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“La tregua a Gaza è finita: il cessate il fuoco non c’è mai stato. E il Board of Peace? Nessun beneficio concreto per la popolazione palestinese”, parla l’esperto
Riprendono i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza, lasciando sul campo morti, feriti e inquietanti interrogativi sul destino del popolo palestinese. Questi attacchi rappresentano un episodio isolato o il segnale che la tregua sta volgendo al termine? E cosa comporta, in concreto, l’apertura simbolica del valico di Rafah?
A fare chiarezza è Elia Morelli – ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico – che ad Affaritaliani ha chiarito ogni dubbio: “La tregua in corso è finita. Il cessate il fuoco all’interno della Striscia di Gaza non è sostenibile, perché di fatto non c’è mai stato. Gli israeliani non hanno mai smesso di sparare e bombardare”.
Alla luce dei recenti raid israeliani su Gaza, quanto è ancora sostenibile il cessate il fuoco e quali meccanismi reali esistono oggi per verificarne il rispetto sul terreno?
“Il cessate il fuoco all’interno della Striscia di Gaza non è sostenibile, perché di fatto non c’è mai stato. Dalla cosiddetta tregua dell’ottobre scorso si registrano almeno 500 morti e 1.400 feriti tra uomini, donne e bambini palestinesi. Gli israeliani hanno continuato a sparare e bombardare. L’IDF, l’esercito israeliano, ha ufficialmente ammesso circa 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 durante la campagna militare nella Striscia di Gaza, confermando un bilancio simile a quello riportato dal ministero della Salute di Gaza.
Quanto ai meccanismi di controllo, c’era un comitato tecnico guidato da Ali Shaath che aveva il compito di portare avanti la smilitarizzazione della Striscia, contribuendo alla distruzione di tunnel sotterranei e fabbriche di armi, alla raccolta delle armi pesanti detenute da Hamas e alla creazione di una forza di polizia gaziana subordinata al governo tecnocratico, responsabile del mantenimento dell’ordine pubblico. Tuttavia, appena nominato, Ali Shaath è stato fermato da Israele a metà gennaio mentre si recava in Egitto dalla Cisgiordania per partecipare alla prima riunione ufficiale dell’organismo.
Questo dimostra come i meccanismi reali per controllare la situazione a Gaza non esistano, soprattutto per la volontà di Israele di impedire qualsiasi forma di amministrazione politica o tecnocratica capace di gestire la precaria situazione interna”.
Questi attacchi rappresentano un episodio isolato o il segnale che la tregua sta volgendo al termine? Dobbiamo aspettarci una nuova fase di escalation militare a Gaza nelle prossime settimane?
“La tregua in corso è finta. Gli israeliani continuano a sparare e bombardare indiscriminatamente l’intera Striscia di Gaza, controllando almeno il 55% del territorio palestinese. Stanno implementando azioni per ridurre sempre più lo spazio a disposizione della comunità palestinese. Non ci aspettiamo necessariamente una nuova escalation immediata, ma nel lungo periodo la situazione resterà estremamente incandescente, sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania.
Ci sono da una parte Hamas, la Jihad Islamica e altre formazioni palestinesi che resistono all’occupazione, e dall’altra diversi gruppi estremisti israeliani che continuano l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e mirano a creare colonie anche all’interno della Striscia di Gaza, con l’obiettivo di sradicare le popolazioni palestinesi. Il Board of Peace, presieduto a vita da Donald Trump, appare come una cornice legale costruita attorno a queste dinamiche, senza tutelare effettivamente i palestinesi”.
La riapertura del valico di Rafah è stata definita soprattutto simbolica e molto limitata. Può comunque avere un valore politico o umanitario concreto, oppure rischia di restare solo un gesto senza effetti reali per la popolazione di Gaza?
“L’apertura del valico di Rafah ha una doppia dimensione. Da un lato, è una riapertura limitata e controllata dall’esercito israeliano, utile a far transitare aiuti umanitari e permettere a centinaia di palestinesi di ricevere cure mediche in Egitto, soprattutto considerando che nei mesi recenti ci sono stati 500 morti e 1.400 feriti, tra cui molti bambini e adulti mutilati.
Dall’altro lato, c’è una dimensione bellica: Israele, pur riaprendo il valico, continua la campagna di bombardamenti indiscriminati, rendendo difficile la ricostruzione e spingendo una parte della popolazione a sfollare verso il Sinai. Il Board of Peace, cui aderiscono paesi come Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Giordania, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, ha l’ambizione di creare un consesso per risolvere problemi transnazionali, ma di fatto le potenze si muovono sulla pelle dei palestinesi per tutelare interessi geopolitici propri, senza garantire effetti concreti per la popolazione”.
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