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Iran, il generale Chiapperini: “Attacchi agli impianti energetici alzano il livello dello scontro globale”

Mentre i missili colpiscono raffinerie e impianti di gas tra Qatar, Kuwait e Arabia Saudita e il prezzo del petrolio torna a correre, il conflitto tra Iran e asse israelo-americano compie un salto di qualità che preoccupa i mercati e le cancellerie internazionali. Non più solo obiettivi militari, ma infrastrutture energetiche strategiche: il cuore dell’economia globale diventa bersaglio diretto, con il rischio di effetti a catena ben oltre il Medio Oriente. Le minacce di Donald Trump contro Teheran e il nodo cruciale dello Stretto di Hormuz aprono scenari sempre più complessi: siamo già dentro uno scontro diretto tra Stati Uniti e Iran? E fino a che punto può spingersi la strategia di escalation senza provocare un collasso del sistema energetico globale?

A delineare i possibili sviluppi militari e geopolitici è Luigi Chiapperini – Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare del Centro Studi dell’Esercito ed ex comandante di contingenti multinazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan – che ad Affaritaliani analizza rischi, strategie e margini, sempre più ridotti,di de-escalation.

Generale, il conflitto si è spostato dagli obiettivi militari agli asset energetici strategici nel Golfo: quanto è pericoloso questo salto di livello e quali effetti può avere sull’equilibrio globale, anche oltre il Medio Oriente?

“Gli attacchi contro le infrastrutture energetiche nel Golfo potrebbero segnare indiscutibilmente una escalation del conflitto a livello regionale che avrebbe gravi ripercussioni a livello mondiale. Con queste azioni Israele tenderebbe a indebolire ulteriormente il regime iraniano privandolo della sua principale fonte economica anche a lungo termine. Si tratta quindi di una forma di pressione aggiuntiva per tentare di portare il regime a più miti consigli o ad un vero e proprio collasso.

La situazione che può scaturire a seguito di questi attacchi e di quelli ritorsivi iraniani sulle analoghe infrastrutture dei Paesi del Golfo, unita a quella derivante dal blocco del flusso degli idrocarburi e di altre risorse naturali come ad esempio l’elio indispensabile in molti settori tra i quali l’elettronica, causerebbe un ulteriore choc nel mondo in quanto verrebbero allungati di molto i tempi di ripristino delle condizioni anteguerra. Ecco il motivo della divergenza di vedute tra Israele e il Presidente Trump”.

L’Iran sembra puntare a “regionalizzare” il conflitto colpendo Qatar, Kuwait e Arabia Saudita: è una strategia deliberata per alzare il costo della guerra agli Stati Uniti e ai loro alleati?

“Da una parte è così. Sin dall’inizio del conflitto l’Iran ha iniziato a colpire le monarchie del Golfo e altri Paesi mediorientali ed europei come Turchia e Cipro, proprio per creare caos e spingere dette nazioni, ma anche quelle del resto del mondo che stanno affrontando alcuni effetti negativi in campo economico, a premere su Usa e Israele per far cessare le ostilità. Continuare a colpirli scegliendo anche le infrastrutture energetiche da una parte rafforzerebbe quel tentativo ma dall’altro potrebbe sortire l’effetto appunto di “regionalizzare” il conflitto facendo entrare in gioco alcuni Paesi che sinora si erano limitati a proteggere il loro territorio dai lanci dei missili e dei droni.

Credo però che tutte quelle nazioni stiano evitando un allargamento del conflitto proprio per ridurre al massimo la sua durata e poter tornare al più presto a far ripartire appieno le loro produzioni e i loro commerci. Naturalmente se l’Iran dovesse perseguire la strategia assertiva a cui stiamo assistendo in queste ore, quei buoni propositi potrebbero essere abbandonati”.        

Dopo le dichiarazioni di Donald Trump su possibili attacchi a South Pars, siamo vicini a uno scontro diretto tra Stati Uniti e Iran? E quali sarebbero le conseguenze militari reali?

“Lo scontro tra Stati Uniti e Iran è già in atto. Al momento ha le caratteristiche di una campagna aerea e missilistica che ha lo scopo di neutralizzare i vertici politico-militari e le capacità militari e di sviluppo del progetto nucleare iraniani. La resilienza del regime che pur fortemente indebolito non è ancora collassato, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le residue capacità di Teheran di condurre attacchi nella regione mediorientale, hanno spinto Israele a colpire uno degli impianti energetici più importanti dell’Iran con la ritorsione di quest’ultimo su analoghe infrastrutture. Questo cambio di strategia non piace agli USA che hanno chiesto di fermarsi pena il loro stesso intervento in particolare sugli impianti di South Pars. Questo dell’eventuale scontro che avrebbe come vittima l’intero sistema di approvvigionamento di idrocarburi che parte del Medio Oriente è un aspetto.

Un’altra possibile mossa statunitense potrebbe invece riguardare azioni limitate di terra, essenzialmente anfibie, volte ad assumere il controllo di aree vitali per il regime iraniano, come quelle nei pressi dello Stretto di Hormuz o alcuni terminali petroliferi. Non sappiamo se effettivamente i Marines entreranno in azione, ma se dovessero farlo sarebbe un ulteriore colpo letale per Teheran anche se costerebbe verosimilmente più vittime di quante sinora sofferte dagli Stati Uniti. Si aprirebbero inoltre due diversi scenari: la fine o quantomeno un forte indebolimento del regime oppure un allungamento del conflitto dai risultati incerti che pochi vogliono, neanche negli USA”.

L’Europa parla di mancanza di base giuridica internazionale e resta ai margini: siamo di fronte a un fallimento del sistema di sicurezza globale, o esistono ancora margini concreti di de-escalation?

“Il mondo è cambiato e il sistema di sicurezza globale sembra essere collassato. Ma non per questo si può accettare di rimanere ai margini. L’Europa al momento è debole e non rientra nel novero dei vecchi e nuovi “imperi” che tentano di governare il globo. I motivi, secondo il mio parere, risiedono nella struttura di governance del Vecchio Continente, che produce l’assenza di una vera e propria politica estera e di sicurezza comune, e nelle sue annose carenze in campo militare. Sono criticità fondamentali nelle relazioni internazionali che vanno affrontate e risolte il prima possibile. Dopodiché si deve comunque tentare di proporre e perseguire iniziative militari e diplomatiche.

Le prime riguardano la protezione dagli attacchi missilistici e di droni dei Paesi amici e alleati e delle nostre basi, laddove queste ultime siano considerate ancora fondamentali in questa fase delicata. Non significa entrare in guerra ma difendere i nostri interessi vitali. Tra le iniziative diplomatiche considero utile e fattibile quella di coinvolgere l’ONU nel lancio di una missione per riaprire lo Stretto di Hormuz. Forse questa volta le Nazioni Unite non saranno ingessate dai veti incrociati dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, nella considerazione che la chiusura di quella via commerciale sta causando danni un po’ a tutti”. 

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