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C’è un momento preciso, nello svolgimento di Hamnet, in cui il confine tra la finzione del palcoscenico e la cruda realtà del lutto si dissolve in un’unica, devastante epifania. È qui che Chloé Zhao, la regista premio Oscar per Nomadland, firma la sua opera più intima, trasformando il bestseller di Maggie O’FarrellNel nome del figlio. Hamnet – in un’esperienza visiva che trascende il period drama per farsi meditazione metafisica.

Uscito nelle sale mondiali a fine 2025, il film è arrivato in Italia distribuito da Universal Pictures e noi di Affaritaliani.it lo abbiamo visto al Cinema Gabbiano di Senigallia, dove è approdato da poco suscitando la felicità del pubblico, che lo attendeva con impazienza. Ovunque, il film sembra porsi come un trionfo di critica e un serio contender per la stagione dei premi, con ben otto candidature agli Oscar 2026. D’altra parte, ad oggi si è aggiudicato sei candidature e vinto due Golden Globes, undici candidature e ricevuto due BAFTA, undici candidature e ottenuto un premio ai Critics Choice Award, una candidatura a Writers Guild Awards, una candidatura a Directors Guild, una a CDG Awards e un’ultima a Producers Guild. Dunque, non è passato del tutto inosservato.

Nato dalla volontà della produttrice Liza Marshall, che acquistò i diritti cinematografici del romanzo prima ancora che venisse pubblicato, il progetto ha visto la luce grazie alla collaborazione tra Hera Pictures, Neal Street Productions, Amblin Entertainment di Steven Spielberg e Book of Shadows.  

Per la Zhao, Hamnet rappresenta una svolta cruciale: dopo la vastità cosmica di Eternals, la regista torna a una dimensione domestica e viscerale. Se i suoi primi lavori indagavano la perdita dell’identità, qui il focus è sulla trasformazione del dolore in arte. La sceneggiatura, scritta a quattro mani dalla Zhao con la stessa O’Farrell, sceglie una struttura più lineare rispetto al romanzo, dividendo il racconto in tre atti simbolici: l’amore, la perdita e la catarsi attraverso la creazione di Amleto.

“Hamnet”: la rilettura di un grande classico che ha conquistato 8 candidature al Premio Oscar

La storia ci porta nella Stratford-upon-Avon del 1580. Al centro non c’è il “Bardo” come istituzione letteraria, ma l’uomo, Will (Paul Mescal), un giovane precettore di latino inquieto, e Agnes (Jessie Buckley), una donna selvatica, esperta di erbe e dotata di una sensibilità quasi soprannaturale, tanto da essere considerata una strega dalla gente del posto.

Il loro amore è una forza che sfida le convenzioni sociali. Tuttavia, il fulcro del film è la morte del figlio undicenne Hamnet, vittima della peste bubbonica. La pellicola esplora il grief come un ecosistema vissuto, analizzando quanto a volte lo stesso evento possa unire e contemporaneamente isolare due genitori in stanze emotive distanti.

Se Paul Mescal offre una performance di straordinaria vulnerabilità — interpretando uno Shakespeare che non sa ancora di essere tale e che viene letteralmente “spinto” verso il suo destino dal genio della moglie — è Jessie Buckley a dominare la scena. La sua Agnes è un incendio calmo; la Buckley si spoglia di ogni vanità per mostrare una donna spezzata che cerca di ricomporsi tra i frammenti di vetro della propria esistenza. La sua capacità di recitare con il corpo, prima ancora che con le parole, rende la sequenza finale al Globe Theatre uno dei momenti più alti del film.

La regia della Zhao è meno interessata all’accuratezza storica accademica e più alla verità dei sensi. Grazie alla fotografia di Łukasz Żal, il film alterna ampi campi lunghi che celebrano il legame di Agnes con la natura a primi piani soffocanti e granulosi che catturano l’angoscia del lutto tra le mura domestiche. Non ci sono i classici tramonti “alla Zhao”; al loro posto, una luce plumbea e rituale che avvolge i personaggi in un’estetica timeless.

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In un’intervista rilasciata al London Film Festival, Chloé Zhao ha spiegato la sua visione: “Dirigere non è un atto intellettuale. Metà del tempo lo è, ma l’altra metà della decisione è dettata da ciò che accade nel tuo stesso corpo. Hamnet parla della capacità di alchemizzare le esperienze umane da un estremo all’altro, per arrivare a un luogo di unità. Tutte le cose vive devono morire, passando attraverso la natura verso l’eternità — e in questo caso, attraverso l’arte”.

Paul Mescal, parlando a InSession Film, ha sottolineato invece l’approccio umano per calarsi nei panni del suo personaggio: “Per chi non ha letto il libro, nel film lui non viene mai chiamato William Shakespeare. Lo conosciamo come il precettore di latino, o il Marito, o semplicemente Will. Non è consapevole del proprio mito perché ancora non esiste. È un artista che non sa nemmeno di esserlo; deve essere Agnes a persuaderlo a partire e a realizzare il suo destino”.

Arriviamo allora ad Agnes – Jessie Buckley, che sembra aver accentrato su di sé l’attenzione dell’intera critica internazionale. È proprio lei ad aver descritto a ELLE l’essenza della sofferenza rappresentata: “Il dolore e l’amore non hanno un unico colore. C’è della rabbia lì dentro. Ci sono pezzi di vetro frantumati. È amore, è tutto. Le storie ci aiutano a trascendere quelle cose che non sappiamo come lasciar uscire da noi stessi. L’umanità qui è rappresentata da una persona che cerca di ritrovare sé stessa in un momento in cui è totalmente a pezzi”.

“Hamnet”: la rilettura di un grande classico che ha conquistato 8 candidature al Premio Oscar

Nonostante un tono solenne che richiede allo spettatore una partecipazione attiva, il film ha incassato circa 92,4 milioni di dollari nel mondo: un risultato solido per una produzione di questo spessore intellettuale.

La critica ha unanimemente lodato l’assenza di cliché tipici delle biografie shakespeariane: Hamnet non è Shakespeare in Love (che pure è stato, a suo modo, un bellissimo film), ma un rituale collettivo che usa il cinema come “medicina” per l’anima. In un’epoca satura di narrazioni superficiali, Chloé Zhao ci ricorda che l’arte non serve a dimenticare il dolore, ma a dargli una forma immortale.

Continua intanto il cinema di qualità al Gabbiano di Senigallia, dove – oltre ad Hamnet, a Nouvel Vague e a Rental family – stanno per arrivare film molto attesi come Marty Supreme, che vede protagonisti Gwyneth Paltrow e Timothée Chalamet, o Chopin – Notturno a Parigi.

Prosegue anche l’iniziativa della “Domenica animata” con il cinema per i più piccoli, compresa una merendina in regalo, e da lunedì 16 marzo It’s Never Over: Jeff Buckley, il film-documentario sul grande cantante scomparso. Infine, domenica 15 marzo si terrà “L’anteprima segreta”: alle 18.40 verrà proiettato un lungometraggio italiano proveniente direttamente dal Festival di Venezia, ma che si scoprirà soltanto in sala.

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