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La traversata partita da Tajoura finisce nel naufragio, Sant’Egidio rilancia l’appello per più soccorsi e vie d’ingresso sicure

Pasqua si chiude con un’altra tragedia nel Mediterraneo centrale. Un barcone partito dalla Libia si è capovolto durante la traversata e il bilancio provvisorio parla di 32 superstiti arrivati a Lampedusa, 2 corpi recuperati e di un numero di dispersi che, secondo il racconto dei sopravvissuti, potrebbe arrivare a circa 80 persone. Sulla base di una prima ricostruzione delle organizzazioni coinvolte nei soccorsi, si parla invece di 71 dispersi partendo da 105 persone a bordo. Il quadro, comunque, resta quello di una strage.

A salvare i naufraghi sono stati i militari della motovedetta Cp327 della Guardia costiera, affiancati dalle navi Ievoli Grey e Saavedra Tide. Le immagini e i racconti delle prime ore mostrano uomini rimasti aggrappati all’imbarcazione rovesciata o dispersi in mare, in attesa di essere recuperati. I 32 superstiti, trasferiti a molo Favarolo a Lampedusa, hanno raccontato di essere rimasti in acqua per ore prima dell’arrivo dei soccorsi.

I sopravvissuti sono 31 uomini e un minore, originari di Bangladesh, Pakistan ed Egitto. Hanno spiegato di essere partiti nella notte tra venerdì e sabato da Tajoura, in Libia, a bordo di un’imbarcazione in legno con due motori. Il mare mosso avrebbe causato infiltrazioni d’acqua fino al ribaltamento, avvenuto dopo circa 15 ore di navigazione. È una dinamica già vista troppe volte sulla rotta del Mediterraneo centrale: mezzi precari, condizioni proibitive e soccorsi che arrivano quando il bilancio è già pesantissimo.

La tragedia ha riacceso subito anche il fronte delle reazioni civili e umanitarie. La Comunità di Sant’Egidio esprime “profondo cordoglio ai familiari delle vittime” e lancia un appello a istituzioni italiane ed europee perché tornino a investire di più nelle operazioni di soccorso in mare. Nello stesso messaggio insiste anche sulla necessità di vie di ingresso regolari per lavoro e di strumenti come i corridoi umanitari per chi fugge da guerre e crisi.

A Marsala, intanto, Libera e altre associazioni hanno scelto un gesto simbolico per riportare il tema al centro dello spazio pubblico: una croce in legno rivestita di giubbotti salvagente con la scritta “Una preghiera per la nostra ipocrisia”, prima esposta sul sagrato della chiesa madre e poi portata all’interno dell’edificio. È il segno più netto del clima che si muove attorno a questa ennesima strage: il dolore per i morti, ma anche l’accusa a un’Europa e a un’Italia che continuano a vedere ripetersi gli stessi naufragi.

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