Rinnovo Patente? Facile ed Economico

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Donald Trump ha dichiarato guerra all’Iran, ma questo non è più solo un conflitto militare, la quantità di interessi che sono in campo rischiano di trasformare questa ennesima escalation missilistica che coinvolge quasi tutto il Medio Oriente, visto che Israele affianca gli Usa in questa offensiva, in una crisi economica sistemica. Il passaggio non è solo simbolico: il mercato sta incorporando un premio di rischio che si trasmette simultaneamente su energia, trasporto marittimo, assicurazioni e aspettative macroeconomiche. Si potrebbero citare i ordine sparso il petrolio, il Gnl, gli effetti sul canale di Hormuz e di conseguenza i beni rifugio ai massimi. Ma proviamo a fare chiarezza sulla situazione attuale e sugli possibili scenari nel breve-medio termine.

Lo stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz convoglia circa un quinto del petrolio mondiale via mare e una quota rilevante del GNL qatariota. Nelle ultime ore si è registrato un rallentamento significativo dei transiti, con numerose navi in attesa o reindirizzate. Il punto determinante non è solo il traffico fisico, ma il comportamento degli assicuratori: incremento marcato dei premi “war risk”, riduzione o sospensione di coperture su alcune tratte, maggiore prudenza degli armatori.

Il prezzo del petrolio alle stelle

Le prime conseguenze della guerra in Iran si sono sentite con l’aumento del prezzo del petrolio. Il Brent si è stabilizzato in area superiore agli 80 dollari, con volatilità elevata. Le curve forward a breve termine incorporano la possibilità di un ritorno sopra i 100 dollari. Il discorso del petrolio si lega al punto sopra, il blocco di Hormuz. Un blocco pieno non sarebbe compensabile nel breve periodo. Questi i dati: Produzione mondiale ~102 milioni bpd, transito via Hormuz ~17–20 milioni bpd, capacità inutilizzata OPEC stimata 3–4 milioni bpd. Con questi numeri una crisi prolungata provocherebbe una serie di conseguenze per i paesi della Ue: inevitabile aumento dell’inflazione (fino anche all’1%) e compressione della crescita (fino al -0,7% su base annua). Con l’aggravante che, senza linearità sopra determinate soglie, l’impatto diventerebbe sistemico.

L’Europa dipende da Trump per il Gnl: il nodo del Qatar

Il Gas potrebbe diventare un grosso problema visto il coinvolgimento del Qatar che rappresenta circa il 20% delle esportazioni globali di Gnl. E se a questo si aggiunge anche il fatto che l’Ue per liberarsi del gas russo si è affidata agli Stati Uniti, questo rende la questione ancora più complicata. Il Vecchio Continente dipende da Trump e il suo Paese è in guerra. Spostandosi più sull’Italia nello specifico, i problemi legati allo stretto di Hormuz e anche all’altro corridoio per il commercio marittimo Suez, rischiano naturalmente di avere conseguenze di rimando anche sui porti italiani.

I rischi per i porti italiani

Da i porti come Genova, La Spezia e Trieste che fungono da porta d’ingresso per le merci destinate al mercato interno, fino ai porti di trasbordo come Gioia Tauro, dove i container vengono scaricati dalle grandi navi oceaniche per essere ricaricati su navi più piccole. Per non parlare dei porti dell’Alto Adriatico (Venezia e Ravenna), con i rischi specifici per i settori industriali energivori collegati al territorio e alle filiere chimiche siderurgiche.

I settori più a rischio in Italia

A risentire degli effetti di una lunga guerra in Medio oriente che coinvolge direttamente gli Stati Uniti, nostro alleato, sarebbero diversi settori. A cominciare dal chimico e i fertilizzanti, passando per acciaio e metalli. Naturalmente verrebbero coinvolti anche la ceramica e il vetro e l’automotive e la meccanica, oltre all’agroalimentare.

Tre possibili scenari per l’Ue

In caso di tensione contenuta (guerra breve), dovuta a molteplici fattori, con un prezzo del petrolio che non supera i 90 dollari al barile, la questione legata al Gas sarebbe volatile ma gestibile e la crescita dell’Ue rallenterebbe sì ma resterebbe comunque col segno più. Ma se le cose dovessero invece prolungarsi, con un prezzo del petrolio elevato per un lungo periodo e una conseguente riduzione della produzione di energia, per l’Ue le cose comincerebbero a diventare preoccupanti. Come minimo si andrebbe incontro a una crescita Ue quasi stagnante, con tutte le conseguenze (negative) del caso. Poi c’è il terzo scenario, quello più brutto: blocco prolungato di Hormuz e prezzo del petrolio sopra i 100 dollari. A quel punto, complice una forte inevitabile tensione legata al Gas, ecco che per l’Europa si comincerebbe a parlare di recessione.

In conclusione, questa specifica guerra non porterebbe solo a una crisi geopolitica (già evidente), ma a una crisi economica sistemica. La vulnerabilità europea, infatti, non è solo legata al petrolio, ma alla combinazione di: dipendenza dal Gnl, fragilità nel corridoio mediterraneo ed esposizione industriale energivora. E per l’Italia, nello specifico, il Mediterraneo resta cruciale, ma può essere allo stesso tempo un rischio (molto grosso) e anche una potenziale leva strategica. Se le rotte si stabilizzano, il sistema portuale può intercettare nuove geometrie commerciali. Se la tensione persiste, il costo si trasferisce lungo l’intera catena industriale.

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