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Referendum giustizia, Nordio parla di “sistema para-mafioso” e tira in ballo il Pm Nino Di Matteo. La replica: “Strumentalizzato il mio pensiero, questa riforma aggrava la degenerazione del Csm”.
“A coloro i quali, in queste ore, cercano di strumentalizzare il mio pensiero, voglio precisare che, proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma costituzionale che invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura, con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino”. A dirlo il magistrato Nino Di Matteo, ieri chiamato in casa dal ministro Carlo Nordio. Ma cos’è successo davvero?
I fatti
Nel corso di un’intervista rilasciata al Mattino di Padova, Nordio ha definito le correnti della magistratura che orbitano attorno al Consiglio superiore della magistratura (CSM) come un “sistema para‑mafioso”, sostenendo che solo il nuovo meccanismo del sorteggio potrà eliminare dinamiche autoreferenziali e chiusure corporative. Immediata e durissima è arrivata la reazione dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), che ha definito le parole del Guardasigilli un modo di “avvelenare i pozzi” e un’offesa alla memoria di chi, come i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ha pagato con la vita la lotta alle mafie.
Anche il centrosinistra è insorto. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha chiesto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prenda immediatamente le distanze dalle affermazioni di Nordio, definendole gravissime e offensive per i magistrati italiani. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha chiesto pubblicamente scuse, accusando il ministro di gettare fango sulle istituzioni e sui servitori dello Stato per ottenere un vantaggio nella campagna referendaria.
Critiche sono arrivate anche da altre forze politiche e figure istituzionali, con esponenti della sinistra che parlano di una delegittimazione del potere giudiziario e della necessità di mantenere il dibattito sul referendum su un piano di merito e non di attacco personale.
La risposta del ministro Nordio
Di fronte alle critiche, Nordio ha difeso le sue dichiarazioni, affermando di aver citato affermazioni già espresse in passato da altri magistrati, in particolare dal pm Nino Di Matteo, e di non capire l’“indignazione scomposta” che ne è nata. Ha inoltre promesso di elencare altri interventi di esponenti del cosiddetto “partito del No” più duri dei suoi. Il ministro ha ribadito che un dibattito politicizzato non spaventa il governo e che, anche in caso di vittoria del No, la maggioranza parlamentare manterrebbe salda la propria posizione sulla riforma.
In effetti, nel 2020, il giudice Nino Di Matteo, icona della sinistra e dell’antimafia, in un’intervista a Giletti aveva detto più o meno le stesse cose. ”Privilegiare, nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato, il criterio dell’appartenenza a una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. Serve una svolta etica”. Nessuna novità, dunque, nelle parole di Nordio, ma solo una ripresa delle posizioni di Nino Di Matteo, che il 15 settembre 2019 il Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ribadì al Corriere il suo punto di vista.
Il clima nella campagna referendaria
Le tensioni si inseriscono in una campagna referendaria già vivace, con comitati e iniziative di mobilitazione sia per il Sì sia per il No. I promotori del No hanno raccolto decine di migliaia di firme e sottolineano come la riforma rischi di mettere in discussione l’autonomia della magistratura. La consultazione del 22 e 23 marzo è destinato a diventare un appuntamento ancor più carico di tensione e incerto nei risultati.
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