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“Iran? Eliminare i vertici non basta, Teheran è più forte di quanto si pensi. E Cuba? Ecco la strategia di Trump”, parla l’esperto
Mentre le tensioni tra Stati Uniti e Cuba tornano al centro del dibattito internazionale e il conflitto tra Israele e Iran continua ad alimentare instabilità in Medio Oriente, lo scenario globale appare sempre più incerto. Dalla crisi energetica nei Caraibi al rischio di un’escalation nello Stretto di Hormuz, fino alle ripercussioni sui mercati e sugli equilibri tra grandi potenze, i diversi fronti geopolitici sembrano oggi intrecciarsi in una spirale di tensioni e ritorsioni militari.
Le dichiarazioni di Donald Trump su un possibile nuovo approccio verso Cuba riaprono interrogativi sulla strategia americana nei Caraibi, in un contesto segnato da blackout energetici, proteste interne e crescenti difficoltà economiche per l’isola. Allo stesso tempo, nel confronto tra Israele e Iran, l’eliminazione di figure di vertice e le tensioni lungo lo Stretto di Hormuz sollevano dubbi sulla possibile trasformazione del conflitto in una crisi regionale più ampia, con effetti diretti sulla sicurezza energetica globale.
Uno scenario che apre diversi interrogativi: le mosse di Washington indicano una svolta strategica o una fase di maggiore pressione negoziale? La crisi cubana potrebbe evolvere verso un’apertura diplomatica o verso un ulteriore irrigidimento del regime? E fino a che punto il conflitto israelo-iraniano rischia di destabilizzare gli equilibri internazionali e i mercati energetici?
A fare chiarezza è l’analista geopolitico Elia Morelli, che ad Affaritaliani analizza i possibili sviluppi dei diversi fronti, offrendo una lettura degli scenari in evoluzione e dei margini reali di escalation o di mediazione.
Le dichiarazioni di Donald Trump su “prendere Cuba” vanno interpretate come retorica negoziale o come un reale cambio di strategia?
“Dal 1962 gli Stati Uniti hanno imposto un embargo molto duro nei confronti di Cuba, con l’obiettivo di esercitare una pressione costante sull’isola. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, negli ultimi due decenni Cuba si è legata al Venezuela, ricevendo petrolio a basso costo in cambio di sostegno politico e strutturale al sistema chavista.
Colpendo il Venezuela, Washington ha quindi indirettamente colpito anche Cuba. Non a caso, diversi esponenti dell’amministrazione americana hanno esplicitato che l’obiettivo era proprio quello di soffocare l’isola caraibica attraverso Caracas.
Inizialmente la strategia era quella di un progressivo strangolamento economico. Tuttavia, di fronte all’attuale debolezza cubana, gli Stati Uniti potrebbero cogliere questa finestra per adottare un approccio più muscolare e interventista.
Cuba rappresenta infatti ancora una spina nel fianco per Washington, anche per la presenza e l’influenza di attori come Russia e Cina. In quest’ottica, l’obiettivo potrebbe essere quello di ridurre l’isola a una condizione di maggiore dipendenza e riportarla stabilmente nell’orbita statunitense, consolidando così l’egemonia americana nei Caraibi”.
Alla luce dei blackout e delle proteste, quali scenari si aprono per Cuba nei prossimi mesi?
“Cuba era fortemente dipendente dal petrolio venezuelano, ma negli ultimi anni queste forniture si sono drasticamente ridotte fino quasi ad azzerarsi. I tentativi di compensazione, anche attraverso aiuti da parte di altri Paesi come il Messico, non sono stati sufficienti a sostenere il fabbisogno energetico dell’isola. Questo ha portato a un peggioramento significativo delle condizioni di vita e a proteste diffuse.
In parallelo, la dirigenza cubana continua a utilizzare la pressione esterna degli Stati Uniti come elemento per rafforzare il consenso interno e richiamare il sentimento patriottico.In questo contesto, il governo guidato da Miguel Díaz-Canel potrebbe essere spinto ad aprire a negoziati con Washington per trovare una via d’uscita a una crisi sempre più grave.
Allo stesso tempo, però, non va dimenticato che Cuba ha già attraversato fasi molto difficili, come il “periodo especial” degli anni ’90, dimostrando una certa capacità di resistenza. Oggi però manca un alleato forte in grado di sostenerla economicamente e geopoliticamente. Questo isolamento potrebbe quindi favorire un’apertura negoziale, ma resta anche possibile uno scenario di resistenza e irrigidimento del regime, soprattutto se dovessero arrivare nuovi sostegni da parte di attori esterni”.
L’uccisione di figure chiave come Ali Larijani e Gholamreza Soleimani segna un cambio di fase nel conflitto tra Israele e Iran?
“Israele sta portando avanti una strategia mirata a colpire i vertici politici, militari e strategici iraniani nel tentativo di indebolire il sistema e, in prospettiva, favorire un cambio di regime. Tuttavia, finora questa strategia non sembra aver prodotto i risultati sperati. Nonostante i bombardamenti e i colpi subiti, l’Iran continua a mantenere una certa stabilità interna. Anche i tentativi di alimentare tensioni tra le minoranze non hanno prodotto effetti decisivi.
Dal punto di vista militare, Teheran sembra in grado di sostenere una strategia di logoramento nel tempo, facendo leva su strumenti relativamente economici ma efficaci come missili, droni e sistemi asimmetrici.
Inoltre, la struttura di potere iraniana è meno fragile di quanto possa apparire: non è completamente centralizzata, e questo significa che anche colpendo i vertici il sistema continua a funzionare attraverso livelli di comando locali e regionali. Per questo motivo, la sola strategia degli attacchi aerei appare insufficiente a determinare un cambiamento decisivo. Piuttosto, si delinea il rischio di una destabilizzazione prolungata, con un equilibrio precario che potrebbe alimentare ulteriormente il conflitto”.
Il coinvolgimento di Paesi asiatici nello Stretto di Hormuz può trasformare il conflitto in una crisi globale? Quali attori potrebbero davvero intervenire?
“Sì, esiste il rischio concreto che il conflitto si trasformi in una crisi energetica globale. L’Iran sta cercando di sfruttare lo Stretto di Hormuz come leva strategica, puntando a rendere il conflitto economicamente insostenibile per i suoi avversari. Gli Stati Uniti hanno quindi tentato di coinvolgere i Paesi asiatici, principali destinatari dei flussi energetici che transitano nello stretto.
Una quota significativa del petrolio diretto in Asia passa infatti da Hormuz, mentre parte del gas naturale liquefatto, in particolare dal Qatar, è destinato anche ai mercati europei. Le tensioni nell’area, inclusi gli attacchi a infrastrutture strategiche come l’isola di Kharg, hanno mostrato una capacità di reazione iraniana superiore alle attese.
Per contenere gli effetti sui mercati, sono state adottate misure come l’immissione di riserve petrolifere e il ricorso alle scorte strategiche statunitensi. Parallelamente, Washington valuta operazioni di scorta militare ai mercantili, chiedendo il contributo di alleati europei e asiatici.
In questo contesto, tornano centrali capacità navali specialistiche come quelle dei dragamine, fondamentali in acque ristrette e ad alta densità di traffico. Tuttavia, molti Paesi restano riluttanti: gli europei temono un coinvolgimento diretto nel conflitto, mentre Giappone e Corea del Sud sono preoccupati anche per le implicazioni strategiche nell’Indo-Pacifico, dove una riduzione della loro presenza navale potrebbe favorire la Cina.
Di conseguenza, la difficoltà nel costruire una coalizione ampia rischia di accentuare le tensioni e di lasciare spazio alla strategia asimmetrica iraniana, con possibili ripercussioni significative sia sul piano energetico globale sia sull’evoluzione del conflitto”.
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