’Europa, è quasi una contraddizione.

Eppure il Real Madrid lo richiama. O almeno è pronto a farlo. È qui che la storia torna interessante. Perché Mourinho non rientra al Bernabeu da allenatore emergente, né da dominatore assoluto. Rientra da uomo di 63 anni, con oltre venti trofei in bacheca, due Champions League, campionati vinti in Portogallo, Inghilterra, Italia e Spagna, ma anche con una domanda addosso: il calcio di Mourinho può ancora vincere nel 2026?

Il personaggio, quello sì, è rimasto intatto. Mourinho sa ancora occupare lo spazio. Sa ancora spostare pressione da una squadra a se stesso. Sa ancora trasformare una conferenza in un titolo. “Non sono Harry Potter” è diventata la frase degli anni più difficili, quando gli chiedevano miracoli con rose non sempre all’altezza delle aspettative. È una difesa, ma anche un’ammissione. Il mago non esiste. L’allenatore sì, però deve fare i conti con il tempo.

Il ritorno al Real è un enorme interrogativo. Florentino Perez conosce Mourinho, ne conosce i pregi e le mine. Sa che può rimettere autorità dentro uno spogliatoio complicato. Sa anche che non esiste Mourinho senza attrito. Dove arriva lui, arrivano identità, protezione, conflitto, disciplina, teatro. A volte arriva anche il trofeo.

La sua carriera è una linea spezzata, non una retta perfetta. Porto e Inter restano due imprese immense. Chelsea e Real sono il potere. Manchester United è una vittoria con molte crepe. Tottenham è il rimpianto. Roma è popolo e ferita. Benfica è una parentesi amara. Il nuovo Real può essere l’ultimo grande tentativo di rimettere insieme tutto: il Profeta di Setúbal, lo Special One, il tecnico pragmatico, il comunicatore feroce, l’uomo che ha fatto del calcio una guerra mentale prima ancora che tattica.

Tredici anni dopo, Mourinho torna dove aveva salutato l’Inter e abbracciato il futuro. Il Bernabeu gli offre un’altra occasione. Non per dimostrare di essere stato grande. Quello è già scritto. Ma per provare che non è ancora soltanto memoria, archivio. Stavolta il titolo più difficile non è una Champions, una Liga o una coppa.

È convincere il mondo del calcio che lo Special One può essere speciale ancora.

Rinnovo Patente? Facile ed Economico

Questo articolo è stato pubblicato in origine su questo sito internet