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Un’operazione militare complessa, rischiosa e soprattutto inevitabile. Il salvataggio del pilota americano abbattuto nel sud-ovest dell’Iran è stato analizzato dal generale Vincenzo Camporini durante la trasmissione Omnibus.
Secondo l’ex capo di Stato Maggiore, il recupero di un pilota in territorio ostile è una procedura prevista e studiata nei minimi dettagli:
«È il basico dell’addestramento. I piloti sono preparati a sopravvivere anche in condizioni estreme».
Dopo l’abbattimento del jet — probabilmente un F-15 — il pilota sarebbe rimasto nascosto per circa 14 ore in una zona montuosa, mantenendo comunque contatti criptati con la base.
Il punto chiave, però, è un altro: l’enorme dispiegamento di forze.
Secondo le ricostruzioni, sarebbero stati impiegati fino a 155 mezzi tra aerei ed elicotteri, con più tentativi di recupero, depistaggi e piani alternativi.
«Era un’operazione che non poteva fallire», sottolinea Camporini.
Non solo per motivi militari, ma soprattutto politici.
Anche le perdite — tra velivoli e mezzi — rientravano nel calcolo:
«Per salvare un uomo, si accetta di perdere mezzi. È la logica operativa».
Una missione che racconta molto più di un semplice salvataggio:
la capacità, ma anche il peso strategico, delle operazioni militari moderne.
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