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Tensioni a Hormuz e dinamiche valutarie: il nuovo ruolo dello yuan nel sistema monetario internazionale. L’analisi di Michele Sansone, Country Manager di iBanFirst Italia
Ad ogni episodio di tensione geopolitica, gli investitori tendono a rifugiarsi in attività denominate in dollari. Anche l’attuale crisi iraniana non fa eccezione. Tuttavia, a differenza delle precedenti fasi di stress, l’apprezzamento del dollaro è rimasto relativamente contenuto, mentre altre valute iniziano a emergere, in particolare lo yuan cinese. In questo contesto, la proposta avanzata dall’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo a condizione che i diritti di transito siano pagati in yuan rappresenta un segnale significativo: la valuta cinese è sempre più percepita come una possibile alternativa al dollaro.
Il predominio del dollaro è davvero in discussione? Nel breve periodo, no. Due fattori strutturali continuano a sostenerlo: il persistente deficit estero degli Stati Uniti (1.080 miliardi di dollari nel 2025, pari al 3,7% del PIL), che attraverso le importazioni immette dollari nell’economia globale, poi reinvestiti in asset statunitensi da investitori esteri. Questo meccanismo si è dimostrato resiliente anche in contesti di forte incertezza; la dimensione geopolitica: circa tre quarti delle riserve globali in dollari sono detenuti da Paesi strategicamente allineati agli Stati Uniti, a conferma del legame tra predominio monetario e potere militare.
Ciò non esclude dinamiche di riequilibrio. La de-dollarizzazione resta limitata e trainata soprattutto da motivazioni politiche, come nel caso della Russia dal 2014, mentre la Cina persegue un obiettivo più strutturale di internazionalizzazione dello yuan e sviluppo di un sistema finanziario alternativo.
Dal 2008, la Cina ha promosso l’internazionalizzazione dello yuan, nonostante vincoli come controlli sui capitali e limiti alla fiducia degli investitori. I progressi sono tuttavia evidenti: una quota crescente degli scambi commerciali cinesi è oggi regolata in renminbi, riflettendo una strategia basata sui legami commerciali. Pechino ha inoltre ampliato l’uso dello yuan nei finanziamenti ai Paesi emergenti, pur tra crescenti timori sulla sostenibilità del debito. Sul piano geopolitico, lo yuan si propone come alternativa al sistema finanziario statunitense, anche in ottica di aggiramento delle sanzioni. A supporto, la Cina ha sviluppato infrastrutture dedicate, tra cui il sistema CIPS, che potrebbero essere ulteriormente rafforzate dall’introduzione dell’e-CNY.
Un concorrente credibile, ma non per il dollaro
Nel complesso, è improbabile che la Cina punti a sostituire il dollaro come principale valuta di riserva globale, almeno nel breve-medio periodo, soprattutto in presenza di controlli sui capitali. Più realistico appare uno scenario in cui lo yuan rafforza il proprio ruolo negli scambi regionali, in particolare in Asia, e come alternativa per i Paesi più esposti al rischio di sanzioni. Se il dollaro non sembra quindi destinato a perdere il proprio primato nel breve termine, maggiori interrogativi riguardano il ruolo dell’euro. I mercati finanziari denominati in euro risultano infatti meno profondi e integrati rispetto a quelli statunitensi, mentre il contributo dell’area euro alla crescita globale è in progressivo ridimensionamento. In questo contesto, non si può escludere che lo yuan possa affermarsi come seconda valuta più utilizzata a livello internazionale nel prossimo decennio.
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