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L’esperto ISPI Claudio Bertolotti: “L’obiettivo è creare un Emirato islamico sul modello afghano. L’Iran? Ha già i suoi problemi”

La fragile architettura di sicurezza tra Afghanistan e Pakistan è crollata nelle prime ore del mattino, quando i ‘caccia pakistani’ – jet militari della Pakistan Air Force – hanno colpito non solo le aree di confine ma anche Kabul. È l’ultimo capitolo, in ordine di tempo, di una rivalità strutturale che ruota attorno alla Linea Durand, al ruolo dei Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) e alla reciproca accusa di alimentare il terrorismo. Le versioni divergono, ma un dato sembra ormai chiaro: la crisi è entrata in una nuova fase. Per capirla bisogna tornare almeno al 2001: “Da allora il nodo centrale è sempre stato la sicurezza interna pakistana, strettamente legata al Tehrik-i-Taliban Pakistan, i cosiddetti TTP, che sono in qualche modo i ‘cugini’ pakistani dei talebani afghani“, dice ad Affaritaliani Claudio Bertolotti, ricercatore e docente presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

Fino al 2021, i TTP hanno sostenuto attivamente l’insurrezione dei talebani afghani, trovando rifugio soprattutto nelle aree tribali lungo il confine. “Dopo il ritorno dei talebani a Kabul, però, la situazione si è ribaltata: oggi diversi militanti del TTP sono ospitati in Afghanistan. Per una logica di affinità ideologica e anche di riconoscenza, il governo talebano afghano ha concesso loro basi logistiche e aree sicure dalle quali possono riorganizzarsi”, spiega il ricercatore. L’obiettivo dichiarato resta quello di destabilizzare lo Stato pakistano e sostituirlo con un Emirato islamico sul modello afghano: “Questo crea un primo, enorme problema per Islamabad: se i TTP riescono a colpire e a intimidire la popolazione, il governo centrale appare debole e incapace di garantire sicurezza, con una perdita di fiducia interna molto pericolosa”.

Il ruolo della Cina

Non è solo questione di sicurezza interna. Il Pakistan, infatti, deve anche tutelare i propri rapporti internazionali e gli investimenti stranieri, in particolare la Cina: “Pechino ha investito enormemente in Pakistan, costruendo porti, centrali energetiche e infrastrutture ferroviarie, soprattutto nell’ambito del Corridoio Economico Cina-Pakistan. Se il Pakistan non riesce a garantire sicurezza nelle aree periferiche, la Cina potrebbe ritenere troppo rischiosi questi investimenti”. A complicare ulteriormente il quadro ci sono altri gruppi armati. “Penso ad esempio a formazioni militanti uzbeke, come l’Islamic Movement of Uzbekistan, che per anni hanno operato tra Afghanistan e Pakistan al fianco dei talebani. Non si tratta di un fronte unico, ma di una galassia di gruppi con agende diverse che però presentano aree di sovrapposizione. È un po’ come un diagramma di Venn: ideologie, reti logistiche e relazioni personali si intrecciano, e in alcuni casi questi gruppi finiscono per operare fianco a fianco, pur non avendo obiettivi identici”.

Inoltre, in alcune province pakistane si registrano tensioni separatiste e proteste contro la presenza e gli investimenti stranieri, percepiti da parte della popolazione locale come fonte di squilibri e svantaggi. “Il timore di Islamabad è che queste istanze locali possano saldarsi con la spinta violenta dei TTP, creando un fronte di instabilità ancora più difficile da gestire”, spiega Bertolotti.

Le radici

La tensione tra Afghanistan e Pakistan non si limita alla dimensione militare, ma ha radici storiche profonde. “La dinamica lungo la Linea Durand ha certamente una dimensione strutturale. È un confine contestato fin dalla sua origine coloniale, che ha diviso artificialmente comunità pashtun su entrambi i lati e che non è mai stato pienamente riconosciuto da Kabul “, osserva Bertolotti. Un confine che ha storicamente trasformato l’Afghanistan in uno spazio cuscinetto e terreno di competizione strategica. Per decenni, spiega l’analista, Islamabad ha considerato Kabul fondamentale nella propria strategia di contenimento dell’India: in caso di conflitto, il Pakistan avrebbe avuto bisogno di un retroterra amico a ovest, capace di impedire l’accerchiamento e offrire margini di manovra militare.

Tuttavia, “ridurre tutto a una dinamica storica sarebbe fuorviante. Le leadership attuali contano eccome”, aggiunge Bertolotti, riferendosi al primo ministro talebano Mohammad Hassan Akhund. Pur percepito come una figura debole e gradita a Islamabad, gli scontri recenti dimostrano che i talebani afghani rifiutano qualsiasi subordinazione strategica al Pakistan. “Il punto è proprio questo: i talebani non vogliono essere percepiti come uno strumento della politica pakistana. Non accettano l’idea di trasformare l’Afghanistan in una semplice ‘profondità strategica’ contro l’India. Nuova Delhi, pur non riconoscendo formalmente il governo talebano, ha riattivato canali di dialogo, fornito assistenza umanitaria, sostegno sanitario e mantenuto interlocuzioni diplomatiche e di intelligence. In parallelo, l’India continua a denunciare il ruolo ambiguo del Pakistan nel sostenere gruppi militanti”, spiega l’esperto. L’attivismo indiano, in sostanza, complica la strategia pakistana di controllare l’Afghanistan e, allo stesso tempo, offre ai talebani maggiore margine di manovra diplomatica, permettendo loro di non dipendere esclusivamente da Islamabad.

Correnti e dinamiche interne

La frattura tra talebani afghani e Pakistan non riguarda più solo questioni di sicurezza o strategia territoriale, ma riflette anche dinamiche interne al movimento talebano. “Quello a cui stiamo assistendo è una cesura rispetto al rapporto che, fino a poco tempo fa, veniva descritto come quasi idilliaco tra talebani afghani e Pakistan. In realtà non lo è mai stato, ma certamente esisteva un rapporto privilegiato. Oggi, però, i talebani hanno preso le distanze dal loro ‘padre putativo’. Non per aprire un conflitto strutturale e permanente con Islamabad, bensì per affermare con chiarezza che le priorità pakistane non possono prevalere sulle ambizioni dell’Emirato islamico”, spiega Bertolotti.

All’interno del movimento, inoltre, convivono diverse correnti, che condizionano scelte e strategie: “I talebani non sono mai stati un movimento monolitico. Al loro interno convivono almeno due grandi correnti: una generazione più anziana, storicamente più vicina a certe posizioni russe e cinesi e legata ai rapporti tradizionali con al-Qaeda; e una componente più giovane, più pragmatica, attenta alla sopravvivenza del regime e alla ricerca di interlocuzioni internazionali”. Una divisione interna che, unita alla crescente assertività dei talebani afghani nei confronti di Islamabad, rende oggi il conflitto più complesso e imprevedibile, con ripercussioni sia sulle relazioni bilaterali sia sul panorama regionale.

Il ruolo degli Usa

C’è poi il ruolo degli Stato Uniti che negli ultimi anni, in modo non ufficiale e senza una presenza diplomatica formale – non esiste un’ambasciata americana a Kabul – hanno investito molto nel dialogo con esponenti della nuova generazione talebana, come il mullah Yaqoob o Sirajuddin Haqqani. “È stata una scelta pragmatica: puntare su figure considerate più flessibili, con cui avviare canali di comunicazione di lungo periodo. Paradossalmente, proprio la tensione con il Pakistan ha prodotto un effetto interno inatteso: per la prima volta dal 2021 le due anime del movimento si sono ricompattate. La frattura generazionale si è attenuata di fronte alla necessità di presentare un fronte unito contro le pressioni pakistane e a difesa dell’idea di un Emirato islamico pienamente sovrano, non subordinato a interessi esterni“, spiega Bertolotti.

Quanto all’Iran, il suo ruolo in Afghanistan oggi appare relativamente marginale. “Teheran non dispone di una leva forte per influenzare in modo decisivo le scelte dei talebani. Già a partire dal 2010 il Pakistan aveva progressivamente sostituito l’Iran come interlocutore privilegiato di alcune componenti talebane, e negli ultimi anni Teheran non è riuscita a recuperare terreno“, dice l’esperto. A giocare la partita della mediazione e del dialogo con maggiore efficacia, anche a scapito dell’influenza iraniana, sono altri attori, come il Qatar e la Turchia. “Inoltre, l’Iran è già assorbito da proprie tensioni interne e da dinamiche regionali complesse: investire capitale politico in modo massiccio sul dossier afghano comporterebbe costi elevati e rischi reputazionali, anche sul piano dell’opinione pubblica internazionale”, conclude l’esperto.

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