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“Negoziare a mano armata: Teheran pronta a tollerare raid Usa per trattare da posizione di forza”
Sembra sempre più imminente un possibile attacco statunitense all’Iran, soprattutto dopo le indiscrezioni del The New York Times, secondo cui Donald Trump starebbe valutando, attraverso raid mirati, il rovesciamento della leadership iraniana. Ma quali sono i rischi di un’azione del genere? Quanto è realistico destabilizzare il sistema di potere iraniano senza innescare una guerra regionale? Quali sarebbero le conseguenze interne per l’Iran? Un vuoto di potere favorirebbe una transizione controllata o rafforzerebbe le componenti più radicali?
A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega l’obiettivo del tycoon: “Negoziare a mano armata, portando avanti trattative con i notabili iraniani e allo stesso tempo puntando la forza contro il paese”. Un contesto, però, troppo complesso, che potrebbe facilmente sfociare in “uno scontro tutti contro tutti”.
Secondo le indiscrezioni del The New York Times, Donald Trump starebbe valutando un’escalation che va dal raid mirato fino a un possibile tentativo di rovesciare la leadership iraniana. Siamo di fronte a una strategia di pressione negoziale massima o a un reale cambio di paradigma verso il “regime change”?
“Gli Stati Uniti stanno intensificando massicciamente la pressione sulla Repubblica Islamica. Attualmente, in Medio Oriente sono presenti oltre un centinaio di aerei da combattimento statunitensi, due portaerei — la Abraham Lincoln e la Gerald Ford — una decina di cacciatorpedinieri e batterie di difesa antimissile per rafforzare le basi americane nella regione. Questo schieramento punta a un possibile attacco limitato a obiettivi militari e politici, con l’obiettivo di indurre l’Iran a cedere.
Va sottolineato che, sebbene imponente, lo schieramento attuale è inferiore a quello mobilitato durante la Prima Guerra del Golfo (1990-1991) e l’invasione dell’Iraq (2003), quando gli USA contavano su sei portaerei, oltre 1000 aerei da guerra e centinaia di migliaia di soldati. L’obiettivo della Casa Bianca sembra quindi quello di “negoziare a mano armata”: portare avanti trattative con i notabili iraniani puntando la forza contro il paese.
Tra le richieste principali: il trasferimento dell’uranio altamente arricchito fuori dal paese, lo smantellamento del programma nucleare civile e missilistico, e la cessazione dei finanziamenti ai proxy regionali dell’Iran. Queste concessioni, però, sono inaccettabili per Teheran, che può eventualmente ridimensionare il programma nucleare bellico ma non accettare lo smantellamento totale dei missili balistici né la fine del sostegno alle milizie filoiraniane. L’Iran, inoltre, potrebbe accettare un attacco limitato da parte degli Stati Uniti pur di condurre i negoziati da una posizione di maggiore forza. In altre parole, siamo di fronte a negoziati portati avanti a mano armata”.
Tra gli obiettivi indicati ci sarebbero il quartier generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, i siti nucleari e il programma missilistico. Quanto è realistico pensare che attacchi aerei possano destabilizzare il sistema di potere iraniano senza innescare una guerra regionale?
“Un eventuale attacco statunitense, soprattutto se congiunto con Israele, rischierebbe di incendiare ulteriormente il già instabile contesto mediorientale. L’Iran, consapevole di questo, negli ultimi mesi ha cercato di smorzare i toni, proponendo alternative come un consorzio di paesi mediorientali — Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti inclusi — per la produzione di energia nucleare a uso civile.
Teheran sa che il possesso della bomba atomica sarebbe un deterrente straordinario, ma innescherebbe anche una corsa agli armamenti nucleari nella regione, con Arabia Saudita e Turchia pronte a dotarsi di armi nucleari per bilanciare l’Iran.
Sul piano regionale, si stanno delineando coalizioni e equilibri di potenza complessi: Turchia e Arabia Saudita hanno rafforzato la cooperazione militare e commerciale, guardando con interesse a Egitto, Etiopia e Somalia, mentre Israele, Emirati e Stati Uniti sostengono la regione separatista del Somaliland. Questa complessità strategica rende ogni escalation potenzialmente pericolosa, con il rischio di uno scontro tutti contro tutti”.
Se Trump stesse valutando un’azione che arrivi fino al rovesciamento dell’ayatollah Ali Khamenei, quali sarebbero le conseguenze interne per l’Iran? Un vuoto di potere favorirebbe una transizione controllata o rafforzerebbe le componenti più radicali?
“In caso di conflitto, Stati Uniti e Israele avrebbero due opzioni: eliminare la guida suprema e i vertici militari e politici dell’Iran, o tentare un vero cambio di regime senza un’invasione terrestre, impresa estremamente complessa.
Il rischio principale per gli Stati Uniti sarebbe lo sconquasso interno: un Iran frammentato, con minoranze etniche e giovani cittadini scontenti, potrebbe scatenare un caos interno difficile da controllare. La società iraniana, pur stanca della corruzione e delle restrizioni, tende a preferire un cambiamento dall’interno piuttosto che un’imposizione esterna.
Un attacco massiccio, mirato anche a obiettivi civili, potrebbe paradossalmente rafforzare la coesione interna: la popolazione, pur contraria alla leadership degli ayatollah, potrebbe unirsi contro la minaccia esterna e favorire l’ascesa di un’oligarchia tecnocratica-militare, legittimata dalla resistenza agli Stati Uniti e a Israele. Ciò rafforzerebbe sia il sistema di sicurezza interno sia la proiezione regionale dell’Iran”.
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