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Ungheria, Villa (Ispi): “Magyar gela Mosca e apre ai fondi UE. Ma smantellare il sistema di Orbán non sarà semplice”
Mentre l’Europa osserva i primi passi dell’Ungheria dopo il terremoto elettorale che ha sancito la fine dell’era di Viktor Orbán, Budapest si risveglia in un panorama politico inedito e carico di incognite. Il successo di Péter Magyar ha interrotto un dominio durato sedici anni, aprendo una fase di transizione che promette di riposizionare il Paese nel cuore dell’alleanza atlantica. Tuttavia, tra le macerie del sistema precedente e le aspettative di una rapida integrazione europea, restano i nodi di una macchina statale profondamente segnata dal passato e i complessi legami energetici e diplomatici con la Russia.
La vittoria di Magyar solleva ora interrogativi cruciali: quanto sarà rapido il ritorno alla piena democrazia liberale e quale sarà il prezzo dello sblocco dei fondi comunitari? E soprattutto, come reagirà l’apparato burocratico e giudiziario, rimasto per oltre un decennio sotto il controllo del Fidesz, al nuovo corso politico?
A fare chiarezza è Matteo Villa, senior analyst dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), che adAffaritaliani analizza le sfide del dopo-Orbán e le reali possibilità di una svolta strutturale: “Nei rapporti con la Russia la direzione di marcia è chiarissima: Magyar è su tanti temi conservatore e nazionalista, ma sulla Russia segna una netta cesura. Si sblocca la questione dei veti e l’Ungheria torna a essere antirrussa per paura delle ingerenze di Mosca”.
Dopo la fine dell’era di Viktor Orbán, come potrebbero evolvere i rapporti dell’Ungheria con la Russia e con l’Unione Europea? È plausibile uno sblocco rapido dei fondi europei?
“Per quanto riguarda i rapporti con Mosca, la direzione di marcia appare segnata da una netta discontinuità. Dobbiamo partire da una premessa: Péter Magyar è un conservatore nazionalista e, su molti temi, è decisamente più vicino a Orbán di quanto potremmo aspettarci. Tuttavia, sulla politica estera segna una cesura drastica. Magyar è cresciuto con il mito dell’Orbán degli anni ’90, quello che non era filorusso ma antisovietico e guidava le proteste di piazza. Con lui l’Ungheria tornerebbe su posizioni simili a quelle polacche: una nazione antirrussa per timore delle ingerenze del Cremlino.
Questo non significa che il Paese diventerà automaticamente pro-Ucraina in tutto e per tutto, ma Magyar ha già chiarito che sbloccherà il prestito da 90 miliardi di euro per Kiev, finora congelato dai veti di Orbán. Assisteremo alla fine dell’ostruzionismo sistematico a Bruxelles, il che toglierà alibi anche a quegli Stati che spesso si nascondevano dietro l’Ungheria per non esporsi”.
Con Péter Magyar dobbiamo aspettarci una reale discontinuità nelle politiche pubbliche o una trasformazione più graduale del sistema costruito da Orbán?
“Il cambiamento interno sarà necessariamente graduale. Il paragone più calzante è quello con la Polonia di Donald Tusk. Anche lì si era promesso di rivoluzionare tutto subito, ma smantellare un sistema illiberale richiede tempi lunghi. Magyar avrà però un vantaggio istituzionale: l’Ungheria è una repubblica parlamentare. Mentre Tusk ha dovuto scontrarsi con un Presidente della Repubblica ostile e dotato di poteri forti, Magyar, una volta ottenuta la maggioranza, avrebbe la strada spianata per governare.
La vera sfida sarà la volontà di riformare davvero il sistema. Bisognerà rimettere mano alla Costituzione e alla legge elettorale. Quest’ultima è un maggioritario estremo che dà un vantaggio enorme al vincitore: Magyar avrà il coraggio di cambiare una regola che, pur essendo stata creata da Orbán, ora favorisce lui? C’è sempre il rischio che un nuovo leader sia tentato di correggere solo ciò che lo danneggia, come il controllo sui giudici o sui media, mantenendo però quei privilegi strutturali che gli garantiscono il potere”.
Orbán lascia dopo 16 anni un sistema di potere molto radicato: quali sono gli ostacoli interni più complessi da superare?
“Il primo ostacolo è rappresentato dalla magistratura. In sedici anni, l’intero sistema giudiziario, dalla Corte Costituzionale fino ai tribunali locali, è stato occupato da figure selezionate perché vicine al Fidesz. Smantellare questa rete senza dare l’impressione di fare una “epurazione” politica per inserire i propri fedelissimi è un’operazione delicatissima. Il secondo nodo riguarda il sistema dei media: televisioni e giornali sono pieni di professionisti che hanno rappresentato la voce del governo per quasi un ventennio.
Queste persone non scompaiono dall’oggi al domani e continueranno a esercitare una resistenza interna al cambiamento. Infine, non dobbiamo dimenticare che il Fidesz resterà in piedi. Orbán non sparirà dalla scena, ma guiderà un’opposizione agguerrita. Finché esiste l’aspettativa di un suo possibile ritorno al potere tra cinque anni, molti burocrati e funzionari che hanno costruito la carriera sotto di lui opporranno una resistenza silenziosa ma efficace a ogni tentativo di riforma profonda”.
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