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Studio, lavoro e relazioni nell’era digitale alimentano un disagio crescente: non fragilità, ma bisogno di nuovi ritmi e maggiore equilibrio

Molti giovani chiedono e si chiedono se la sensazione di disagio percepita sia vera e se riguarda anche altri coetanei. Ansia, futuro incerto, solitudine, tutto senza una ragione evidente e quindi non semplice da correggere. Anche la routine come lo studio, il lavoro, il divertimento, lo sport, l’impegno, è visto con una sensazione di inadeguatezza, sconfinante in una instabilità sfuggente ed invisibile. È come se buona parte della nuova generazione fosse sotto pressione e quindi poco lucida per l’approccio più adeguato agli avvenimenti della quotidianità.

Sentirsi dire che si è in ritardo nella propria vita prima ancora di averla iniziata, è qualcosa di inquietante per tutti, a prescindere dal livello generazionale. Confronto sociale più naturale e frequente, precarietà, ansia, vita digitale permanente, pressione del successo, incertezze economiche, bastano ed avanzano per meglio comprendere questo disagio crescente.

Valutare questo fenomeno semplicemente come una crisi generazionale sembra riduttivo se non addirittura offensivo. Non è apatia, né disinteresse. I nostri giovani studiano di più rispetto al recente passato quello dei predecessori. Si formano con maggiore competenza, parlano lingue straniere, accumulano esperienze diverse. Nonostante il livello da loro raggiunto sia positivo, serpeggia sempre il dubbio di essere inadeguati ai nuovi ritmi. La paura del futuro. Una laurea che non rappresenta la più stabilità. Il lavoro che non equivale più all’autonomia. Risorse economiche e psicologiche sempre in rosso.

La dimensione digitale fa la sua parte in maniera destabilizzante. Vite che scorrono sugli schermi, da soli, con contatti sociali effimeri ed insufficienti. Appare rilevante invece il cambiamento culturale. Aprire questa fase ad un approfondimento anche di natura psicologica non è più un problema, ma un’esigenza da soddisfare. La consapevolezza, non è più fragilità o debolezza, ma bisogno di confronto e qualche volta di aiuto. Nulla di sorprendente ed anomalo che questa criticità si possa rivalutare anche sul piano psicologico sia sotto l’aspetto interpretativo che terapeutico.

Se le generazioni precedenti tendevano a resistere in silenzio, quella attuale è decisamente propensa a riconoscere i propri limiti emotivi. La lucida autovalutazione trova più naturale accettare il malessere come una condizione inevitabile dell’età giovanile. Al numero crescente di giovani che soffrono, va abbinato un modello sociale entro cui questa sofferenza prende forma. Un’epoca che richiede a ritmo incalzante, produttività tangibili, successo precoce, identità marcate, senza considerare incertezza, prudenza, apprendimento, insicurezza. Ritmi che stanno cambiando rapidamente con l’evolversi della tecnologia che sta demarcando, allontanandoli fra loro, le varie fasce d’età.

La diffusione del disagio psicologico tra i giovani evidenzia in tutte le espressioni una società che fatica a offrire tempi più adeguati, né lenti né veloci, ma corretti per interpretare ed avvicinare i nuovi ritmi della vita. La richiesta di attenzione secondo queste modalità giovanili, altro non può essere che un tentativo comune per rallentare e ridefinire il vero e più profondo significato del benessere fisico e mentale.

Un segnale sottile e intelligente non un grido di paura, che chiede un maggiore ristoro psicofisico, a fronte dei ritmi incalzanti divenuti ai più insostenibili ed incontenibili. Sempre un passo avanti rispetto alla generazione precedente, ma in affanno per il crescente impatto evolutivo. Chi deve cogliere questo appello? A chi è diretto, per fare cosa e come e quando? Senza colpevolizzare nessuno, si dovrebbe fare un fronte comune, in grado di adeguare l’incalzante progresso ai ritmi naturali.

L’uomo e quindi i giovani devono procedere per la loro strada, secondo i ritmi cronobiologici. Accelerare fino a competere con l’incalzante innovazione è perdente. Il rapporto uomo macchina, va meglio regolato. Non è una sfida, ma un bisogno esistenziale. Apprendere più rapidamente è possibile, ma non si deve esagerare con eccessive sollecitazioni, almeno per la macchina umana. Il messaggio è chiaro, gli accorgimenti dovrebbero essere subito adeguati. Non sarà facile rallentare la macchina tecnologica dalla sua folle corsa.

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