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“Scontro Iran-Usa? La minaccia è reale. Con Trump anche l’impensabile diventa possibile”. Ecco i rischi

Tornano al centro del dibattito internazionale le tensioni tra Stati Uniti e Iran, soprattutto dopo le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump in cui ha fatto sapere che “le navi sono pronte come in Venezuela”. Sono numerosi, dunque, gli interrogativi che gli ultimi avvenimenti geopolitici sollevano: le minacce del tycoon sono una mossa di deterrenza negoziale o esiste un reale rischio di conflitto militare?  Come risponderebbe Teheran nel caso di un’escalation?

A fare chiarezza è Daniele Fiorentino –  professore di Storia degli Stati Uniti presso l’Università Roma Tre, Direttore della Rivista Italiana di Storia Internazionale e membro del Consiglio del Centro Studi Americani di Roma – che ad Affaritaliani ha chiarito ogni dubbio: “Il rischio di un’escalation militare esiste. La minaccia è reale ed in caso di guerra Israele diventerebbe il principale obiettivo della risposta iraniana”.

Le minacce di Trump e il dispiegamento navale verso l’Iran sono soprattutto una mossa di deterrenza negoziale oppure esiste un rischio concreto di escalation militare nel breve periodo?

“Credo che sia qualcosa di più di una semplice mossa di deterrenza negoziale. Mi sembra piuttosto un avvertimento molto diretto rivolto all’autorità iraniana, in particolare alla Guida Suprema. L’obiettivo, a mio avviso, è piegarne la volontà più che dissuadere, ed è per questo che il rischio di un’escalation militare esiste.

Si tratta ovviamente di un rischio elevato, soprattutto considerando le possibili reazioni di Russia e Cina, che potrebbero alimentare ulteriormente le tensioni in un contesto geopolitico già estremamente critico, segnato da molte crisi nella regione. Tuttavia, osservando l’atteggiamento di questa amministrazione, la minaccia appare reale.

A rendere più credibile l’ipotesi di un intervento è anche la posizione assunta da Marco Rubio: finora il Segretario di Stato era apparso come l’elemento più moderato ed equilibrante dell’amministrazione, il più “politico” in senso classico. Il fatto che ora sottolinei apertamente la superiorità militare americana e la capacità degli Stati Uniti di piegare anche regimi autoritari come quello iraniano pesa molto. Inoltre, non va dimenticato che esiste da tempo un conto aperto con l’Iran e con gli ayatollah, in particolare con Khamenei, anche alla luce di quanto accaduto dopo il 7 ottobre”.

Se gli Stati Uniti colpissero davvero l’Iran, anche in modo “limitato”, quali sarebbero secondo lei le risposte più probabili di Teheran e dei suoi alleati regionali (Israele, Golfo, proxy come Hezbollah)?

“Ritengo che, in caso di attacco americano, Israele diventerebbe il principale obiettivo della risposta iraniana, probabilmente anche attraverso l’uso dei proxy. Molto dipenderebbe dalle attuali capacità e condizioni di Hezbollah nel nord di Israele, un quadro che oggi non è del tutto chiaro. Guardando alle reazioni passate dell’Iran, la risposta più diretta e incisiva è sempre stata la minaccia – o l’azione – contro Israele.

Non si possono escludere attacchi contro basi militari statunitensi, ma credo che Teheran sarebbe più cauta nei confronti dei Paesi arabi. Le tensioni tra sciiti e sunniti restano forti, e da questo punto di vista gli Stati Uniti potrebbero esercitare pressioni sull’Iran anche indirettamente, attraverso i loro alleati arabi. È una situazione estremamente complessa e fornire una previsione certa è molto difficile. Da questo punto di vista, Trump ci sta mostrando che anche ciò che fino a poco tempo fa sembrava impensabile oggi può diventare possibile”.

Marco Rubio ha ammesso che un eventuale collasso del regime iraniano aprirebbe un enorme vuoto di potere: dal punto di vista dell’intelligence, quanto è realistico pensare a un “dopo Khamenei” stabile e controllabile, rispetto al rischio di caos o radicalizzazione?

“Il problema del “dopo” è centrale. Non siamo di fronte a una situazione paragonabile a quella del Venezuela, dove era quantomeno ipotizzabile un’alternativa politica chiara. In Iran, in cinquant’anni, il Paese ha perso quasi tutti i punti di riferimento esterni al sistema delle guide religiose.

Si parla spesso, forse senza solide basi, di una possibile riaffermazione di Reza Pahlavi come leader alternativo, ma questa ipotesi non mi sembra realistica. È vero che molti iraniani sono stanchi di decenni di dominio religioso, ma è altrettanto vero che l’alternativa monarchica non rappresenta un miglioramento. Lo Scià, a suo tempo, allentò la repressione anche perché si rese conto di avere margini sempre più ridotti, ma la caduta del regime fu favorita da una serie di fattori storici e politici oggi assenti.

Attualmente non si intravede una vera alternativa credibile, che potrebbe semmai emergere all’interno dello stesso apparato di potere. Qualcuno ha ipotizzato un ruolo per il figlio di Khamenei, ma ciò che preoccupa maggiormente è che l’amministrazione statunitense – Trump in particolare – non sembri avere una visione chiara di quale possa essere un’alternativa seria, stabile e affidabile. Questo rende lo scenario futuro estremamente difficile da valutare”.

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