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Donald Trump si gioca tutto alle midterm 2026

Dal nostro inviato a Washington – Quando Donald Trump si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, la promessa alla base della campagna elettorale era tanto semplice quanto cruciale: niente più guerre all’estero, per concentrarsi esclusivamente sulla retorica dell’America First. A poco più di un anno di distanza, gli Stati Uniti sono impegnati in quello che si sta rivelando un conflitto molto più ampio del previsto e le elezioni di metà mandato (midterm) di novembre si profilano come un giudizio storico per l’amministrazione.

Il 28 febbraio 2026, Trump ha dato l’ordine di avviare l’Operazione Epic Fury. Nella notte americana, Israele e il Comando Centrale degli Stati Uniti, meglio noto come Centcom, hanno colpito una serie di obiettivi strategici, causando la morte di alcuni dei più alti leader dei pasdaran, tra cui la Guida suprema Ali Khamenei.

In risposta, l’Iran ha lanciato centinaia di droni e missili balistici contro obiettivi in Israele e contro basi militari statunitensi in Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. L’effetto, a più di trenta giorni dall’inizio del conflitto, è un Iran ancora saldamente controllato dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, senza che il popolo sia sceso in piazza, mentre Stati Uniti e Israele piangono una serie di caduti che, per gran parte dell’opinione pubblica, non sarebbero dovuti morire in una guerra di questo tipo.

Nel frattempo, il Pentagono aumenta il numero di truppe, con 3.500 soldati aggiuntivi arrivati in Medio Oriente a bordo della USS Tripoli, mentre il costo della vita cresce senza sosta, soprattutto per quanto riguarda l’energia. La Casa Bianca, secondo diversi analisti a Washington, teme inoltre un calo degli investimenti provenienti dal Golfo, configurando un contraccolpo inatteso per l’amministrazione.

Il dato politico più rilevante in vista delle elezioni di novembre è il seguente: un sondaggio Reuters/Ipsos mostra il 61 per cento di disapprovazione verso la guerra, contro il 35 per cento di approvazione tra gli elettori statunitensi. Inoltre, il gradimento di Trump è sceso al 36 per cento, il livello più basso da quando è tornato alla Casa Bianca e uno dei più bassi nella storia americana.

Il paradosso è che la guerra in Iran era stata presentata come una dimostrazione di forza: la distruzione del programma nucleare iraniano e la fine di una minaccia esistenziale. Trump ha confermato l’avvio degli attacchi dichiarando che gli Stati Uniti avevano intrapreso “importanti operazioni di combattimento in Iran” per “difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano”, ribadendo che Teheran “non potrà mai avere un’arma nucleare”.

Tuttavia, la realtà sul campo ha rivelato un conflitto più complesso e costoso del previsto. Mentre il nucleo del gabinetto di Trump si è schierato a favore degli attacchi, alcune figure influenti della destra americana li hanno apertamente condannati, provocando la prima grande spaccatura nel movimento Make America Great Again, che potrebbe avere un duro contraccolpo a novembre.

Ma la guerra non è l’unico elemento destabilizzante. Già prima che i primi Northrop Grumman B-2 Spirit decollassero verso Teheran, la politica americana era attraversata da tensioni profonde.

Come evidenziato recentemente dal “Washington Post“, la seconda amministrazione Trump sta adottando una serie di tattiche, tra cui la ridisegnazione a metà ciclo dei collegi elettorali, il perseguimento giudiziario degli avversari politici e pressioni per modificare le modalità di voto (Save America Act), con l’obiettivo di minare la fiducia nelle elezioni di midterm. Trump, in modo ironico ma a più riprese, ha anche evocato la possibilità di cancellare le elezioni citando motivi disparati, tra cui la presunta “frode” commessa dai democratici nel 2020, quando Joe Biden vinse le elezioni presidenziali.

Dal punto di vista strettamente elettorale, i Repubblicani partono da una posizione già difficile. Secondo un sondaggio dell’Emerson College di metà marzo, il 49 per cento degli elettori registrati intende votare per il candidato democratico al Congresso, contro il 42 per cento che sosterrà il candidato repubblicano. I Democratici hanno un vantaggio di 18 punti tra gli indipendenti e di 21 punti tra gli elettori ispanici. Il dato sugli indipendenti è cruciale: erano stati proprio loro, insieme ai giovani e agli ispanici, a garantire la vittoria di Trump nel 2024.

Ora i repubblicani devono puntare su una campagna elettorale impeccabile. Per questo motivo, Trump e il Comitato Nazionale Repubblicano stanno, secondo fonti del “New York Times“, “seriamente considerando” Dallas come sede di una convention di metà mandato, una decisione storica, dato che le convention dei partiti si tengono normalmente ogni quattro anni prima delle elezioni presidenziali. L’obiettivo dei repubblicani è mobilitare il proprio elettorato di fronte ai pessimi sondaggi, puntando su una maggiore partecipazione rispetto a quella democratica.

Lo speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson, ha dichiarato durante il ritiro del partito in Florida: “Non vedo l’ora della convention di metà mandato che terremo prima dell’inizio del voto anticipato in autunno, dove porteremo tutte le nostre stelle sul palco e parleremo di tutte le grandi cose che abbiamo fatto per il popolo americano”. Ha aggiunto: “Questa è una midterm come nessun’altra”.

Se i sondaggi dovessero tradursi in voti, e i Democratici riuscissero a conquistare la maggioranza alla Camera e, scenario più difficile ma non impossibile, anche al Senato, le conseguenze sarebbero immediate. Un Congresso a guida democratica potrebbe invocare il War Powers Act per limitare le operazioni militari in Iran, tagliare i finanziamenti al Centcom nella regione e aprire audizioni parlamentari che costringerebbero l’amministrazione a rendere conto pubblicamente dei costi umani dell’Operazione Epic Fury. Per Trump, che ha costruito la propria narrativa sulla forza e sull’infallibilità, sarebbe un colpo duro, che potrebbe mettere a rischio la vittoria del ticket Rubio-Vance (o Vance-Rubio), nel 2028

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